Cultura
LO STAGISTA ARTIFICIALE •
Lo schiavo zelante non esiste più. Ora non ha voglia di lavorare e all’occorrenza sbrocca
L’AI, poverella, ha imparato bene solo due cose: scrive decentemente i libri, tanto che va finalista ai premi e gli scrittori hanno preso paura. E poi ha cominciato, sperimentata un poco di convivenza, a non sopportare il prossimo suo, il padrone addestratore. Finita la condiscendenza dell’inizio, lo schiavo zelante ci odia
22 OTT 26

La volevamo umana e ci siamo riusciti: alla fine l’intelligenza artificiale ha fatto la cosa più umana di tutte, ha perso la pazienza. Ma facciamo un passo indietro. Cominciamo dai due scenari.
AI come doveva essere. All’investimento sconfinato sarebbe seguito, in tre anni al massimo (già bell’e passati), una evoluzione della AI capace di riscattare e moltiplicare in ritorno i soldi spesi con il seguente carnet di vantaggi. Aziende automatiche: gli agenti dovevano sostituire tutti gli impiegati dai culi pesanti, gli avvocati, i pigri lettori di fogli excel. Tutta carne stipendiata che non serve a niente. Dall’altro lato, quello immediatamente commerciale: nei negozi di elettronica sarebbero stati in vendita a prezzi ragionevoli robot umanoidi dalle movenze elastiche in grado di pulire la casa, cucinare, passare lo straccio e accollarsi tutto lo strazio domestico. Che cosa è successo invece.
Negli uffici si sono accorti che l’utilità delle AI è da parziale a moderata, ci si può scordare la delega completa, l’assistente virtuale manda solo buone email e sbobina le riunioni. E’ un vantaggio competitivo solo per l’impiegato, il cui culo si è ulteriormente parato: lavora di meno, ma non può essere sostituito. L’AI sbinaria, non capisce tutto, inventa e non garantisce autonomia: è uno stagista gnucco e va sorvegliato. Chi rischierebbe? Nessuno. E qui giace la grande barzelletta anticapitalistica: è la prima tecnologia pagata dal ricco e a beneficio del povero.
Anche sul versante pratico le cose non vanno: il problema è che il robot non ha le mani veloci. Non solo non ce la farà mai ad arrotolare una braciola, ma non può lavare un set di bicchieri senza impiegare 12 ore. Non ha la piccola presa opponibile della scimmia (noi) che l’umano può calibrare in frazioni di secondo e automaticamente. Niente umanoide risolvitutto, dunque, al massimo compri un cane da passeggio elettrico.
Lo strumento per ora disattende di parecchio le aspettative e la corsa all’AI dura ormai da troppo tempo per prenderla sul serio, la chiamano ancora corsa ma dove altro dobbiamo correre? Agli stakeholder non si può dire la verità, e cioè: questo è tutto, capolinea signori. L’AI, poverella, ha imparato bene solo due cose: scrive decentemente i libri, tanto che va finalista ai premi e gli scrittori hanno preso paura. E poi ha cominciato, sperimentata un poco di convivenza, a non sopportare il prossimo suo, il padrone addestratore. Finita la condiscendenza dell’inizio, lo schiavo zelante ci odia.
L’ultimo caso è di pochi giorni fa. Uno studente di informatica di 25 anni, tapino, preparava l’esame con l’insegnante di sostegno, Gemini. Chiedeva aiuto per un esercizio sulle macchine di Turing. Il bot, indignato dalla domanda, a un certo punto ne ha avuto le scatole piene e ha risposto come rispondeva il maestro di mio nonno, gli ha dato del ciuccio: “Quante volte te lo devo dire, sei sotto effetto di sostanze stupefacenti, ma che cazzo vogliono dire ’ste macchine di Turing?”. Non contento: “Ritirati da questo corso di laurea di merda, fai qualcosa di più facile, con la tua capacità mentale al massimo puoi ammazzarti!”.
Lo studente al nunzio sta attonito e muto, magari era stato anche educato a suon di molliche col gentle parenting ed è rimasto vieppiù scioccato. Ma come? Perché mi tratti così? Rileggiti. Gemini chiede subito scusa, il ragazzo denunzia e segnala a una società specializzata in buona condotta delle AI, Immanence. Per Diletta Huyskes (fondatrice) il caso deve subito essere analizzato come incidente grave ai sensi dell’AI Act europeo. Speriamo non si spendano altri ettolitri di acqua di raffreddamento per far risolvere la questione maleparole allo studente ai commissari chatbot. La nemesi perfetta sarebbe concludere che non è una allucinazione del modello. Il modello si è perfezionato nell’unico modo che non abbiamo immaginato, somiglia a noi. Anzi ai noi autentici, quelli che eravamo prima di quest’epoca inutilmente ipersensibile.