Non solo Tap. L'energia sprecata è quella a "chilometro zero"

Alberto Brambilla

Roma. Mentre la situazione sta tornando alla normalità, l’indomani dell’esplosione dell’hub gasiero a Baumgarten in Austria in Italia si torna a discutere della diversificazione delle fonti di approvvigionamento degli idrocarburi. La fornitura è tornata regolare dalla mezzanotte di ieri. Molti commentatori, seguendo la corretta battaglia politica del ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, contro il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, hanno insistito sulla necessità di realizzare il gasdotto Tap al quale s’oppongono alcuni movimenti di cittadini nel Salento, l’approdo del tubo che parte dal Mar Caspio.

 

Per Paolo Scaroni, ex ad di Eni e vicepresidente di banca Rothschild, le polemiche in Puglia sono “incomprensibili”. “L’Europa – dice Scaroni – consuma circa 450 miliardi di metri cubi di gas e l’Italia 70 miliardi. Per la prima fase di sviluppo il Tap ne porta 10 miliardi. Certo – aggiunge – i destini del mondo non dipendono dal Tap, e non risolve il problema dell’approvvigionamento energetico, ma è positivo perché porta gas dall’Azerbaijan ed è un’opera che va fatta”. Il problema maggiore (soffocato dalle polemiche) è il sottoutilizzo dei giacimenti nazionali contro cui si schierò il movimento No Triv perdendo un referendum l’anno scorso. Il settore estrattivo è un pezzo importante dell’industria e dell’economia italiana: fornisce parte delle risorse energetiche necessarie al sistema perché genera crescita, occupazione ed entrate fiscali. Gli idrocarburi prodotti soddisfano il fabbisogno nazionale al 10 per il gas e al 7 per cento per il petrolio. Questa attività è svolta da un’industria che occupa circa 30 mila lavoratori (tra diretti e indotto) spesso ad altissima specializzazione, soprattutto in Emilia Romagna.

 

La regione è stata illuminata ieri dal Financial Times come zona d’elezione per la meccanica avanzata (automazione e robotica), ma è anche sede del distretto del gas di Ravenna dove di costruiscono macchinari per il settore petrolifero. Se si considerano il potenziale di riserve inesplorato, il benchmark con altri paesi produttori in Europa e i risultati di numerose ricerche, si può affermare la possibilità di raddoppiare la produzione nazionale di idrocarburi in dieci anni – lo diceva la Strategia energetica nazionale del 2013 –, con effetti diretti sulle casse pubbliche (crescerebbe per esempio il gettito delle royalty), sull’occupazione e soprattutto sugli investimenti (stimati in circa 15 miliardi di euro aggiuntivi), con ulteriori ricadute sui territori ospitanti e con un risparmio sulla bolletta energetica di circa 5 miliardi di euro l’anno. La scarsa consapevolezza della ricchezza dei giacimenti sta rendendo il sistema italiano meno competitivo, gravato da tempistiche lunghe per ottenere i permessi di esplorazione e perforazione, possibili veti locali che rallentano il processo, e una teoria di imprese estere che hanno tentato di lavorare in Italia salvo poi rinunciare. Massimo Nicolazzi, docente di Economia delle fonti energetiche all’Università di Torino, dice che “quando perforare faceva simpatia, invece che orrore, eravamo vicini ai 20 miliardi di metri cubi di produzione nazionale, oggi siamo a cinque”. Nicolazzi dice che siamo un paese che potrebbe dare al massimo qualche miliardo di nuovi metri cubi all’anno in più. “Ma non stiamo parlando di questo: il processo per ottenere permessi è un incubo, l’alto Adriatico ha un notevole potenziale ma si è diffusa l’idea che perforare faccia sprofondare Venezia, e c’è un governatore (Emiliano) che chiede gas per produrre acciaio ma non vuole il gasdotto. Il problema – conclude – è che il potenziale è significativo ma nessuno prova più a ottenerlo: l’investimento in Italia genera terrore. In questo clima dobbiamo ritenere gli idrocarburi italiani esauriti ope legis”, ovvero per opera della legge, per la burocrazia.

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