Laurie Anderson e la gioia selvaggia della performing art

Musicista e cantante, regista e attrice, pittrice, coreografa: Anderson ama soprattutto il palcoscenico. “Mi piace stare con le persone, raccontare storie e suonare musica per loro”. Trump e il Papa. Gli anni con Lou Reed. Una conversazione
19 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 08:19
Immagine di Laurie Anderson e la gioia selvaggia della performing art

Laurie Anderson (Foto Ansa)

E’ difficile tentare di riassumere con un solo aggettivo la professione di Laurie Anderson, ed è troppo generico limitarsi a definirla artista. Intendiamoci, lo è certamente, e spesso di eccellente livello, ma in una carriera che è ormai quasi cinquantennale si è espressa come violinista, scultrice, pittrice, autrice di fumetti, cantante, regista, attrice, docente, coreografa, critico d’arte e, più in generale, performing artist. “Fare della performing art – racconta con entusiasmo – significa fare qualcosa piena di una gioia selvaggia che non puoi esprimere a parole”. Ha anche inventato alcuni strumenti, modificando oggetti domestici per le proprie composizioni di musica elettronica, campo nel quale è stata una pioniera: tra i più innovativi, il cosiddetto “legno parlante”, un bastone di quasi due metri in grado di replicare i suoni. Laurie è una donna sorridente e generosa per la quale l’ottimismo è innanzitutto una scelta, e la sua ammirevole curiosità intellettuale la porta a vivere con la massima passione ogni cosa che possa rivelarle qualcosa di nuovo o farle capire ulteriori sfumature di qualcosa che già conosce. Ha accettato di partecipare a questa serie di conversazioni iniziando dal suo primo ricordo.
“Ricordo il cielo. Enorme, vuoto e luminoso. Dovevo essere in un passeggino parcheggiato sul prato. Erano le pianure del Midwest degli Stati Uniti e il cielo occupava 180 gradi del mio campo visivo. Orizzonte tutt’intorno. Ricordo la sensazione molto reale, la convinzione di essere venuta dal cielo e che vi sarei tornata. Il cielo è sempre presente nelle mie canzoni. A volte sotto forma di domande.
A cosa servono i giorni? A svegliarci. A frapporsi tra le notti infinite.
A cosa servono le notti? A cadere attraverso il tempo. In un altro mondo”.
Quando ha deciso di dedicarsi all’arte?
“Sono una persona che ha un reale bisogno di insegnanti. Li cerco e spesso li trovo nei posti più improbabili. La mia maestra d’arte di prima elementare non era la nostra insegnante di tutti i giorni, nè faceva parte del sistema scolastico. Veniva da un altro posto, da un’altra parte della città. Una volta alla settimana irrompeva dalla porta indossando un grande cappello a tesa larga e tenendo in mano una borsa piena di cose da disegnare: alghe, carta spiegazzata, pezzi di un telefono. La cosa che ricordo con maggior precisione era che andava e veniva quando voleva. Le nostre vite erano governate da quelli che venivano chiamati campanelli, ma suonavano come cicale. Suonavano e noi posavamo le matite, suonavano e noi andavamo all’intervallo, suonavano e noi rientravamo in fila dall’intervallo. Quindi, quando la nostra insegnante d’arte arrivava di corsa, dieci minuti prima o dopo il suono della cicala, sentivamo già che le regole venivano sospese. ‘Ragazzi! – diceva – Dipingiamo dei pomodori molto grandi! Non devono nemmeno sembrare pomodori! Immaginate solo come sono fatti. Potreste metterci un sacco di succo che cola tutto intorno!’. Poi camminava per l’aula scrutando i nostri dipinti e spariva prima che suonasse la cicala. E io ho pensato: ‘Voglio essere quella persona! Voglio andarmene prima del suono della cicala’”.
Come definirebbe che cos’è per lei una performance?
“Non ho mai avuto paura del palcoscenico. Mi piace stare con la gente, raccontare storie e suonare musica per loro. Voglio che le persone siano rilassate ma allo stesso tempo aperte e curiose. La mia parte preferita in assoluto è aspettare dietro le quinte dietro una tenda prima dello spettacolo. Sembra così ridicolo nascondersi lì ad aspettare di saltare fuori. ‘Ciao a tutti!’. La performance è anche un buon modo per fare editing. Illumino sempre le prime file di persone in modo da poter osservare le loro espressioni. Se le persone iniziano a sonnecchiare o a fissare il soffitto, prendo in considerazione l’idea di tagliare quella sezione. Non che voglia compiacere le persone, ma lavoro in una forma d’arte basata sul tempo e non voglio far perdere tempo alla gente. Per quanto riguarda a chi stia parlando, direi che sto parlando alla parte di te che non parla mai”.
Ha una routine mentre crea la sua musica e la sua arte?
“Vorrei avere una routine, ma cerco di prestare quanta più attenzione possibile durante ogni giornata e di rimanere aperta il più spesso possibile alle cose non familiari”.
