Giuseppe Pedersoli: “Mio padre Bud Spencer fu un maestro della gioia”

"Il suo segreto? Film semplici e il potere di un sorriso luminoso. Gli dispiaceva non saper suonare bene, considerava Lucio Dalla e Pino Daniele due grandi poeti: 'Quando' era forse la sua canzone preferita". Intervista

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Ci salutò dieci anni fa e sabato 31 ottobre sarebbe stato il suo compleanno. Festeggiando l’ultimo disse: “Quando il Padreterno mi chiama voglio andare a vedere che cacchio succede, perché se non succede niente m’incazzo: ‘Mi hai fatto stare ottantasei, ottantasette anni così?’ Ma sono sicuro che succederà qualche cosa…”. La fiducia quasi infantile nella vita, che gliela rese straordinaria, s’estendeva anche alla morte per Carlo Pedersoli alias Bud Spencer, una biografia opposta a quella raccontata ne “La pelle di zigrino” da Balzac. Nessuna sfrenata ambizione fece di lui il primo italiano a nuotare in meno di un minuto nei cento metri stile libero; vinse un oro ai Giochi del Mediterraneo e partecipò a due Olimpiadi; diventò senza volerlo un mito del cinema amato in tutto il mondo; lavorò come chimico (senza esserlo) in Sudamerica; scrisse canzoni per Nico Fidenco e Ornella Vanoni. Fu per puro piacere pilota di nave e d’aeroplano. A Budapest gli hanno eretto una statua.
Il primogenito Giuseppe associa al suo ricordo più gioia che malinconia dopo avere presentato al Lucca Comics la seconda stagione della serie tv “Piedone - Uno sbirro a Napoli”, della quale è produttore esecutivo.

La data del 31 ottobre per l’anteprima non sarà stata casuale.
Invece sì. Un regalo di compleanno a Bud Spencer.

In fondo anche di fare cinema gli capitò.
Non nutriva velleità attoriali pur avendo per suocero il produttore Peppino Amato. Mi raccontavano che il nonno si lamentava: “Carlo Ponti ha la Loren, Dino De Laurentiis la Mangano, io solo non ho una star in famiglia”. Se fosse vissuto tre anni in più sarebbe stato accontentato. Fu Giuseppe Colizzi che chiese a mio padre, in virtù del suo fisico, di recitare in un western. Era il 1967: “Dio perdona…io no!” con Mario Girotti alias Terence Hill, il quale all’ultimo sostituì l’attore scelto per quel ruolo che s’era rotto un piede prima delle riprese. Il loro mito nacque così.

Suo padre non aveva studiato recitazione.
Interpretava se stesso. Mentre Girotti era molto meticoloso lui s’affidava alla spontaneità, che è cosa diversa dalla superficialità. Alla terza volta che ripeteva una scena diceva basta perché sapeva di non poterla fare meglio.

Il suo segreto?
Film semplici e il potere di un sorriso luminoso. Quell’omone che menava botte stabiliva subito un rapporto straordinario anche con i bambini. Creava sintonia immediata.

E come padre?
Era più discolo di noi. Con mamma razionalizzavo, con lui c’era un rapporto emotivo. Non imponeva, ma dava l’esempio.

Non l’ha spinta a praticare sport?
Mai. Quando avevo sei o sette anni mi portò a fare una prova da Novella Calligaris. Lei disse che avevo delle qualità, ma sarei dovuto andare in piscina al mattino prima di scuola e pure al pomeriggio. Papà rispose: “Siamo matti?”.

Si sentiva più Carlo Pedersoli o Bud Spencer?
Teneva più ai primati sportivi perché diceva che il successo nel cinema dipende dal pubblico e da tanti fattori, mentre vincere una gara, battere un record è frutto della sfida con se stessi. Non temeva gli insuccessi perché lo sport gli aveva insegnato anche a saper perdere con decenza: a questa parola dava molta importanza.

L’altra era “futtetenne”.
Gliela contestavo, poi ho capito che aveva ragione. A fronte di problemi seri e delle grandi sofferenze non te la puoi prendere se all’incrocio ti tagliano la strada o per qualche seccatura quotidiana.

Cosa amava della quotidianità?
La musica e le grandi mangiate. Gli dispiaceva non saper suonare bene, considerava Lucio Dalla e Pino Daniele due grandi poeti: “Quando” era forse la sua canzone preferita. Negli ultimi anni dovette controllarsi a tavola ma aveva un rapporto curioso con il peso, come le vecchie generazioni napoletane.

I nostri nonni dicevano “bello grasso”.
Non gli importava l’eccesso di chili e anche quando toccò i 165 conservava un fisico integro, mentre se ne perdeva due o tre si preoccupava: “Vuoi vedere che sto male?”. Da sportivo aveva consumato grandi quantità di cibo e non le ridusse quando smise.

Con sua madre fu amore duraturo?
Abbiamo ritrovato pure le canzoni che le dedicò quando era giovane. Lei ebbe la capacità di capirlo e non fu facile. Un giorno, ero piccolo, bussarono a casa due tizi: “Lei è la moglie di Carlo? Ci ha detto di riferirle che è naufragato con la barca ma viene appena risolve”. Un’altra volta avvertì: “Non torno a pranzo” senza aggiungere che andava a trasvolare l’Atlantico.

Come si considerava?
“Un dilettante di alto livello”. Non si prendeva mai troppo sul serio, ma visse tutto con gioia. A Napoli durante la guerra un’esplosione distrusse l’azienda di famiglia, sicché per qualche tempo emigrarono in Brasile. Lui si ambientò benissimo, anche quando visse in altri paesi sudamericani. Con apertura mentale e curiosità.

Qual era il suo rapporto con Napoli?
Di orgogliosa appartenenza. Diceva che il napoletano è un brasiliano felice.

Un’esperienza che le ha regalato?
La possibilità di lavorare con Sergio Leone a “C’era una volta in America”. Studiavo legge a Milano, avevo 22 anni e sarei diventato avvocato, ma mio padre mi disse che Leone aveva bisogno di un assistente che parlasse le lingue. Fui proiettato in una magia di cui nemmeno mi rendevo conto. Mi emoziona più adesso raccontarla che allora, quando andavo a prendere alle 4 e mezza del mattino Elizabeth McGovern per portarla al trucco o assistevo Leone al montaggio. Fu la prima esperienza di lavoro. Sarebbe stata irripetibile.