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L’autocoscienza severa (questa sconosciuta!) con cui Bobbio leggeva il mondo
Quarant’anni di carteggio tra Norberto Bobbio e Leo Valiani, ora editi da Biblion. Il Pci che rimanda la svolta occidentale, il Psi ridotto a un terzaforzismo tattico e una sinistra che considera ogni riforma l’infrazione di un “tabù”
24 OTT 26

(Foto Getty)
Ho amici poco teneri con Norberto Bobbio. Uno ama ripetere che gli ex marxisti, dopo le ubriacature dialettiche, hanno cercato salvezza in un filosofo la cui lezione si riassume nel fatto che “A non può essere B”. Un altro arriva a dire che questo filosofo, di fronte alla partitocrazia della sinistra repubblicana, si è comportato con la cautela compromissoria già adoperata davanti al fascismo per mantenersi “di ruolo”. Ma nessuno è più severo dello stesso Bobbio: “Per un intellettuale che fa professione di capire come sono andate le cose, anzi pretende d’insegnarlo agli altri, mi pare di aver capito troppo poco. Anzi, diciamolo francamente, non ne ho mai azzeccata una”, scrive nel 1971 al coetaneo Leo Valiani. Trovo queste righe in un volume edito di recente da Biblion, “Un possibile strumento di libertà umana”. Norberto Bobbio e il socialismo, che insieme a quarant’anni di carteggio tra i due amici ospita un saggio di Giovanni Scirocco.
Giustamente Scirocco cita subito un altro passo in cui Bobbio ammette che la sua distanza dalla politica pratica deriva anche da una “mancanza di prontezza nel prendere le decisioni”, che in casi di urgenza può tradursi facilmente in scelte sbagliate. Ma è appunto questa consapevolezza che lo ha reso poi così lucido nell’analizzare i difetti della tradizione azionista, l’ambiguità dei comunisti, il concetto troppo vago di socialismo. In particolare, Bobbio non ha mai smesso di commentare puntualmente l’anomalia di un Pci che rimanda la svolta occidentale ma agisce di fatto da forza socialdemocratica, e di un Psi che per distinguersene si riduce via via a un terzaforzismo puramente tattico. Contro queste due aberrazioni, richiama entrambi i partiti a una radicalità democratica: senza le lotte del movimento operaio, ribadisce, si svuoterebbero le istituzioni, ma “percorrendo la scorciatoia” rivoluzionaria “non si è mai più tornati ai diritti di libertà”. Il filosofo che si smarca dagli illiberali è lo stesso che dopo l’89 rifiuta di confondere la missione della sinistra con una generica liberaldemocrazia.
Si tratta invece, per chi ne fa parte, di rimuovere gli ostacoli che impediscono ai più deboli di essere liberi, cioè di tendere a una salveminiana “democrazia integrale”. Anche Marx può ancora essere d’aiuto, a patto di leggerlo laicamente come Kant o Weber: il primato selvaggio dell’economia e la mercificazione senza limite (che ora mescola i desideri ai diritti) sono intuizioni sempre valide. Solo, occorre ricondurle a un’idea di società non organicista, dove il progresso è una possibilità anziché una fatalità della dialettica storica. Qui però verrebbe da chiedere a Bobbio se non sottovaluta la capacità dello sviluppo economico-tecnologico di distruggere e ricreare di continuo gli assetti sociali, e dunque di stravolgere i ceti con una velocità a cui la politica è incapace di adattarsi. Il problema è che il filosofo ha bisogno di ragionare “a bocce ferme”, o rischia di farsi ipnotizzare dalle apparenze. Si veda ad esempio, nella fase più intensa del carteggio, lo scambio di opinioni sul movimento studentesco del ’68. Se Bobbio si affretta a lodarlo in modo piuttosto volontaristico, l’amico ne vede invece subito l’inconscio stalinismo, e con buon fiuto di storico e di militante avanza alcuni paragoni con i moti europei degli anni 20-30 (“ma gli odierni studenti rivoluzionari sanno troppo di sociologia e troppo poco di storia”).
In generale, Valiani è meno timoroso quando si tratta di staccarsi dai gruppi: e non a caso, da sostenitore di una repubblica presidenziale, deplora il senso comune che a sinistra induce a considerare ogni riforma come l’infrazione di un “tabù”. Bobbio, viceversa, tende a diplomatizzare il dibattito. Espone sì i suoi dissensi dai compagni di strada, ma a patto di rimanere in un milieu ben definito; il che gli impedisce di pronunciarsi con tempestività e nettezza là dove dire il vero fino in fondo significherebbe ritrovarsi soli o in mezzo a facce sconosciute. Ma il filosofo non ignora nemmeno questo suo difetto. Nell’83 scrive di essere affascinato dal racconto che Valiani fa della propria vita, “specie poi quando la confronto alla mia vita di adolescente di una famiglia borghese, che gli anni da te vissuti in prigione, nei campi di concentramento, in viaggi avventurosi e nell’impegno politico in mezzo a tanti personaggi storici li trascorse negli agi, immerso negli studi, in gara per una cattedra universitaria”. Mi sembra che questa autocoscienza severa scarseggi un po’, nel notabilato culturale torinese di oggi: che può studiare Gobetti o i suoi coraggiosi eredi e insieme, senza batter ciglio, sostenere le opinioni di D’Orsi o comunque misconoscere la resistenza ucraina. Scherzi macabri, direbbe forse Leo Valiani – un ebreo del centro Europa invecchiato in un’Italia che non gli ha mai assomigliato abbastanza.