Il senso dell’asta Feltrinelli vs Mondadori a Milano e il destino delle librerie. Senza retoriche

A Milano Mondadori vince regolarmente l’asta per i locali occupati da Feltrinelli in piazza Duomo. La vicenda riapre il dibattito sulla crisi delle librerie italiane, tra affitti elevati, margini ridotti e un mercato che fatica a sostenere i punti vendita anche nelle grandi città   
3 NOV 26
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(Foto Getty)

Volendo tenere ben teso il filo logico rivoluzionario che un responsabile della comunicazione di Feltrinelli illustrò al nostro giornale (se i maranza avessero una coscienza politica, “avrebbero scassinato una Mondadori”), si potrebbe arguire che Librerie Feltrinelli dovrebbe essere ben contenta del futuro trasloco: almeno alla prossima manifestazione in piazza Duomo potranno sfondare davvero le vetrine di Mondadori, e non le loro. Perché, seguendo lo strabiliante filo logico politico, Mondadori non è una casa editrice e catena di librerie commerciali, esattamente come Feltrinelli, ma un nemico politico. Del resto l’idea è stata corroborata da un titolo di Repubblica, pagine addirittura nazionali: “Mondadori espugna la Galleria - Feltrinelli fa ricorso”. Espugna, ohibò. Manco fossero arrivati i cassueurs. In realtà si è trattato di una regolarissima asta per l’assegnazione di spazi di proprietà del Comune da affittare.
E Mondadori ha semplicemente presentato un’offerta migliore. Ma la storia è gustosa anche perché apre una vetrina anche sul pessimo stato delle librerie in Italia. Che ha molti perché, in gran parte economici.
Prima la storia dell’espugnazione (ohibò). La meritoria politica iniziata dalle giunte Sala di adeguare ai valori di mercato i canoni di locazione dei suoi immobili commerciali ha già fruttato 90 e più milioni al Comune. Ora è arrivato il turno dei locali occupati da Feltrinelli Duomo. E si scopre che: la concessione di Feltrinelli, dal 2006, è scaduta nel 2018 e la libreria aveva richiesto un rinnovo automatico, come avvenuto in Galleria per altri negozi storici. Il Comune ha però respinto la proposta, e Feltrinelli ha fatto ricorso: ma sia il Tar sia il Consiglio di Stato hanno dato ragione al Comune (che tra l’altro chiede un indennizzo per i sei anni di occupazione illegittima dei locali). E si arriva all’asta, indetta dallo specialista assessore al Bilancio e al Demanio, Emmanuel Conte, che ha proposto una base d’asta persino agevolata: 434.090 euro l’anno, a patto di rispettare un vincolo di 18 anni per cui in quei locali si venderanno soltanto libri. Molto ragionevole e corretto. Alla fine Mondadori ha fatto l’offerta più alta. E ha vinto. Salvo che Feltrinelli ha annunciato un nuovo ricorso, sulla presunta irregolarità del bando.
A guardare con occhio distaccato, attraverso le luci delle vetrine, si direbbe una normale operazione di mercato, guidata con trasparenza dal Comune proprietario. Una disputa tra due catene commerciali per un punto vendita che ha, fondamentalmente, un solo pregio: i (non troppi) compratori di libri in quei locali ci cascano dentro. Nelle altre librerie, dove bisogna andarci apposta, ci vanno molti meno clienti, si fa prima su Amazon. Dall’altra parte della piazza, per esempio, c’è un altro store Mondadori, forse (ma è solo un’ipotesi) meno “sul passaggio”. 
Pochi mesi fa ha chiuso a Milano, tra grandi proteste di cittadini e del mondo della cultura, la storica libreria Hoepli. Non per la barbarie dei tempi, ma perché in libreria si va di meno, persino nella capitale riconosciuta dell’editoria e del consumo librario.
Qualche giorno fa è stato presentato il primo report sulle librerie italiane realizzato dalla Associazione librai italiani e dal Centro per il libro. Nonostante siano stati censiti 4.451 punti vendita, e un fatturato in leggera crescita, il dato che ha fatto i titoli è che l’83 per cento dei comuni italiani non ha una libreria, e contando i comuni sotto i 5.000 abitanti si arriva al 95 per cento. La verità, fuori dalle retoriche sul paese che non legge, è che non è un dato per cui strapparsi le vesti – nonostante il Piano Olivetti per la Cultura si sia meritoriamente impegnato a sostenere le librerie e le biblioteche dei piccoli centri. I libri sono una merce particolare (infatti i maranza non la riconoscono nemmeno per tale), ha un costo-punto vendita alto e una remunerazione bassissima. Davvero si può pensare che in un comune di tremila Anime un libraio si possa mantenere a furia di vendere tascabili? Ma se si fa fatica persino nel centro delle città? Sostenere il sistema delle biblioteche, anche scolastiche, ha una logica culturale. Per il resto, c’è Amazon.