Alla faccia dei protezionisti

Redazione

Non più solo lusso, alimentari e le Jeep by Sergio Marchionne, che hanno retto l’export nel periodo buio della crisi. Nelle imprese italiane è in atto una rotazione di attrattività che vede al primo posto la tecnologia, seguida da media e editoria, tempo libero, salute, manifattura e naturalmente auto e componentistica. E’ quanto emerge dalla classifica di K Finance, partner di Borsa Italiana, dall’analisi dei bilanci 2016 di 49 mila società in 17 settori. “Stiamo diventando più competitivi grazie a un mix di congiuntura favorevole, cambiamento culturale e incentivi”, dice K Finance, evidenziando l’impulso (ad esempio nei media) della digitalizzazione e dalla conseguente apertura ai mercati globali, che “suscita l’interesse di investitori e fondi”. Egualmente prosegue il boom dell’export, secondo l’Istituto per il commercio estero e Prometeia con il record di 450 miliardi ormai vicino, e tutte le previsioni superate: la crescita stimata era del 3,8-4 per cento, già nei primi tre trimestri eravamo al 7,3. Le esportazioni crescono oltre il 20 per cento in Cina e Russia, e oltre il 10 in Sudamerica, Asia e Africa. Con exploit tipo la farmaceutica negli Usa (più 48,5 per cento) e Regno Unito (45,3). Tutto ciò sta spingendo l’Italian sounding, e quindi i progetti di governo e imprese per sfruttare e promuovere immagini, marchi e denominazioni che evocano l’Italia. “La stessa possibile intesa su una Brexit soft è una buona notizia per il mondo agricolo, anche perché mette fine all’incertezza”, dice il presidente di Confagricoltura Giansanti. “Siamo per un accordo di libero mercato che tuteli le nostre produzioni. Senza, avremmo un impatto negativo di gran lunga superiore a quello delle sanzioni verso la Russia”. Con buona pace di protezionisti, sovranisti e nostalgici del chilometro zero.

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