L'ammutinamento dei sindacalisti-parlamentari contro il governo

Paolo Emilio Russo

Potrebbe sembrare un dispetto qualunque di fine legislatura fatto dalla maggioranza al governo, che aveva espresso parere contrario. L’approvazione in commissione Lavoro, alla Camera, dell’emendamento che modifica la governance di Inps e Inail grazie ad un voto unanime e contro il volere dell’esecutivo ha invece il sapore dell’ammutinamento di un mondo - trasversale - legato al sindacato e alle associazioni di categoria. I due enti previdenziali, come si evince dalla relazione, rappresentano “una straordinaria potenza finanziaria pari al 15-16% del Pil” che, di qui a qualche tempo, potrebbe essere consegnata ad un Consiglio di strategia e di vigilanza composto di rappresentanti dei sindacati e delle categorie d'impresa.

 

L’emendamento, approvato a sorpresa, ricalca una proposta di legge scritta da Cesare Damiano chiamata “Modifica dell'ordinamento e della struttura organizzativa” ed è il risultato dell’unificazione di testi presentati da Antonio Placido di Si, dall'ex grillino Marco Baldassarre e della quale era stata relatrice un’altra ex sindacalista, Titti Di Salvo. Visto l’avvicinarsi delle elezioni, Damiano e gli altri commissari hanno provato a concretizzare il “vecchio” progetto sfruttando la corsia preferenziale della legge di Bilancio ed hanno trovato l’appoggio di tutti i gruppi, compreso di FI, che era rappresentata dall’ex sindacalista Renata Polverini.

 

La riforma prevede la “ridefinizione dei processi decisionali”, “superando l'attuale sistema monocratico”, e dispone il potenziamento del ruolo del Consiglio di strategia e vigilanza. Quest’ultimo diventa di fatto l'organo preminente. Se oggi il presidente dell’Inps Tito Boeri ha buoni margini di manovra, una volta che la riforma sarà approvata in via definitiva dovrà attenersi a linee guide decise da altri, cioè sindacati ed associazioni di categoria. Così dispone il testo: “Il Consiglio dell'Inps è composto da 15 membri: uno in rappresentanza del ministero del Lavoro (...) e i restanti 14 per metà in rappresentanza delle associazioni sindacali dei lavoratori dipendenti (...) e per metà delle organizzazioni dei datori di lavoro”.

 

All'Inail stessa solfa, tranne che i membri sono 16: se ne aggiunge uno nominato dall’Associazione mutilati e invalidi del lavoro. Ecco fatto: Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria, Legacoop, Confesercenti e Coldiretti e i loro fratelli minori potranno gestire direttamente - o quasi - gli accantonamenti della stragrande maggioranza dei lavoratori. Lo avevano chiesto loro il 26 giugno 2012 sottoscrivendo insieme un documento per stimolare Governo e Parlamento a farli entrare dalla porta principale, coinvolgerli nella gestione per “verificare che le risorse siano gestite coerentemente”. Cinque anni dopo, il risultato è alle porte; via i manager-commissari e le strutture agili, di stampo aziendale, si torna ai tavoli affollati e alla “concertazione” come nel 1990. Pure i “nuovi” cda, alla faccia della politica che batte in ritirata, non brilleranno per indipendenza: i quattro membri del consiglio di amministrazione di Inps e Inail saranno indicati dal governo, ma dovranno avere il via libera con un voto delle commissioni Lavoro a maggioranza assoluta: con la concertazione, torna pure la lottizzazione insomma. Il governo spera di uscirne sollevando, come ha fatto il sottosegretario Luigi Bobba, una questione regolamentare: perché mai la riforma dovrebbe essere approvata con la Finanziaria? Deciderà la commissione Bilancio. Certo l’ammutinamento non si è concluso lì: dopo qualche minuto la stessa commissione ha rimandato sotto il governo, stavolta raddoppiando le mensilità - portandole a 8 - che spettano al lavoratore in caso di licenziamento.

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