C’è un Foucault diverso da quello digerito dal conformismo accademico

Nel saggio del 1984 “Che cos’è l’illuminismo?” disse di preferire interventi tattici e calibrati alle grandi strategie di rifondazione della società e alle promesse dell’“uomo nuovo”. Oltre la figura di santo patrono delle minoranze oppresse e decostruttore delle identità di genere

20 OTT 26
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Gli interventi che in Italia e nel mondo celebrano il centenario della nascita di Michel Foucault sembrano un incrocio tra i titoli dei film erotici anni Settanta e quelli di Lina Wertmüller: “La modulazione neoliberale del corpo nella sex-tech e il mercato dei giocattoli sessuali”, “Omosessuali, ermafroditi e transessuali”, “Ingoiando il potere: pillole contraccettive nell’era biopolitica”. Manca “Sesso, metalmeccanici e pastorizia” ma probabilmente non ho cercato abbastanza. E’ il Foucault digerito ed evacuato dalle università, il santo patrono delle minoranze oppresse e il decostruttore delle identità di genere. Ma c’è un altro Foucault, meno noto e più sorprendente. Abbiamo dimenticato che, nella Francia intellettualmente marxistizzata, l’affermarsi di un pensiero filosofico che rifiutava di ricondurre ogni forma di dominio al funzionamento dell’economia non fu cosa da poco. Per legioni di cattedratici che, come i cani degli esperimenti, sbavavano davanti alla lucetta rossa dei rapporti di classe incaricati di spiegare tutto, era l’equivalente di un calcio negli stinchi.
Nel saggio del 1984 “Che cos’è l’illuminismo?” Foucault disse di preferire interventi tattici e calibrati alle grandi strategie di rifondazione della società e alle promesse dell’“uomo nuovo”. I rivoluzionari credono di sapere come deve essere la comunità del futuro e finiscono per imporre un modello di esistenza altrettanto vincolante del precedente. Più serio e utile è riformare realtà circoscritte, come un ospedale psichiatrico o un carcere, correggendo gerarchie incancrenite e allentando la presa delle istituzioni sulla sfera privata, senza pretendere di conoscere in anticipo l’ordine perfetto delle cose. Conquistare qualche libertà concreta, in prima persona, invece di inseguire progetti di emancipazione collettiva. Pur considerando necessario lo stato sociale, si chiedeva come evitare che producesse dipendenza dagli apparati burocratici e perdita di autonomia. Con gli anni Foucault divenne sempre più individualista, convinto che gli uomini debbano imparare a inventare se stessi. Ciascuno è insieme lo scultore e il marmo. “Perché una lampada o una casa possono essere un’opera d’arte e la nostra vita no?”. Tra gli esempi che proponeva c’è il dandy di Baudelaire. Il rivoluzionario vuole rifare l’umanità, il dandy comincia da sé. Non insegna agli altri come devono campare. Si sottrae alle convenzioni. Costruisce un modo di stare al mondo che non assomiglia a nessun altro. Persino la scelta dei vestiti, le conversazioni, gli svaghi e l’ozio diventano piccole insurrezioni anticonformistiche. Ma l’arte di vivere è il contrario dello spontaneismo. Ha le sue regole e la sua disciplina. E ai giovani connazionali che oggi sciamano nelle piazze, Foucault forse risponderebbe come fece con uno studente dell’università di Berkeley: “Se avessi un figlio, ti assicuro che non scriverebbe sui muri. O, se lo facesse, sarebbe contro la mia volontà. Ma scherziamo!”.