Il cadavere che ingannò i nazisti: William Maryngton e l’Operazione Mincemeat

Operazione Heartbreak di Duff Cooper combina in un amalgama particolarmente indovinato la spy story, il romance a tinte rosa e una certa epica storica. Il più famoso depistaggio delle forze dell’Asse

30 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 10:56
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Una foto di scena tratta dal film "L'arma dell'inganno - Operation Mincemeat" di John Madden (foto ANSA)

Quando si dice “servire più da morto che da vivo”. Sembra che il destino di William Maryngton sia questo. Dopo aver sperato di combattere per il suo paese per tutta una vita – e non averlo potuto fare perché troppo giovane per andare in trincea prima della fine del primo conflitto mondiale e troppo anziano per stare in prima linea nel secondo – è infatti da cadavere che riuscirà a servirlo, sue essendo le spoglie che i servizi britannici impiegheranno per dare corso al più famoso depistaggio delle forze dell’Asse.
Duff Cooper, Primo Lord dell’Ammiragliato con Neville Chamberlain (incarico dal quale si dimise in segno di protesta contro gli accordi di Monaco), ministro delle Informazioni dal maggio 1940 al luglio 1941, biografo di Talleyrand e del maresciallo Haig, aveva sentito parlare dell’Operazione Mincemeat, letteralmente “Carne trita”, nel 1943, da Churchill in persona, "in uno dei suoi momenti di espansività postprandiale". Nata da un’intuizione del futuro creatore di James Bond, Ian Fleming, al tempo comandante di marina molto ascoltato dal primo ministro, e messa a punto da Ewen Montagu e Charles Cholmondeley, l’Operazione – ricostruita anni fa dallo storico e giornalista Ben Macintyre, in un fortunato libro da cui John Madden nel 2021 ha tratto un’onesta pellicola, e più di recente portata sulle scene da un musical, scritto e interpretato dal collettivo SpitLip (attualmente al Fortune Theatre, nel West End di Londra) – consisteva nel fuorviare i tedeschi, abbandonando non troppo lontano dalle coste della Spagna franchista, allora non belligerante ma vicina alle potenze dell’Asse, un cadavere vestito con un’uniforme dei Royal Marines, che aveva con sé documenti top secret secondo i quali lo sbarco degli Alleati sarebbe avvenuto non già in Sicilia, dove avvenne, ma in Sardegna e in Grecia.
Nel 1950 Cooper, con felice piglio narrativo, trasfigura il fatto storico nel suo unico romanzo, Operazione Heartbreak (ora ripubblicato dalle edizioni AGO, nella traduzione di Elena Canino già apparsa, nel 1951, per i tipi delle edizioni Casini), sostituendo al senzatetto Glyndwr Michael, il cui cadavere fu realmente impiegato nel depistaggio, il personaggio di William Maryngton: un uomo "non troppo intelligente" e privo di ogni altra esperienza che non fosse quella militare, ma di "buon carattere" e con "un sorriso sereno che spontaneamente gli si disegnava in faccia". Doti, però, non sufficienti a fargli conquistare il cuore delle donne, e in particolare quello della volubile e capricciosa Felicity Osborne, che pure avrà una parte nella storia: la salma di William, una volta rinvenuta dagli spagnoli, sarà identificata dai nazisti attraverso una sua tardiva lettera d’amore.
Come in occasione della guerra, così anche nelle vicende sentimentali William appare destinato a lasciarsi sorprendere dagli eventi sempre alle spalle. Una condizione che ne intride la parabola esistenziale d’una malinconia lieve e persino dolce, inducendo a riflettere su come nelle nostre vite non ci sia un unico tempo, ma ci siano – si dirà con i versi di Tempo e tempi di Montale – "molti nastri / che paralleli slittano / spesso in senso contrario e raramente / s’intersecano", ed è allora che capita che ci si ritrovi "per dirsi addio, non arrivederci". Romanzo delle occasioni perdute, Operazione Heartbreak combina in un amalgama particolarmente indovinato la spy story, il romance a tinte rosa e una certa epica storica, cara agli Inglesi, senza però mancare di suggerire, con elegante souplesse, che il tempo ci precede, ci accompagna, ci sopravanza, sì che forse solo l’essere in ritardo permette di annodarlo – come si fa un nodo a una corda per accorciarla, come si annoda su se stessa la stoffa di cui è fatto un sacco poco pieno per chiuderlo – e quindi di spingerlo verso il suo interno, verso la sua fine.