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La polemica sulla legge elettorale divampa ora. Un paradosso
Idee e spunti per sapere cosa succede in Italia e nel mondo selezionati per voi da Giuseppe De Filippi
di
7 SEP 22

Foto di Fabio Frustraci, via Ansa <br />
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Non esiste l’uninominale corretto, esiste l’uninominale e basta. Anche la nostra legge elettorale appartiene a quella categoria, perché la cosiddetta quota proporzionale diventa per forza una specie di spalmatura uniforme, un tacco sotto alle scarpe di tutti, ma non in grado di modificare le altezze relative. Chi l’ha scritta (oggi se la rinfacciano un po’ da varie parti, con Enrico Letta a criticarla e molti altri pronti alla facile risposta sull’origine piddina della legge) intendeva forse rispondere a troppe esigenze, o a troppe furbizie, e ha finito per scrivere una legge oggettivamente molto complicata, ma la cui applicazione non riesce a sfuggire alla regola fondamentale dei sistemi uninominali e cioè al vantaggio per chi in un collegio prende il maggiore numero di voti.
Il metodo a collegi chiusi, da ciascuno dei quali esce un solo eletto, ha brillantissime applicazioni nel mondo, qui siamo riusciti a renderlo perverso perché lo facciamo operare di nascosto e gli abbiamo accostato una consistente quota di attribuzione di seggi con legge proporzionale e abbiamo creato una confusione terribile, in cui i proporzionalisti credono di vivere nel loro mondo preferito e gli uninominalisti pure. I due sistemi non possono convivere, né mischiarsi. Sono come olio e acqua. Ma l’uninominale è caratterizzante, cioè dà vantaggi rilevanti, mentre il proporzionale è più bonario, tendente a far contenti tutti.
Le tre "cose" principali
Fatto #1
Fatto #2
Fatto #3