Chi è il più grande eroe non celebrato dell’arte e della musica americana?
“Fortunatamente non ne ho idea. Ma immagino che ci siano moltissimi cantanti, pittori, scultori, tessitori, scrittori e ballerini che non hanno mai avuto l’opportunità di essere sotto i riflettori. Questa idea mi mette sempre di buon umore. Eserciti di creatori!”.
C’è qualche artista che amava e che ora non ama più?
“Non lo voglio condividere con nessuno!”.
Quando si esibisce, nota qualche differenza nel pubblico tra l’America e il resto del mondo?
“Con gli americani posso parlare in codice usando segni impercettibili, slang e gesti. Ma quando devo esibirmi per persone che parlano inglese come seconda o terza lingua, uso sostantivi più grandi e tendo a semplificare le cose, il che spesso ha l’effetto di portarmi a verità più grandi”.
C’è qualcuno che ammira come artista, ma di cui non condividi le idee?
“Wagner. Ma cerco di non analizzare gli artisti in base alle loro ‘idee’ a meno che non siano così pienamente rappresentate nel loro lavoro da non poter essere ignorate. E anche in quel caso non faccio differenze. Se l’arte non mi piace a causa delle idee, semplicemente non spendo molto tempo con quell’opera. Alcune notevoli eccezioni sono rappresentate da certi tipi di musica”.
Qual è stato il compositore o l’artista che l’ha maggiormente influenzata?
“Arvo Pärt. Un minimalista squisito. Estatico. Aperto al mondo”.
C’è qualcosa che può realizzare nel suo lavoro di visual artist che è impossibile, o meno efficace, da realizzare come musicista?
“Non proprio. A volte il silenzio nell’arte visiva è difficile a causa della temporalità. Ma in fin dei conti le cose importanti per me come artista – gioia, curiosità, ipnotismo e libertà – sono esprimibili in tutti i linguaggi delle arti”.
Proviamo a ragionare sul contrario: c’è qualcosa che può realizzare come musicista che è impossibile, o meno efficace, da realizzare come visual artist?
“Gli stati di trance prolungata tendono ad essere un po’ più facili nella musica che nell’arte visiva. Con molte eccezioni!”.
Qual è la più grande lezione artistica che ha imparato da Lou Reed?
“Lou era una persona estremamente generosa che vedeva sempre gli aspetti positivi di tutto ciò che veniva creato: una commedia, una canzone, un libro. Vedeva e ammirava lo sforzo che era stato profuso in quelle opere. Allo stesso tempo era un critico estremamente feroce delle persone che causano dolore e ingiustizia di ogni tipo. Era intollerante all’arroganza e a certi tipi di stupidità. Mi manca così tanto e vorrei poter sentire i suoi pensieri sul declino della democrazia, sullo sfilacciamento dell’empatia e sull’assurdo trionfo dell’odio. In questi giorni canto spesso la mia versione della sua canzone Dirty Boulevard con i versi: ‘Dammi i tuoi affamati, i tuoi stanchi, i tuoi poveri, ci piscerò sopra. E’ questo che dice la statua del bigottismo. Le vostre povere masse accalcate, bastoniamole a morte. E facciamola finita. E buttiamole via Buttiamole giù sullo sporco boulevard’”.
Come ha visto cambiare New York da quando si è trasferita qui negli anni Settanta?
“New York non è un buon posto se hai bisogno di vivere con pochi soldi. Quindi è difficile per gli artisti, sebbene il mito dell’artista affamato sia evaporato. Così tanti giovani artisti ambiziosi hanno trovato modi per mantenersi in campi legati alle imprese aziendali. Grandi gallerie, un mercato dell’arte frenetico: New York è un grande posto. Mi piace spesso citare uno dei miei scrittori preferiti, George S. Trow, sul concetto di grandezza americana. Ha scritto: ‘La meraviglia era la grazia del paese. Ogni azione poteva essere giustificata da questo: la meraviglia in cui affondava le radici. Un periodo seguiva l’altro, e alla fine la meraviglia era che le cose potessero essere costruite così grandi. Ponti, grattacieli, fortune, tutti con una vita prima nel mercato attingevano ancora alla forza della meraviglia. Ma poi un momento di silenzio. Cos’era ora che era stato costruito, così grande? Solo il mercato stesso. Poteva esserci meraviglia in questo? Poteva esserci meraviglia delle dimensioni della truffa?’”.
Il compositore che l’ha maggiormente influenzata: “Arvo Pärt. Un minimalista squisito. Estatico. Aperto al mondo”. Lou Reed “era intollerante all’arroganza e a certi tipi di stupidità. Mi manca così tanto e vorrei poter sentire i suoi pensieri sul declino della democrazia e sull’assurdo trionfo dell’odio”
Ritiene che New York sia ancora la capitale del mondo?
