Cultura
VERDI A SCUOLA •
Far studiare il melodramma a scuola è una piccola rivoluzione (con qualche rischio)
Il melodramma entra nei programmi dei licei. Una piccola rivoluzione che poteva arrivare qualche decennio fa dato che l’opera lirica fu il vero racconto collettivo degli italiani, capace di far nascere un mondo intero in una serata. Ma, per dirla con il "Barbiere di Siviglia", v’è qualche imbroglio
29 OTT 26

(Foto Getty)
Ha ragione Valditara: inserire il melodramma nei programmi dei licei è una piccola rivoluzione. Che poteva arrivare qualche decennio fa. Davvero strano non averci pensato prima. Immaginate se oltralpe non si studiassero Stendhal e Balzac, e al di là della Manica ci si dimenticasse di Dickens. Da noi c’erano Nievo e Manzoni, d’accordo. Ma le folle impazzivano per Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi. Come spiegò Gramsci, il melodramma svolse nell’Italia dell’Ottocento la funzione di cui in Francia e in Inghilterra si era fatto carico il romanzo. Quando D’Annunzio scrisse che Verdi “diede una voce alle speranze e ai lutti. Pianse ed amò per tutti”, intendeva proprio questo. L’opera lirica fu il vero racconto collettivo attraverso cui gli italiani si sono riconosciuti in passioni, lotte, sventure, sacrifici, ideali. Per gli insegnanti, una miniera di spunti e confronti, visto che molti libretti vengono dalla grande letteratura europea: “Lucia di Lammermoor” da Walter Scott, “Rigoletto” da Victor Hugo, “Macbeth” da Shakespeare. Qui si musicavano le parole che altrove si leggevano in silenzio. Da allora il nostro paese non ha più saputo creare un’arte così alta e popolare, capace di far nascere un mondo intero in una serata. Ancora oggi poche forme di spettacolo riescono a rappresentare l’amore, l’odio, il potere, la morte con altrettanta intensità e immediatezza.
Un rischio però esiste. Per dirla con il “Barbiere di Siviglia”: v’è qualche imbroglio. Ho massima fiducia nei docenti, ma non vorrei che i più zelanti si mettessero a fare sermoni su Violetta Valéry vittima del patriarcato e Rigoletto esempio di body shaming. E’ bello che Verdi entri a scuola. Sarebbe terrificante vederlo uscire corretto politicamente. A teatro è già successo. Per “Un ballo in maschera” è diventata prassi censurare il passo “dell’immondo sangue de’ negri” riferito alla maga Ulrica. Se registi e maestri concertatori si abbassano a simili sconcezze, che cosa ci aspetta tra i banchi dei nostri istituti? Gli studenti scapperebbero a gambe levate anche dal melodramma, trasformato nell’ennesimo apologo edificante. Tutto il contrario di ciò che è. Alle sue origini c’è il tentativo di riportare in vita la tragedia greca, la più antica forma teatrale dell’Occidente, di cui conserva lo spirito selvaggio e irriducibile a qualsiasi pedagogia addomesticatrice. Sulla scena si susseguono i trionfi e le sconfitte, le urla e il furore, personaggi eccessivi nella generosità e nella perfidia, conflitti in cui essere dalla parte giusta non serve a niente. Piantata dall’amante che le ha preferito una ragazza più giovane, Norma progetta di uccidere i figli, come Medea. Bellini cava da quest’anima incarognita un canto che sprigiona la luce della luna. C’è da augurarsi che nessuno tappi le orecchie degli alunni con una lezione sulla “mascolinità tossica” e la “genitorialità responsabile”.