Anticipare il finale di Sulle rive del Mar Nero, romanzo breve quanto intenso di Israel J. Singer, sarebbe un delitto contro la letteratura. Ma sarebbe, e non è poca cosa, anche un delitto contro la Storia. Perché il racconto e il destino del giovane Pinkhas Fradkin, figlio del rabbino di un villaggio nella regione di Kherson sono storia antica, tra la Grande guerra e la Rivoluzione, o guerra civile, russa che sconvolge anche l’Ucraina; ma sono una vicenda tragicamente evocativa anche dei giorni recenti e di quanto quel mare, il Mar Nero, sia tornato a essere inesorabile elemento di separazione. E anche il finale, ironico proprio perché dolente e tragico, quanto somiglia a questi giorni e al destino della nazione nuova che Pinkhas avrebbe voluto costruire. Un sogno incantato nei versi di Rabbi Yehuda Halevi che sempre si ripete, “Io sono in Occidente, ma il mo cuore è in Oriente”. Israel Singer scrisse questo romanzo breve da poco pubblicato da Adelphi nella sua Piccola biblioteca (dieci anni fa era stato raccolto con altri racconti da Passigli) nel 1942, dopo essere emigrato nel 1934 negli Stati Uniti. Venne pubblicato a puntate sul quotidiano yiddish di New York, Forverts: la prestigiosa rivista degli ebrei newyorchesi che nel 1926 lo aveva inviato in Unione sovietica per un reportage sulle condizioni di vita degli ebrei dopo la Rivoluzione (è stato pubblicato da Adelphi nel 2024 con il titolo La nuova Russia). Nel 1942 lo Sterminio degli ebrei orientali era in corso, la nuova patria da costruire nel Protettorato britannico ancora un sogno.
E’ lo stesso sogno del giovane figlio del rabbino di campagna, tarchiato e robusto più di quel che servirebbe per un giovane destinato agli studi e alle Scritture e a seguire la carriera del padre e che accantona i soldini per il suo grande viaggio in nave verso il medio oriente impartendo lezioni private di ebraico ai giovani liceali, “per la cifra favolosa di 15 copechi l’ora”. Ma che appena può corre al porto di Odessa, affascinato da marinai di tutte le razze e le nazioni, e sogna di potersi imbarcare per la terra d’oriente, per andare a fare l’agricoltore là dove un giorno nascerà il nuovo paese libero dei sionisti. Di tragedia in tragedia, di ribaltamento della storia in catastrofe, nel passaggio frenetico di sempre nuovi eserciti e nuovi massacri, il sogno di Pinkhas Fradkin si allontana ogni volta, come in un racconto picaresco narrato con disincanto e ironia. Prima sarà soldato, più angariato dall’odio antigiudeo dei commilitoni che nemmeno dalle pallottole dei nemici; poi tornato a casa minacciato di ricco matrimonio con la figlia rotondetta del più agiato rev del villaggio; poi di nuovo in fuga, nella Odessa sconvolta dalle bande con la bandiera gialla e azzurra, dai giovani vocianti dell’Armata rossa, e poi ancora dalle truppe bianche. Fino alla notizia che le bande cosacche, lassù nella zona di Kherson, in odio agli ebrei più che ai rossi, hanno compiuto una strage anche nel suo villaggio.
Il destino indicato da Rabbi Yehuda Halevi, “io sono in Occidente, ma il mo cuore è in Oriente”, non abbandona mai la mente del giovane ebreo. Lui è il grande poeta e filosofo della Spagna medievale che ricorre più volte anche nelle malinconiche e infuocate discussioni degli ebrei della prima emigrazione a Gerusalemme, nei ricordi di Amos Oz bambino in Una storia di amore e di tenebra. Il dilemma insolubile e tormentato tra il sogno di Sion coltivato dagli ebrei d’Europa e di Odessa e la durezza della nuova patria ancora tutta da edificare.
Pinkhas Fradkin entrerà nell’Armata rossa, con nessun altro interesse se non la missione di vendicare i suoi. Diventerà uno spietato capo di guerra, arruolando nel sua sgangherato Reggimento Internazionale tutti gli uomini ebrei dei villaggi della regione in cui è cresciuto: “‘Fratelli ebrei’, disse loro con parole secche, pesanti e infuocate come pietre incandescenti ‘mi rivolgo a quanti di voi hanno prestato servizio nell’esercito, a quanti sanno tenere un fucile in mano: venite con me a combattere i nostri aguzzini, i nostri carnefici’”. Parole che non sono il finale di Sulle rive del Mar Nero, sarebbe un delitto, ma che danno il senso di quanto sia vicino quel racconto ucraino di Singer persino a questi anni di Israele, e al giudizio sul suo giorno cruciale di ieri: “Ebrei, noi stessi ci vendicheremo del sangue versato”.