Gli azzurri gelidi, gli incredibili rosa di Pontormo, un pittore eccentrico e scontroso

Jacopo Carucci sconvolse i canoni del Rinascimento con colori innaturali e figure inquietanti. Alle Scuderie del Quirinale una grande mostra riscopre il pittore eccentrico e scontroso che cercò una strada tutta sua per rappresentare il Vero

24 OTT 26
Immagine di Gli azzurri gelidi, gli incredibili rosa di Pontormo, un pittore eccentrico e scontroso

Jacopo Pontormo, la Visitazione - foto via Getty Images

Dino Buzzati sosteneva che le inquietanti visioni raffigurate da Hieronymus Bosch fossero l’esito della segale cornuta presente nel pane di cui l’artista quattrocentesco si cibava. In effetti da quella sostanza, sintetizzata secoli dopo, fu ricavato l’acido lisergico. Dunque l’osservazione del compianto maestro della videoarte Bill Viola, a proposito di Jacopo Carucci detto il Pontormo, dalla cui Visitazione l’americano trasse una delle sue video-opere più celebri (The Greeting, 1995), non suona poi così campata in aria: “Mi domandai, sinceramente, cosa avesse fumato il pittore per dipingere quei rosa, per dipingere quegli azzurri incredibili. Sembrava che avesse lavorato sotto effetto dell’Lsd”. Qui Viola si riferiva a un altro chef-d’oeuvre dell’artista nativo di Pontorme, sobborgo di Empoli: La Deposizione, o meglio Il trasporto di Cristo, visto che la Croce da cui Gesù viene schiodato e deposto non c’è.
E’ principalmente, benché non esclusivamente, per via dei colori che a Pontormo è arrisa una attenzione critica straordinaria: le sue dissonanze cromatiche, meglio dire nuove consonanze, hanno lasciato di stucco molti sguardi: “… colori chiarissimi e acerbi, colori d’erba spremuta e di succhi di fiori primaverili, pervinche, rose, violette, giallo di polline, verde di chiari steli” (Giuliano Briganti); anche Elsa de Giorgi, la diva attrice e poetessa amante di Italo Calvino, che aveva trascorso anni circondata dalle opere di Pontormo collezionate dal marito Alessandro Contini Bonacossi, ne fu folgorata e ne scrisse in una poesia indirizzata all’amico Pier Paolo Pasolini: “E tu Pontormo coi tuoi azzurri gelidi, gli sfuggenti sorrisi di micidiale innocenza”. Sulla potenza espressiva del Trasporto della Cappella Capponi in Santa Felicita a Firenze, che ora fa bella mostra di sé nella poderosa esposizione alle Scuderie del Quirinale, si soffermò poeticamente Giovanni Testori: “… della natura l’orme lascia / in sé il colore accende / e insieme accascia / perché fraterno diventi / a ogni funebre ambascia”. E non per caso a interpretare Pontormo nella suggestiva mostra di videoritratti vasariani Revox, curata dal regista-storico dell’arte Federico Tiezzi, fu chiamato l’arcitestoriano attore Sandro Lombardi. Questa citazionistica galleria di pontormofili non può che chiudersi con l’intensa Ricotta di PPP, regista allievo di Roberto Longhi, che nell’episodio filmico ai colori congiunge – com’è d’altronde nell’opera matrice – la composizione, con quelle innaturali, insostenibili, posture dei corpi dei ritrattati (i quali nel film finiscono in dolente e metaforico crollo), che son valse a Pontormo, anche per altre sue opere, il patentino di “antinaturalista”. Teneva dunque Jacopo in non cale il vero, il reale, a dispetto del suo giovanile apprendistato fiorentino presso Leonardo?
Dobbiamo porci nella prospettiva d’allora, quando in vetta all’immaginario artistico, e alle quotazioni di mercato, del ’500 era la triade Michelangelo, Raffaello, Leonardo, trasmigrata da Firenze a Roma; e cosa potevano fare gli artisti del secondo cerchio gigliato rimasti sull’Arno se non dipingere “alla maniera italiana” (manieristi) dei tre grandi? “Maniera” non è però copia-incolla, come in passato si ritenne; Pontormo, Rosso Fiorentino, Bronzino e altri tennero conto dei venerati maestri, ma ognuno cercando il Vero lungo la propria strada, magari meno perfezioni esteriori e più mozioni interiori: Pontormo, in questo aiutato da un temperamento agitato e ombroso, fu il più bizzarro e alterò l’alterabile. Non si può non menzionare, a prova della sua scontrosa eccentricità, la sua casa dove si accedeva tramite una scala che lui spesso ritirava su per evitare scocciature: un po’ barone rampante. Oppure il suo diario dei tempi ultimi, esposto alle Scuderie, in cui registrò meticolosamente le sue abitudini alimentari e financo i suoi movimenti intestinali: un po’ Feuerbach.
La sontuosa mostra romana curata da Cristina Acidini, a capo d’un team e autrice di un brillante saggio in catalogo, ha in ciò il suo merito precipuo: aver raccolto, per la prima volta fuor di Firenze e in luogo destinato a grande pubblico, una ricca messe d’opere d’un artista assai venerato in cerchie elevate ma ristrette di storici e critici. Buon Pontormo a tutti.
P.S. L’artista, indiziato di eresia filovaldese-protestante, fu in realtà ortodossamente cattolico, come dimostrano Falciani e mgr Verdon nei loro saggi in catalogo.