La vera monaca di Monza, attraverso il suo processo. Il libro di Lisa Roscioni

La storia di Virginia de Leyva, ricostruita a partire dai documenti e dai pochi scritti autografi, scopre la persona dietro al personaggio

20 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 09:26
Immagine di La vera monaca di Monza, attraverso il suo processo. Il libro di Lisa Roscioni

La Signora di Monza: dipinto di fantasia di Giuseppe Molteni (1847), basato sul personaggio de I promessi sposi di Alessandro Manzoni (via Wikimedia)

Roma. Oltre la frase manzoniana che l’ha portata e la riporta tuttora davanti a noi (“la sventurata rispose”), chi era Virginia De Leyva, la monaca di Monza? Chi si nascondeva davvero dietro alle mura del convento di clausura dove i fatti noti – la relazione clandestina, le gravidanze, i delitti – non restituiscono il “tutto” di una personalità complessa che non può essere ridotta a una sola dimensione? E chi c’era davvero dietro alla porta murata della cella dove Virginia passerà tredici anni da condannata, rifiutando poi inaspettatamente di uscirne a fine pena, dopo aver scontato la pena del silenzio nella Lombardia del cardinale Borromeo e del governo di Spagna, una Lombardia dove potere religioso e potere temporale si reggono in piedi reciprocamente, in un gioco serrato di equilibri e rimandi? In Virginia de Leyva. La monaca di Monza, appena uscito per Laterza, Lisa Roscioni, docente di Storia moderna alla Sapienza, ha analizzato uno per uno i pochi scritti autografi rimasti e i documenti del processo che vede Virginia – quando crolla il meccanismo di auto-protezione violenta del segreto in cui il convento è rimasto immerso per dieci anni – imputata e rea confessa, ma mai piegata dagli eventi e dal tribunale ecclesiastico, di fronte al quale organizza invece la sua difesa con incredibile lucidità, anche se, fin dal primo momento, senza speranza alcuna di poter evitare il futuro che la aspetta, già sapendo, cioè, che finirà murata viva a trentadue anni. Quante Virginie esistono, in quei primi anni del Seicento, si chiede e ci chiede l’autrice, mentre ci porta per mano da uno scritto all’altro, e da una testimonianza all’altra, attraverso gli stati d’animo soltanto apparentemente contraddittori di una donna nata in una famiglia d’alto lignaggio che l’ha destinata bambina al convento e cresciuta improvvisamente nell’amore nascosto, malato e ossessivo per Gian Paolo Osio, sempre capace, però, di farsi piccola e grande a seconda dell’interlocutore? Toni, modi e lessico usati da Virginia sui vari palcoscenici dove il dramma della sua vita prende forma, sono esaminati e raccontati in un crescendo di tensione, fino a un epilogo sorprendente che illumina la persona: Virginia non è soltanto la ragazza costretta a prendere i voti a tredici anni, non è soltanto la feudataria arrogante che non cederebbe neanche alle lusinghe, parole sue, “del re di Spagna”, e che non esita a rivolgersi via lettera, con insulti e disprezzo, e dall’alto della sua superiorità, al curato che ha fatto inizialmente da tramite tra lei e Osio. Virginia non è soltanto la vessatrice di suore di classe sociale inferiore, l’amante dello scapestrato criminale e la complice in assassinio, ma è anche la giovane che improvvisamente si fa timida mentre chiede all’amica di “guardare per lei” l’uomo che si aggira fuori dalla finestra della stanza da cui presto uscirà per incontrarlo. La realtà truce della vendetta, il timore che il segreto venga a galla, il gorgo delittuoso, il precipizio, il baratro, l’estremo tentativo di presentare al giudice ecclesiastico la sua vicenda come altra rispetto all’esercizio della propria volontà, e le parole con cui il “fine pena mai” dietro a una porta murata si fa ribaltamento e affermazione di personalità davanti al cardinale Borromeo: Virginia de Leyva si muove tra diverse parti e versioni di sé, scendendo in un personale inferno ma restando, non si sa come, sempre presente a se stessa. Guardandola attraverso la lente della scrittura di Virginia stessa, l’autrice ce la consegna nel suo volto cangiante, e la monaca di Monza si rivela – al di là del suo essere stata una bambina costretta a vivere nascosta, una donna che esercita il potere nella Monza del Seicento, una reclusa prostrata e penitente – sempre e comunque, nel bene e nel male, la combattente che, a un certo punto, esce dal silenzio per dire “io”.