Perché i petrolieri sono più "green" dei governi che straparlano di climate change

Maria Carla Sicilia

Dopo il vertice sul clima organizzato da Macron martedì per rilanciare l'impegno politico della Cop21, analisti e commentatori si chiedono se può esserci una nuova vita per l'accordo di Parigi siglato due anni fa. Il fatto che non esista un quadro giuridico vincolante, che obblighi i singoli paesi a rispettare l'impegno di promuovere politiche per limitare di 2 gradi la crescita della temperatura globale, continua a essere uno dei principali problemi per il raggiungimento del target e, nello stesso tempo, il presupposto per cui nel 2015 a Parigi si riuscì a stringere il patto.

  

Nonostante i proclami, negli ultimi due anni non si sono fatti molti passi avanti in termini di decisioni politiche. Guidare un processo così complesso attraverso nuove leggi e veti, che per risultare efficaci devono essere quantomeno radicali, porta ogni governo a fare i conti con l'assetto industriale del proprio paese. La decisione di Donald Trump di non dare seguito agli impegni presi dall'amministrazione Obama dipende anche da questo, con il presidente degli Stati Uniti che ha scelto di stare dalla parte dell'industria più reticente al cambiamento, come quella del carbone.  

  

Sotto traccia e dietro ai meeting politici, qualcosa però si muove. Sono le stesse major energetiche che, schiacciate tra la pressione sociale e le richieste delle principali istituzioni finanziarie, di fronte alla titubanza dei governi hanno deciso di rendere trasparente l'impatto ambientale delle proprie produzioni e ridurlo. Scoprendo che azioni del genere ripagano sia in termini di ritorno di immagine che dal punto di vista economico, rendendo anche più efficienti i processi produttivi. Dopo essere state accusate per anni di insabbiare il dibattito sui cambiamenti climatici, ora le imprese dell'oil and gas hanno un ruolo attivo nella loro mitigazione. 

   

Pochi giorni fa la società petrolifera quotata più grande del mondo, ExxonMobil, ha annunciato che inizierà a pubblicare dei report sul possibile impatto dei cambiamenti climatici sui suoi affari, cedendo alle richieste degli investitori che da tempo spingono per avere informazioni più dettagliate sui rischi che corrono. Exxon monitorerà e pubblicherà anche gli effetti delle eventuali decisioni politiche che si prenderanno da ora in avanti per limitare le emissioni e la temperatura globale. Qualche settimana fa la compagnia americana aveva già fatto sapere di essersi unita con altre major europee per ridurre le emissioni di metano provenienti dalle attività estrattive. L'accordo, stretto con Eni, Repsol, Shell, Statoil, BP, Total e Wintershall riunite nella Climate and Clean Air Coalition, prevede anche di fornire con maggiore trasparenza i dati sulle emissioni derivate dalle proprie attività e l'impegno di ridurle quanto più possibile.

  

Exxon non fa invece parte dell'Ogci, l'Oil and Gas Climate Initiative, che riunendo dieci grandi compagnie rappresenta oltre il 20 per cento della produzione mondiale di idrocarburi. Tre giorni fa l'Ogci ha annunciato di aver aderito alla Breakthrough Energy Coalition, una rete di investitori privati, governi e istituti di ricerca, fondata da Bill Gates, che promuove lo sviluppo di tecnologie per l'innovazione energetica. Una parte degli investimenti già previsti dalle dieci compagnie sarà utilizzata per i progetti studiati dall'organizzazione di Gates. Un modo per dimostrare che l'impegno assunto non si riduce solo al confronto autoreferenziale all'interno di associazioni di soli petrolieri. Fino a ora le dieci compagnie avevano individuato due tipi di interventi che possono incidere significativamente sull'impatto delle loro produzioni: lavorare sulla cattura e lo stoccaggio della Co2 e ridurre le emissioni di metano.

  

Le aziende petrolifere hanno anche iniziato a diversificare il loro business interessandosi alle rinnovabili. Lo fanno già Total, Statoil e Eni, realizzando parchi eolici e fotovoltaici direttamente o tramite controllate, mentre lavorano anche sulla conversione delle loro raffinerie per produrre biocarburanti. Recentemente Eni ha anche siglato un accordo con Snam che prevede lo sviluppo in Italia di stazioni di rifornimento a metano per supportare una mobilità più sostenibile. Ridurre l'inquinamento nel settore dei trasporti, che contribuisce per circa il 30 per cento alle emissioni di Co2, è un impegno concreto che si può portare avanti anche con i carburanti alternativi e su cui molte aziende dell'oil and gas stanno lavorando. Snam, in Italia, si è impegnata con un investimento di 150 milioni a realizzare 300 nuovi distributori di gas naturale. Nel Regno Unito Shell ha già iniziato a installare distributori di idrogeno e a settembre ha annunciato di voler investire un miliardo di euro in energie low carbon da impiegare nel trasporto pesante, marittimo e aereo.

  

Un modo per farsi trovare preparati al "cambiamento climatico" delle banche, sempre meno propense a finanziare progetti che riguardano gli idrocarburi. Proprio dal summit di Parigi la Banca mondiale ha fatto sapere che dal 2019 non finanzierà più progetti per l'esplorazione e l'estrazione di gas e petrolio a eccezione di quelli che promuovono l'accesso all'energia nei paesi più poveri. Inoltre, a partire dal prossimo anno, l'organizzazione pubblicherà i dati sulle emissioni di gas serra dei progetti che finanzia nel settore dell'energia. In ordine di tempo, questa è solo l'ultima azione che detta una linea chiara per il futuro delle imprese del settore. Ancora una volta però non viene dalla politica, ma da un istituto di credito.

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