Un pianeta devastato, senza ebrei e senza Israele. Il romanzo distopico di Daniela Santus

Trent’anni dopo la “Grande-grande guerra”, il pianeta è devastato e dominato da due superpotenze totalitarie, rivali ma concordi nella necessità di cancellare dalla memoria della popolazione ogni retaggio del passato. L'esordio narrativo della docente universitaria

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"Chiunque trovi questa mappa, per favore non la distrugga. Risale al 2025. Qui ci sono fiumi. Valli verdi. E confini diversi dai nostri. C’è anche un paese di cui non ho mai sentito parlare: Israele”. Daniela Santus, docente di Geografia all’Università di Torino e autrice di innumerevoli saggi scientifici, esordisce nel campo della narrativa con un romanzo distopico, di schietto impianto orwelliano. Il pozzo di Miriam. Una distopia geopolitica (Edizioni Lindau) è ambientato nel 2057 in un orribile mondo postatomico. Trent’anni dopo la “Grande-grande guerra”, il pianeta è devastato e dominato da due superpotenze totalitarie, rivali ma concordi nella necessità di cancellare dalla memoria della popolazione ogni retaggio del passato. Dopo la Partizione, gli stati-nazione sono stati dissolti e le religioni abolite. Il Directorate, regime pervasivo e spionistico, occupa l’intera Asia e l’Europa, con capitale Mosca. Le lingue ufficiali sono il russo e – curiosamente – l’italiano (“Molti sospettavano che fosse stata scelta perché gli italiani si erano adattati più rapidamente di altri al nuovo sistema”). Le altre lingue “regionali” sono tollerate in ambito locale. Il Covenant invece riunisce le Americhe, l’Africa e il medio oriente. Qui si parla inglese e arabo, la polizia è appena meno inquisitoria, ma le donne devono essere tutte rigorosamente velate dalla testa ai piedi. Non si tratta di motivi religiosi (vietatissimi) bensì morali, per “integrità civica”.
Le due gigantesche esplosioni nucleari del 2027, una in Siberia l’altra in Europa centrale, hanno stranamente prosciugato fiumi e laghi, persino i mari si sono ritirati. Il pianeta è attanagliato da siccità, carestia e miseria, il cielo è sempre grigio e l’aria inquinata. Da molti anni non si mangia altro che alghe. Ogni settimana le autocisterne distribuiscono l’acqua, rigorosamente razionata e monopolizzata dalle due superpotenze, così come l’energia. In compenso, le sigarette sono distribuite gratis. Il pozzo di Miriam è anche la storia d’amore fra Terennik e Johan, due coraggiosi giovani ricercatori che, consigliati in gran segreto da un anziano docente, iniziano a indagare sul passato. Scoprono così che della “Grande-grande Guerra” furono incolpati gli ebrei, e che un terzo ordigno nucleare cancellò Israele con tutti i suoi abitanti. Gli ebrei dunque non esistono più, ma stranamente la gente li odia ancora, accusando “scienziati e sionisti” di diffondere “virus creati in laboratorio”.
Ma come è possibile?, chiedono smarriti i protagonisti al vecchio professore. “Ironico, vero? Oggi li accusano di avere creato un virus. Trent’anni fa, come cinquecento anni fa, li accusavano di tutto: controllare l’economia, manipolare i governi, avvelenare i pozzi, usare il sangue dei bambini per preparare dolci festivi. Le stesse accuse di sempre. Aggiornate, modernizzate, amplificate dai social media”. E alla vigilia della Grande-grande Guerra, cosa accadde? domandano sbalorditi al vecchio saggio i due ricercatori. “Berg raccontò di come l’odio si fosse diffuso come un virus. Sui social. Nelle università. Nelle strade. Manifestanti che gridavano ‘morte ai sionisti’ senza capire il significato della parola, ma dicevano di lottare ‘per la pace’…”.