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Il repertorio reazionario che ha plasmato l’anima russa, e che ancora lo fa
La vicenda di Konstantin Rodzaevskij, tra i fondatori del Partito fascista russo, è ora ricostruita da Andrea Tarabbia in “Dio Nazione Lavoro. Anima russa e pensiero reazionario”, in uscita per Feltrinelli. “Una piccola storia assurda”, la definisce il suo autore, ma forse non così periferica come sembra
1 NOV 26

(Foto Wiki Commons)
In una calda giornata del 1928, a Harbin, in Manciuria, uno studente russo di ventun anni si arrampica sulla balaustra della facoltà di Legge e strappa una bandiera sovietica. Si chiama Konstantin Rodzaevskij, è uno degli esuli russi rifugiatisi nella Cina nordorientale dopo la rivoluzione d’Ottobre. Harbin, in quegli anni, ne accoglie moltissimi: sono antibolscevichi, sognano la caduta del regime e il ritorno in patria. Rodzaevskij, però, ha progetti più ambiziosi: riconquistare la Russia e rifondarla sul modello dell’Italia di Mussolini. Per questo, nel 1931 partecipa alla fondazione del Partito fascista russo, diventandone prima segretario e poi presidente. Spunta persino un “Abbecedario del fascismo”, con tanto di domande di ripasso per verificare che il camerata abbia capito tutto: per esempio, che il bolscevismo sarebbe una creatura dell’ebraismo internazionale. Il partito ha grandi progetti: arriva a dichiarare ventimila iscritti e vagheggia di entrare a Mosca entro il 1938. Ovviamente non ci riuscirà. Rodzaevskij, nella capitale, ci arriverà solo sette anni dopo, ma per essere prontamente arrestato, poi processato e fucilato.
La sua vicenda è ora ricostruita da Andrea Tarabbia in “Dio Nazione Lavoro. Anima russa e pensiero reazionario”, in uscita il 3 novembre per Feltrinelli. “Una piccola storia assurda”, la definisce il suo autore, ma forse non così periferica come sembra. Tarabbia ne segue gli sviluppi, ricavandone due considerazioni ben più ampie. La prima è che la postura e l’ideologia di quel movimento non sono scomparse coi suoi protagonisti: hanno attraversato il Novecento e, dopo la caduta del Muro, sono tornate a prosperare. La seconda è ancora meno ovvia: la ricerca dell’“anima russa” da parte dei fascisti ha coinciso con un mix di ingredienti (ortodossia, autoritarismo, patria, idea di missione) che sono il patrimonio identitario condiviso dai nazionalisti di oggi.
A persistere è innanzitutto la convinzione secondo cui l’occidente – incapace di comprendere la specificità della Russia – voglia indebolirla fino a smembrarla. E’ un timore, osserva Tarabbia, che può apparire incomprensibile a chi è cresciuto da noi, ma che per molti russi costituisce parte della propria identità. Lo si ritrova, tra gli altri, nel filosofo reazionario Ivan Il’in, che nel 1950, a proposito del futuro di un’Ucraina indipendente, immagina un paese destinato a perdere la propria identità sotto l’influenza europea se la Russia non saprà preservarne la “russicità”. Tarabbia accosta quelle posizioni a quelle di Vladimir Putin, che nel luglio 2021, pochi mesi prima dell’invasione, firma un articolo sull’“unità storica” di russi e ucraini: sono “un unico popolo – scrive – una cosa sola”. Il parallelo con Il’in è sinistramente consonante. Lo stesso Il’in, del resto, nella Russia putiniana non è un nome dimenticato.
Nel 2006 le sue ossa vengono traslate a Mosca, nel monastero Donskoj. Qualche tempo dopo, Putin fa distribuire ai suoi funzionari una delle opere del filosofo, “I nostri compiti”. Un gesto tutt’altro che casuale. Tarabbia, tuttavia, ha l’accortezza di non fare di Putin un allievo di Il’in. La conclusione, semmai, è più vertiginosa: c’è un repertorio reazionario di idee, immagini e parole che sopravvive all’Unione sovietica ed è sempre lì, pronto all’uso. “Non conosco – scrive Tarabbia – un popolo che abbia provato, nel corso della sua storia, a definirsi pubblicamente, a mettersi a nudo e a tracciare i confini della propria anima con maggiore costanza e ostinazione”. Del resto, cercare l’“anima russa” è stato anche un modo per chiedersi “chi siamo?”, trovare un “noi” e raccontarlo, soprattutto attraverso la letteratura. Ed è qui che il libro di Tarabbia diventa anche il racconto di un amore difficile: quello per “la più grande letteratura che sia mai stata scritta”, nata – sostiene lo scrittore – dallo stesso terreno in cui affondano le radici di quel pensiero reazionario.