Cosa imparare dalla soluzione Alcoa

Redazione

Il decorso di due crisi industriali può insegnare cosa significa occuparsi dei lavoratori in modo costruttivo e pragmatico e, all’opposto, quali sono le conseguenze di un approccio ideologico. I casi sono quelli della Alcoa e di Almaviva. Lo stabilimento di produzione e lavorazione di alluminio nel Sulcis, territorio di Sardegna, è chiuso dal 2012 da quando l’americana Alcoa ha deciso di vendere lasciando un migliaio di lavoratori a sperare in ciclici rinnovi degli ammortizzatori. Il 14 dicembre il ministero dello Sviluppo economico ha annunciato che la svizzera (a guida italiana) Sider Alloys è disponibile a fare ripartire la produzione e a installare una linea di laminazione dell’alluminio. “E’ una missione durissima, solo in pochi ci hanno creduto”, ha detto l’ad di Sider Alloys, Giuseppe Mannina, riferendosi al ministro Carlo Calenda e al segretario dei metalmeccanici Cisl, Marco Bentivogli (da poco sotto scorta per le minacce ricevute). A cinque anni dalla fuga di Corrado Passera dagli operai del Sulcis, Calenda andrà a chiudere la vertenza offrendo loro delle pizze. Alcoa dimostra che si può fare sistema senza essere ostaggio dei veti sindacali. Se fosse stato per la Cgil, il colosso Glencore avrebbe continuato a lanciare offerte per lo stabilimento di Portovesme senza mai concretizzarle lasciando nel limbo i lavoratori. Sono nel limbo i lavoratori dei call center di Almaviva, sesta azienda privata per numero di dipendenti, che un anno fa ha avviato oltre mille licenziamenti (salvo alcuni reintegri giudiziari successivi). Colpisce che la Cgil ora esulti per “l’altissima adesione” allo sciopero di giovedì e invochi ammortizzatori sociali visto che lo scorso dicembre, all’annuncio di licenziamenti, inviava mail ai lavoratori non solo per aggiornarli sulla situazione ma anche per invitarli a votare No al referendum costituzionale. Trattati come bacino di voti.

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