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The Disappearers. Otto storie di omofobia, tra tenerezza e brutalità, nel romanzo di Marlon James
L'ultimo libro dello scrittore giamaicano va avanti e indietro nel tempo attraverso l’escamotage di diari, interviste e ritagli di giornali per raccontare la storia di otto giovani omosessuali massacrati mentre allestiscono "La Fortuna e gli occhi degli uomini" di John Herbert
28 OTT 26

Marlon James (Foto LaPresse)
"Perché non dirlo? Con questo romanzo sull’esperienza gay e l’omofobia omicida in Giamaica negli anni Ottanta e Novanta, Marlon James ha scritto un capolavoro, il romanzo del decennio e forse del secolo”. Non capita spesso di leggere una recensione di questo tipo, soprattutto su un giornale dall’autorevolezza compassata come il New York Times. Il romanzo in questione è The Disappearers di Marlon James che, nel seguito della recensione, il critico Dwight Garner paragona ai capolavori di William Faulkner, “con la differenza che Faulkner non è mai così divertente”, prima di pronosticare che nel giro di qualche anno James “sarà in prima fila per ricevere il premio Nobel”. Costellato da numerose scene di sesso esplicito e torrido, The Disappearers va avanti e indietro nel tempo attraverso l’escamotage di diari, interviste e ritagli di giornali per raccontare la storia di otto giovani omosessuali massacrati mentre allestiscono La Fortuna e gli occhi degli uomini di John Herbert.
Le scene dell’assalto sono di una violenza raggelante, che James racconta dal punto di vista degli assalitori: dopo un momento di spiazzamento risulta evidente che non abbia alcuna intenzione di giustificarli, ma di capire cosa scateni una ferocia così bestiale e se c’è qualcosa di intrinsecamente legato alla cultura del suo paese, del quale soffre il perdurare di una profonda omofobia. Questo memorabile romanzo di 640 pagine mescola con prodigiosa abilità l’highbrow e il lowbrow: James riesce a fondere un linguaggio colto o con il patois giamaicano, come aveva fatto in quello che finora è stato il suo libro più celebre, Breve storia di sette omicidi, vincitore del Man Booker Prize nel 2015. L’entusiasmo del critico del New York Times non è isolato: Kati Waldman si è sperticata di lodi sul New Yorker, Yagnishsing Dawoor lo ha definito “un trionfo” sul Guardian e Hamilton Cain “straziante, esilarante, magnifico” sul Boston Globe.
Nato a Kingston da due dipendenti della polizia, lo scrittore ha vissuto sulla propria pelle episodi di bullismo e omofobia, e ha dichiarato: “Sapevo che sarei dovuto andare via dalla Giamaica su un aereo o dentro una bara”. Oggi vive tra Minneapolis e Brooklyn insieme al compagno Nicholas Boggs, autore a sua volta di un’acclamata biografia di James Baldwin, scrittore che per James è un imprescindibile punto di riferimento. Appassionato di cinema, è tra i pochi che non considera la settima arte una forma di espressione inferiore alla letteratura. Ha dichiarato che il film della sua vita è Chinatown di Roman Polanski, e ha alternato la scrittura di sceneggiature ai romanzi Black Leopard, Red Wolf e Moon Witch, Spider King: è notizia recente che i primi volumi di questa trilogia fantasy africana sono stati opzionati da Ryan Coogler, il regista di Sinners. In quello che è ormai diventato un fenomeno culturale, oltre che un bestseller, compare ripetutamente la musica di quegli anni, in particolare i Nirvana e i Duran Duran: a volte James condivide il suo entusiasmo, come nel caso di Bruce Springsteen e Sinead O’Connor, altre volte cita le canzoni sullo sfondo di quanto avviene, ottenendo l’effetto di una colonna sonora: non c’è da stupirsi se per alcune soluzioni drammaturgiche e il modo brutale e scanzonato con cui racconta la violenza James è stato paragonato a Quentin Tarantino. Sono molti i temi trattati in The Disappearers, dal colonialismo al rapporto tra genitori e figli, e non mancano i giudizi tranchant – Trollope è preferito a Dickens – e anche i riferimenti letterari mescolano l’highbrow e il lowbrow: Toni Morrison e Salman Rushdie, ma anche Bob Marley, il Cosby Show e i fumetti di Hellboy. E’ la musicalità la forza del romanzo, persino nelle pagine in cui viene raccontata la solitudine di chi è morto di Aids, sulle quali Dwight Garner ha scritto “sto ancora cercando di riprendermi dai coltelli che mi ha piantato nel cuore”.
Non è l’unico momento straziante: c’è una scena in cui un ragazzo si congratula sarcasticamente con il padre, profondamente omofobo, perché è il primo ad aver mai desiderato che il figlio fosse stuprato al liceo. Il genitore risponde “avrei dovuto ucciderti mentre dormivi” e in quel momento senti che la rabbia sembra sul punto di esplodere, ma poi nel libro compaiono inaspettatamente la pietà e la tenerezza: “La vendetta non mi ha mai detto cosa debba essere la vendetta”, scrive James “se ne sta seduta lì come una cazzo di parola”.