Non è Goethe, non è grand-opéra. Come ti smaschero il “Faust” di Gounod

L’impressione che dà questa produzione divertente e profonda è che Gounod sia davvero il rovescio della medaglia di Offenbach. Uno spettacolo che ti svela un aspetto dell’opera che ti era sempre sfuggito è uno spettacolo riuscito. Erath e Rustioni, grande show alla Scala

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(Foto Getty)

Dulcis in fundo? Il Faust di Gounod, ultimo spettacolo del 2025-26 della Scala, è forse il miglior spettacolo di una stagione non memorabile: e dire che il cast è in gran parte il risultato del riciclo di una Semiramide che comunque, mancando dal Tempio dal 1962, sarebbe ora di decidersi a fare. La regia di Johannes Erath è, intanto, eccezionale dal punto di vista tecnico, un moto perpetuo di personaggi e loro doppi, figuranti, ballerini, coristi, comparse, tutto il traffico diretto con grande mano teatrale. Si sa che ormai da decenni il Faust viene rappresentato denunciando l’ipocrisia della grossa grassa borghesia ottocentesca che ne aveva fatto la sua opera feticcio: nell’età dell’innocenza, il Metropolitan di New York era stato ribattezzato Faustspielhaus.
Erath però fa un passo avanti. Ambientando l’azione in un circo o in un teatro nel teatro, di volta in volta l’Opéra Garnier o la stessa Scala, moltiplicando le metamorfosi di un Mefistofele di volta in volta domatore, Papa, anatomopatologo e perfino diavolo, mentre il povero Valentino è sfottuto come Pierrot con una lacrima sul viso e un palloncino in mano, Erath svela la sostanziale insincerità di quest’opera, che alla fine è un finto Goethe, un finto misticismo di un finto abbé, e perfino un finto grand opéra (a proposito: prima o poi, meglio prima che poi, la Scala potrebbe pure proporre l’ur-Faust, quello originale formato opéra-comique del 1859 prima dell’inciccionimento di dieci anni dopo, che è meno kolossal ma più coerente). Insomma, l’impressione che dà questa produzione divertente e profonda è che Gounod sia davvero il rovescio della medaglia di Offenbach. E si sa che uno spettacolo che ti svela un aspetto dell’opera che ti era sempre sfuggito è uno spettacolo riuscito.
Tanto più che, per una volta, regia e podio procedono nella stessa direzione. Daniele Rustioni non si limita a dirigere benissimo un’orchestra e un coro in forma smagliante; riesce anche a condire valzer sospirosi e kermesse chiassose e magniloquenti cori bellici modello “retour de Solférino” con una sottile ma percettibile ironia. Dopo tre ore e 40 di spettacolo, veniva perfino voglia di credere all’Apothéose terminale con la peccatrice assunta in cielo fra cori angelici, fiumi di parole e fumi d’incenso. Peccato, per inciso, che nessun regista pensi mai di collocarla nella basilica del Sacre-Coeur, quel mostruoso preservativo di pietra infilato sullo skyline di Parigi (ma un po’ posteriore, per la verità, in quanto espiazione dei crimini della Comune).
Tornando alla Scala, fra quel che si vede e quel che si sente non ci si annoia un attimo, e talvolta l’attimo è così bello che viene davvero voglia di fermarlo. A seguito dello sciopero alla prima e di altre inconvenienze teatrali, al cronista è toccato il secondo cast che comunque, a parte un Valentino imbarazzante, era di buon livello. Julien Dran, Faust, ha un serie di atout: è belloccio, madrelingua, ha una graziosa vocina da tenore lirico, smorza il famigerato contre-ut della cavatina e soprattutto non è Vittorio Grigolo. Forse il suo è però più un canto di fibra che di tecnica. Bravissima Ekaterina Bakanova, teoricamente un lirico-leggero che curiosamente funziona più nella canzone del roi de Thulé e nella romanza all’arcolaio, incantevole, che nell’aria dei gioielli. Gli altri erano tutti piuttosto bravi, come Marcela Rahal, Siebel, e per fortuna c’era il Mefistofele titolare, Alex Esposito, di cui si può dire soltanto che è evidentemente nato per cantare questo personaggio, grandioso e gaglioffo insieme come questo capolavoro sconcertante.