Cultura
Abbattere, ricostruire e rinascere •
Ricostruire l’eterno. La lezione del santuario di Ise per non perdere il sacro
In questo rituale così tecnico e così radicato nel tempo e nella programmazione come se fosse il piano di una colossale azienda vi è, paradossalmente, un tentativo, per noi difficile da cogliere, di eternizzare l’attività umana, o, meglio, di cercare l’eterno nell’attività umana
1 NOV 26

(Foto Getty)
Il santuario più sacro della tradizione shintoista giapponese è quello di Ise. Fondato attorno al 690, ogni venti anni viene abbattuto e ricostruito interamente. Nel 2033, il santuario verrà ricostruito per la sessantatreesima riconsacrazione. Le strutture sono costruite con cipresso giapponese, utilizzando ancora oggi le tecniche con cui fu edificato la prima volta.
La ragione più apparente di questa pratica è abbastanza ovvia, ha a che fare con l’idea di transitorietà di tutte le cose e con la necessità del rinnovamento spirituale, della fine e della rinascita. Allo stesso tempo, in questo evento che si verifica ogni venti anni, vi è un significato “tecnico”. Venti anni sono più o meno il tempo di una generazione, quello necessario per passare dall’una all’altra le competenze pratiche, e la guida spirituale, per poter proseguire la costruzione e continuare a tramandarla. Poiché il santuario è costruito con un determinato tipo di cipresso, esso si regge su una programmazione di circa duecento anni, tempo necessario ad avere alberi dalla foresta al cui interno è collocato.
In questo rituale così tecnico e così radicato nel tempo e nella programmazione come se fosse il piano di una colossale azienda vi è, paradossalmente, un tentativo, per noi difficile da cogliere, di eternizzare l’attività umana, o, meglio, di cercare l’eterno nell’attività umana. Di fare apparire ciò che è eterno, anche se solo un pallido riflesso di esso, in questa rigenerazione permanente. Cosa potrebbe essere l’eterno se non ciò che sempre si rigenera e, così facendo, rimane identico a se stesso? Del resto, per noi, che siamo esseri interamente temporali, pensare il “fuori dal tempo” dell’eterno è impossibile anche per il semplice fatto che, bene o male, tutto ciò che percepiamo è nel tempo e nello spazio, ma nel tempo innanzitutto.
Questa temporalizzazione dell’esistenza sembra essere alla base anche della nostra secolarizzazione radicale (del resto cosa è il secolo se non tempo?). Le nostre chiese meravigliose, le cattedrali in marmo e pietra, rimangono certamente come testimonianza dell’aspirazione umana di avvicinare il divino, di dargli una casa in cui possa fare la sua comparsa, di farne vedere il “volto eterno” attraverso la permanenza di quei materiali così solidi. Eppure la componente museale, lo stupore della fabbricazione e della forma sembrano ormai essere tutto ciò che rimane, per noi, del divino che dovrebbero contenere, e che dovrebbe fornire il senso e la bellezza ultima a quelle pur stupefacenti architetture.
Le chiese, i nostri templi, appaiono ormai sempre più come reperti archeologici sovraffollati di turismo, avviliti dalla visita fuggevole che è testimonianza brachettona dell’impermanenza ormai inevitabile del divino in quei luoghi. Se il divino amava nascondersi nei tempi remoti, figuriamoci oggi dove se ne sarà giustamente fuggito. Da qui sopravviene naturalmente l’idea che, anche se la cosa potrebbe dispiacerci, la pura conservazione non è di per sé una strategia vincente se diviene unicamente reattiva, se non discende di continuo nel lavacro del rinnovamento che, inevitabilmente, deve essere anche distruttivo. Solo così i riti e le cerimonie possono tornare a rivestirsi di senso. Solo così i templi possono sperare di tornare a essere dimore in cui il divino possa tornare a riaffacciarsi.
Gli edifici solidi sono soggetti a crolli e la loro caduta appare irrimediabile, così come oggi ci appare irrimediabile la perdita del divino. Lo sforzo di riedificare con costanza il sacro, di cui la ritualità shintoista della ricostruzione del santuario di Ise è un formidabile esempio, appare una sfida antica e allo stesso tempo modernissima al nostro disperato e inevitabile tentativo di relazionarci con ciò che ci è più estraneo e a cui pure non possiamo fare meno di tendere, ossia l’eterno.
Uno sforzo mediato, inevitabilmente, da un’incessante attività umana che si fa essa stessa rito, che diviene essa stessa sacra, e che si rivela come l’unica via per provare a generare quello spazio in cui far emergere nel tempo ciò che invece è, eminentemente, senza tempo.