Sollievo a Basilea, le banche festeggiano regole certe e più morbide

Alberto Brambilla

Roma. Il settore bancario europeo ha festeggiato con rialzi in Borsa l’accordo raggiunto giovedì dal Comitato di Basilea, il foro di confronto tra le maggiori Banche centrali. Dopo quattro anni di trattative conflittuali tra Europa e Stati Uniti, il Comitato ha posticipato al 2022 l’applicazione di un pacchetto di riforme (chiamato Basilea IV) sui nuovi requisiti di capitale dei grandi istituti, nato dall’esigenza di rafforzare il sistema dopo la crisi finanziaria. L’indice Stoxx Europe 600, che comprende le principali banche continentali, è balzato del 2,2 per cento venerdì e i listini nazionali sono stati sostenuti dalle performance dei titoli finanziari.

 

Secondo il presidente di Société Générale Lorenzo Bini Smaghi (LBS, come si sigla) la chiusura dell’accordo “riduce l’incertezza per il settore perché finalmente si sa dove si va e qual è il quadro regolamentare per i prossimi anni: c’è più tempo a disposizione e costi inferiori al previsto, e il mercato si tranquillizza”.

 

L’accordo di compromesso include l’armonizzazione, secondo requisiti meno stringenti del previsto, del modo in cui le banche pesano a bilancio il rischio relativo a mutui, prestiti, investimenti, livellando il campo di gioco nel tentativo di migliorare la salute degli istituti che a lungo consideravano Basilea IV come uno spauracchio. “Una pietra miliare che renderà il sistema di patrimonializzazione più solido e migliorerà la fiducia nel sistema bancario”, ha commentato Mario Draghi, presidente del gruppo dei governatori e dei capi della vigilanza delle principali Banche centrali. Un approccio più graduale darà sollievo soprattutto alle banche europee che soffrono in casa la concorrenza di quelle americane.

 

L’aspetto più controverso, motivo di attriti tra una sponda e l’altra dell’Atlantico, è l’introduzione di una soglia minima in base alla quale i requisiti di capitale possono essere calcolati secondo modelli interni agli istituti (modello in uso in Europa) o secondo il modello standard (modello in uso in America). La decisione è stata che i requisiti di capitale calcolati con il modello interno non risultino inferiori al 72,5 per cento rispetto a quelli calcolati con il modello standard. L’adeguamento comincerà nel 2022 e la soglia dovrà essere gradualmente raggiunta entro i successivi cinque anni. A requisiti più stringenti corrispondono oneri maggiori per le banche. Ora l’impatto viene contenuto. L’Autorità bancaria europea (Eba) ha calcolato che l’impatto delle misure sul capitale delle banche continentali si attesta a 39,7 miliardi di euro. In precedenza, invece, uno studio di Pricewaterhouse stimava una carenza di 800-900 miliardi, una cifra talmente enorme che rendeva “irrealistico” fare ricorso al mercato per raccoglierla, quindi con il rischio di nuovi salvataggi pubblici. La riforma aiuta i grandi istituti come Deutsche Bank (più 3,4 per cento venerdì in Borsa) che si trovano a competere con le grandi banche d’affari americane penetrate in Europa. “Le grandi banche americane sono cresciute in Europa – dice Bini Smaghi – mentre quelle europee si sono ridimensionate. Il pendolo della regolamentazione si è fermato in Europa, ma l’America è un passo avanti perché lì sta tornando indietro”. L’Amministrazione di Trump ha un approccio più lasco rispetto a quella di Obama, ed è incline alla deregolamentazione finanziaria. Per le banche italiane, invece, la notizia positiva uscita dalle decisioni del Comitato di Basilea è l’accantonamento dell’ipotesi – sostenuta in particolare dalla Germania – di pesare il rischio dei titoli di stato (ora a “rischio zero”) nei bilanci degli istituti: una eventualità che ha preoccupato accademici di diversa estrazione e ha tenuto sulle spine i banchieri. Piazza Affari è stato il migliore listino europeo venerdì (più 1,4 per cento), l’indice è stato trainato da Unicredit (più 4,1 per cento) e da Banco Bpm (più 2,9) e dal resto del settore bancario (più 3 per cento l’indice di settore). Le banche italiane sono cariche di 365,8 miliardi di titoli di stato e hanno alleggerito le posizioni durante l’estate. “Il problema è che le banche sono fatte per prestare soldi e fare gli interessi degli azionisti, non comprare titoli di stato, quello lo fanno gli investitori istituzionali. Il rischio è di ridurre la spinta a liberarsene”, conclude Bini Smaghi, già membro del board della Bce. Tuttavia l’anno prossimo la Bce potrebbe produrre degli stress test calcolando il rischio dei titoli di stato in possesso, operando comunque una moral suasion per svincolare le banche dal rischio sovrano. 

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