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Mi sarà scappato un pro, ma io sono anti... e poi che diavolo, siamo tutti italiani!

Fascismo, antifascismo, nazione. È il titolo di un libro di Renzo De Felice, ma è anche la didascalia perfetta per una scena dei "Tartassati" (1959) con Totò e Aldo Fabrizi. La dimostrazione di come la commedia possa servire da educazione civica in pillole.

17 Dicembre 2017 alle 13:35

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Immagino lo spaesamento di un ragazzino di oggi davanti a certe liti furibonde su fascismo, antifascismo, neofascismo e postfascismo. Siccome la vita è come un cinema in cui entriamo tutti a spettacolo iniziato, e può essere utile qualcuno che ci riassuma a grandi linee le scene precedenti, propongo al mio ipotetico adolescente di guardare un paio di minuti di un vecchio film di Steno, I tartassati (1959). Lì c'è tutto il necessario per orientarsi, una specie di ricapitolazione iper-accelerata delle trasformazioni della coscienza pubblica degli italiani dalla marcia su Roma alla Seconda Repubblica.

Seguendo l'imbeccata del suo machiavellico consulente fiscale, interpretato dal grande Louis de Funès, Totò cerca di ingraziarsi un maresciallo della tributaria, Aldo Fabrizi, giocando sulle comuni simpatie politiche. In un primo momento, convinto per un equivoco che Fabrizi sia fascista, Totò si cala nella parte e improvvisa anche un "Maresciallo, maresciallo" sulle note di Giovinezza: sono gli anni del consenso al regime. Poi però salta fuori che Fabrizi non è affatto un nostalgico, e Totò si allinea in un baleno, derubricando la sua precedente adesione a un "mi sarà scappato un pro, ma io sono anti": è quel che hanno fatto molti italiani dopo il 25 aprile, senza troppi esami di coscienza. Ma lo stratagemma non funziona, il maresciallo non ci casca, e allora Totò prova una terza via: "E poi che diavolo, siamo tutti italiani!". È la strada imboccata dagli anni Novanta, quando Berlusconi portò nell'area di governo i fascisti del Msi diventati nel frattempo i postfascisti di Alleanza Nazionale: a seguire, dibattiti infiniti ad usum del Fini sui ragazzi di Salò, il sangue dei vinti, il cuore nel pozzo, i libri di storia, e allora le foibe?, eccetera. Fascismo, antifascismo, nazione - come nel titolo di uno degli ultimi libri di Renzo De Felice. 

A questo punto il ragazzino, imparato a memoria il bignami di Steno, potrebbe chiedermi dritte su altri film che lo aiutino a capire lo stato attuale delle cose. Sarà per una prossima lezione. Se però vive a Roma nell'anno secondo dell'Era Raggista, gli consiglio intanto di rivedere Anni ruggenti (1962) di Luigi Zampa, che racconta la visita in incognito di un ispettore fascista in un paesino pugliese. Per l'occasione il podestà si precipita a far sparire tutta la sporcizia, il degrado e il marciume dalle strade. Arrestano nella notte un dissidente ubriacone, e mentre i carabinieri lo accompagnano in carcere canta lui pure una strofetta sulle note di Giovinezza. Fa così: "Che schifezza, che schifezza, tutto pieno di monnezza". 

Guido Vitiello

Fondatore, qui sul Foglio, dell'Ordine mendicante dei Padri weimariani, che pregano per scongiurare l'apocalisse della Repubblica. Bibliopatologo per Internazionale. Accanto a questi lavori largamente immaginari, insegno cinema alla Sapienza di Roma, collaboro anche con IL e scrivo libri di vario argomento. Tutto il resto (se c'è) è su guidovitiello.com

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Commenti all'articolo

  • Jack McGuire

    18 Dicembre 2017 - 20:08

    Brutta roba la dimenticanza. Lucio Dalla ebbe un colpo di genio quando compose " Come è profondo il mare" che dice molto di questo disgraziato paese e di quelli che lo abitano. Servirebbero molti pezzi di specchio per poterci guardare e riconoscerci per quel che siamo. Altro che italiani brava gente.

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