Cultura
IL LIBRO •
Kierkegaard e il paradosso come via autentica per guardare al mondo
Il fondatore dell'esistenzialismo guarda al paradosso come autentica chiave di lettura del reale, per esempio nell’idea di una eternità della giovinezza. La luce della propria giovinezza è il filo di Arianna che ognuno perde e ritrova lungo il percorso della vita. In libreria i “tre discorsi edificanti”
24 OTT 26

(Foto Getty)
"Ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza”: è l’incipit del dodicesimo capitolo delle Ecclesiaste di Qohelet, nell’Antico Testamento. Al versetto sapienziale si ispira il primo dei tre discorsi edificanti del grande filosofo danese e fondatore dell’esistenzialismo Søren Kierkegaard, che reca quel titolo. Ora, in libreria per Lastaria, i Tre discorsi edificanti 1844 – discorsi, non prediche, puntualizza l’autore – folgorano con la potenza di un pensatore che appare quanto mai necessario. Di fronte al declino dei valori occidentali, oggi, non abbiamo forse smarrito quei “momenti di ingenuità” che schiudono una via autentica, mondata dai falsi realismi del mondo? Kierkegaard guarda al paradosso come autentica chiave di lettura del reale, per esempio nell’idea di una eternità della giovinezza. La luce della propria giovinezza è il filo di Arianna che ognuno perde e ritrova lungo il percorso della vita.
Sarebbe sufficiente cambiare prospettiva per scorgere i segnavia luminosi che aprono un varco segreto nel labirinto e che conducono nel sogno da cui siamo sognati. Il genio (categoria che il filosofo applica a sé stesso e che differenzia dalla figura dell’apostolo) è il custode delle possibilità e delle esistenze mancate, possedendo in massimo grado la capacità di creare attraverso il sogno. La genialità sensuale del Don Giovanni mozartiano e lo scetticismo di Faust non colpiscono il bersaglio, incarnando la crisi dello stadio estetico (il primo dei tre stadi delineati da Kierkegaard, a cui seguono l’etico e il religioso).
Fallisce anche il godimento intellettuale di Johannes (protagonista del Diario di un seduttore): epitome dello stadio estetico, anch’egli è un manipolatore seriale. Ma che tipo di abnegazione suscita ogni colpo a vuoto? Dove trovare quel perduto realismo, paradossale, incarnato dal paradosso della venuta di Cristo, insomma la forza di una via autentica, assopita, insieme ai giusti, fra le pieghe della storia? Probabilmente proprio nel Singolo, nell’uomo contro la folla. Concetto fondamentale del pensiero di Kierkegaard, concepito in accesa contrapposizione all’idealismo di Hegel (che ravvisa l’acme dello sviluppo dello spirito nel Sapere Assoluto), il Singolo è la soggettività al proprio culmine: non massa, non idea astratta, ma individuo concreto che sceglie di entrare nell’esistenza, soffrire e rischiare, superando ogni totalità e abbandonandosi all’intimo discorso, incomunicabile, con il divino.
“Trovare l’idea per cui si vuole vivere e morire”, questo salva: il Singolo abita nella propria solitudine interiore. In dialogo con Dio, è folle per la massa. Abramo (oggetto del secondo discorso edificante) si accinge a sacrificare Isacco: contro ogni evidenza e qualsivoglia umana morale, crede nell’assurdo: sa, in cuor suo, che Dio gli restituirà il figlio. Ma come si intesse il rapporto fra il Singolo e la storia, fra eternità e tempo? Nei Diari (1834-1842) (Morcelliana), autobiografia spirituale e opera monumentale, che raccoglie intuizioni, riflessioni e notazioni che ruotano attorno a questi interrogativi (in tal senso, è significativa la rottura del fidanzamento con Regina Olsen), Kierkegaard identifica nel “vero punto di Archimede” l’idea dell’amore paterno di Dio: luogo incrollabile fuori dal mondo, è il riconoscimento della natura trascendente della propria vocazione.
L’autore di Aut-aut si serve di numerosi eteronimi. Ma è il Johannes de Silentio di Timore e tremore che, prendendo a esempio Abramo, delinea la figura del Cavaliere della Fede: egli compie un salto paradossale e va, libero e eternamente giovane, incontro a Dio, senza rassegnazione e con risolutezza.