Dice che il romanzo non è autobiografia: Echenoz si diverte con il noir

"Quando immagino certe situazioni, anche dolorose, sento la necessità di prendere le distanze. La distanza crea forzatamente dell’ironia, del gioco. Ma noi scrittori non possiamo rivendicare lo humor, se lo facciamo lo perdiamo, un po’ come con l’eleganza”. Una chiacchierata con l’autore di “Bristol” (Adelphi)  

31 OTT 26
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(Foto Getty)

Spero che questo libro non sia autobiografico”, dice ridendo Jean Echenoz della sua ultima opera, Bristol, uscito per Adelphi. Nell’epoca dell’autofiction sembra raro trovare una storia completamente inventata. In questo caso quella di un regista semi-famoso di film d’avventura di serie B che sta girando in Africa L’oro insanguinato, tratto da un romanzo rosa, e in mezzo alla creazione dell’opera ci si mettono elefanti, milizie ostili e accuse di omicidio. L’autofiction? “Non mi interessa”, ci dice lo scrittore francese 78enne, vincitore dei principali premi nazionali, guardando la vista sulla laguna da palazzo Diedo, ospite del Berggruen Institute. In questi ultimi anni, spiega, “la confessione è straripata nel concetto di romanzo”, ma “penso che sia un passaggio, che ricorda un po’ quello degli anni Settanta quando il romanzo si trovava in una situazione minoritaria rispetto a quella che veniva considerata la letteratura sperimentale, come Tel Quel, eccetera”. Avanguardismo meta, “che per alcuni era interessante, per me non tantissimo”.
Echenoz ci racconta di aver iniziato a scrivere quando i modelli erano Patrick Modiano e Françoise Sagan, che mettono tantissimo vissuto personale nella propria opera, un’epoca, gli anni Settanta, dice, “molto teorica”. Ed è anche per contrastarla che Echenoz, da aspirante romanziere, ha iniziato a “giocare con le formule dette minori, cioè spionaggio, avventura, poliziesco, romanzo storico… e questo riflesso di una trama è rimasta dentro di me”.
Ha giocato con la commedia sentimentale e col romanzo di guerra, e con Bristol si diverte con il noir, con un tono discretamente surreale e con un buon grado di ironia, da comédie, precisa. Non è un caso che il libro sia stato tradotto da Giorgio Pinotti, promulgatore dell’opera di Gadda, nostro supremo autore comico. Il lato ironico, dice Echenoz, “purtroppo mi viene in modo naturale. Quando immagino certe situazioni, anche dolorose, sento la necessità di prendere le distanze. La distanza crea forzatamente dell’ironia, del gioco. Ma noi scrittori non possiamo rivendicare lo humor, se lo facciamo lo perdiamo, un po’ come con l’eleganza”.
Il romanzo è morto? Lo sentiamo dire spesso. “Il romanzo non è morto”, Echenoz ne è certo. “Lo diciamo da secoli. Ma quella del romanzo è una forma talmente solida, talmente necessaria e talmente resistente che non capisco perché dovremmo abbandonarlo. Abbiamo bisogno della finzione. Almeno io ne ho bisogno, e quindi penso anche gli altri”. Per lui Jacques il fatalista è il primo vero romanzo della storia. Dice che il cinema, soprattutto per Bristol, ha avuto una notevole influenza, anche sull’approccio alle scene, al visivo. “Il romanzo si serve del cinema, ma quando il cinema si serve del romanzo spesso ha risultati terribili. E poi, paradossalmente”, spiega, “il montaggio cinematografico era già presente in certe opere letterarie prima che nascesse il cinema. Flaubert ha inventato il montaggio!”.
C’è allarme sul libro, sulla lettura, e arrivano notizie di studenti di letteratura che all’università non riescono a finire i classici. “Non è un falso allarme. Anche questo però è un allarme che sento da più di quarant’anni”, dice Echenoz. “Ma proprio perché lo sento da quarant’anni credo che sia vero, e che stiamo per passare a un altro status dei libri”, ma quale sia non si sa. Certo, anche di fronte a queste presidenziali del 2027 lui non si sente ottimista. “Non sono mai stato ottimista e non inizio a esserlo adesso”, aggiunge ridendo. E gli scrittori possono fare qualcosa? “Continuare a lavorare nel loro angolino. Non credo nel potere dello scrittore, se non quello di poter creare qualcosa di interessante per i lettori. Poi certo, ci sono degli scrittori che partecipano alla vita pubblica, ma sovrastimano un po’ il loro status”.