La doppia vittoria Meloni: le regionali e il sostegno a Zelensky

Idee e spunti per sapere cosa succede in Italia e nel mondo selezionati per voi da Giuseppe De Filippi
13 FEB 23
Ultimo aggiornamento: 17:35
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Foto di Filippo Attili, Palazzo Chigi, via LaPresse&nbsp;<br />

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Giorgia Meloni potrebbe essersi tolta un po’ di impacci nel cammino del suo governo. La doppia vittoria della sua coalizione in regioni di gran peso è fin troppo evidente come sigillo al consenso ricevuto. Meno evidente, ma forse di qualche utilità perfino maggiore per il presidente del Consiglio, c’è l’emersione del putinismo come elemento politico di disturbo al governo. Il punto è nell’emersione, cioè nella visibilità, garantita con le frasi circostanziate e puntute di Silvio Berlusconi. Grazie alla programmaticità di quella posizione espressamente contraria al sostegno a Volodymyr Zelensky ora Meloni può dividere la maggioranza in un noi e in un loro, fruendo della sua posizione di forza a Palazzo Chigi.
Ovviamente è chiamata ancora di più, come notava oggi il Foglio, a definire in senso europeista e non populista la sua azione di governo. Le risorse per farlo, come è noto, sono scarse, proprio come risorse umane e cioè come teste pensanti della sua maggioranza. Questo è notoriamente il suo problema, ma la chiarezza del dopo voto e del dopo proclama antizelenskiano rendono più lineare anche l’attività di ricerca del consenso politico ampio sulla linea meloniana. Non si intende qui parlare di shopping parlamentare, ovviamente, ma del posizionamento del governo su una possibile linea riformista, alla quale poi l’intendenza politica seguirà. Per Meloni c’è il vantaggio di un cammino obbligato. L’ambizione riformista diventa un obbligo con i risultati di oggi a consolidare quelli di settembre, mentre il revisionismo esteso, pure oltre le varie abiure già consumate, è un portato non evitabile delle bizze putiniane in maggioranza.
I 5 stelle restano come partito barzotto, con una certa forza associata ad altrettanta debolezza, in quel limbo inutile da cui non saranno mai maggioranza né daranno mai più energie utili per accordi di cartello vincenti. La loro autoghettizzazione in una posizione populista e assistenzialista ne farà un caso di studio politico, per la probabile creazione di una specie di enclave dell’antipolitica in forma stabile in una quota stabilmente minoritaria dello spettro parlamentare italiano.

Le tre "cose" principali

Fatto #1
Piccola postilla su Attilio Fontana e, a rovescio, sul bravo Alessio D’Amato. In molti osservano con incredulità la resistenza del presidente lombardo riconfermato rispetto alla pessima gestione della sanità regionale durante la pandemia. Due spiegazioni del mancato effetto pandemia sul voto (che è stato evidente anche alle politiche di settembre) ci sembrano interessanti. La prima è un generale rifiuto di tutto ciò che riguarda e ha riguardato quel periodo. A dispetto di qualche combattiva dichiarazione sulle indagini da realizzare e le responsabilità da ricostruire nel profondo della psicologia pubblica prevale il desiderio di cancellare i ricordi negativi e di guardare avanti.
Così il voto a favore di chi ha perso un po’ la bussola durante la pandemia diventa quasi uno strambo ma diffuso gesto scaramantico affinché il passato venga dimenticato e allontanato. Il secondo aspetto, che ha a che fare anche con il risultato molto debole di D’Amato, è che la competenza nella gestione della pandemia non è stata mai veramente politicizzata, né questa operazione era possibile. Perché i politici e gli amministratori che hanno seguito saggiamente e scrupolosamente le indicazioni dei tecnici medici, come ha fatto D’Amato e, in Lombardia, come è stato fatto con la rimozione dell’assessore un po’ pasticcione, sono sempre stati visti dall’opinione pubblica come esecutori di piani e strategia decisi da staff di esperti, con competenza specifica nella sanità pubblica. Insomma, avete fatto bene ad applicarne le prescrizioni ma questa adesione, anche se pienamente convinta e ben realizzata, non conferisce al politico una maggiore credibilità né ne aumenta il consenso.
Per gli appassionati: in aprile c’è il Friuli Venezia Giulia al voto, con il solidissimo Massimiliano Fedriga in grado di proporsi con lista più personale che leghista e tentare quindi un affrancamento graduale dalla guida salviniana del suo partito
Fatto #2
Fatto #3

Oggi in pillole