“Ci sono così tante capitali ora. Tanti posti belli ed eccitanti in cui vivere. Adoro Roma, che considero la mia seconda casa. La mia prima capitale è New York, ovviamente. Pregiudizio da campanilismo!”.
Crede in Dio? Qual è il suo rapporto con la religione?
“Pratico la meditazione e mi interessa la consapevolezza che si può raggiungere attraverso di essa. Mi ha fornito modi per capire che non esiste un io e che allo stesso tempo sei radicalmente connesso agli altri. La mia vita spirituale e la mia vita creativa sono la stessa cosa. Richiedono una sola cosa ed è la stessa cosa: semplicemente essere consapevoli. Apprezzo molto l’idea buddista che ogni persona abbia la capacità – da sola – di raggiungere l’illuminazione e che non siano necessari gerarchie o intercessori. E che tutti abbiamo questa capacità innata. L’altra cosa che apprezzo della meditazione è la mia crescente capacità di comprendere, sfidare e accettare i molti modi in cui il mondo sta collassando politicamente, economicamente, tecnologicamente, ecologicamente e spiritualmente. Detto questo, come molte persone, in questi giorni sto vivendo un trauma morale. Gran parte di ciò che so sulla moralità nel XX secolo l’ho imparato dall’Olocausto. Il fatto che coloro che hanno sofferto in modo così monumentale stiano ora infliggendo la stessa sofferenza agli altri è una lezione estremamente difficile e dolorosa sul bene e sul male. Cosa possiamo imparare sull’amore e sulla fede da questo? Sulla sofferenza? Innumerevoli cittadini in tutto il mondo soffrono di questa stessa disconnessione tra diritti e bontà, a giudicare dalle manifestazioni imponenti e globali per i diritti del popolo palestinese”.
Qual è la sua opinione sul primo Papa americano?
“Sto pensando a una recente conversazione tra J.D. Vance e il nuovo Papa. Il vicepresidente si è convertito da poco al cattolicesimo e parla spesso di Sant’Agostino e di ciò che chiamava l’‘ordo amoris’, il cosiddetto ordine dell’amore. L’idea è che l’amore sia una serie di cerchi concentrici: al centro c’è la tua famiglia, quindi ti prendi cura di loro per primi, poi il tuo vicino, poi le persone nella tua città, poi nel tuo paese e le persone là fuori… lontane negli anelli esterni. Non sono problemi tuoi! Dovrebbero semplicemente tornare alle loro famiglie. Se ne hanno una. J.D. ne parla quando parla di deportazione: raccogliere persone senza documenti e deportarle… spesso in carceri di altri paesi. Nel frattempo il nuovo Papa venuto da Chicago, che è la mia città natale, ha detto: ‘No, signor vicepresidente, il suo modello di cerchi concentrici non è il modo giusto di guardare a quello di cui parla’. E poi ha detto quattro parole: ‘Noi non classifichiamo l’amore’. E ho pensato: posso convertirmi adesso? Chi ha il coraggio di dire cose di questo tipo nel nostro mondo?”.
C’è qualcosa che le piace in Trump e che i suoi avversari dovrebbero imitare?
“Ho passato decisamente troppo tempo a cercare di comprendere le decisioni di Donald Trump, il significato dei suoi discorsi, i suoi attacchi, il suo posto nella storia, gli effetti dei suoi annunci e decreti choc, il suo bisogno di titoli di giornale e praticamente ogni altra cosa che dice e fa. Non so quali circostanze abbiano portato quest’uomo a diventare uno psicopatico narcisista. Immagino che possa derivare da un’infanzia privilegiata ma abusata, dal suo addestramento al crimine e alla doppiezza da parte del suo mentore Roy Cohn e dalla gioia e dall’orgoglio complessivi che prova nell’esercitare potere sugli altri. A mio insindacabile e non medico parere, Donald Trump è una persona efficace per quello che riguarda i suoi interessi, ma malata di mente e messa alla prova dal suo peculiare senso di diritto, solitudine e insicurezza. E’ anche severamente limitato dal disgusto che prova per la maggior parte delle persone e dalla sua ammirazione per il fascismo, il potere e coloro che brandiscono questo potere grezzo.
Per rispondere alla domanda, mi viene da pensare alla vittima di stupro a cui viene chiesto: c’è qualcosa che ammiri del tuo stupratore? Forse la sua mascolinità? La sua forza? La fiducia? Il fascino innato e la facile affabilità? I suoi modi creativi di seduzione? Dimmelo tu. Sebbene l’affabilità possa essere attraente, quando viene usata per il potere personale è veleno”.
“La guerra ideologica che infuria in America affonda le sue radici in divisioni vecchie di secoli riguardanti la proprietà e i diritti umani, questioni che hanno diviso il paese e portato a una sanguinosa guerra civile. Quando la retorica del Maga getta nuovamente benzina su questo fuoco, i risultati sono estremamente tossici”
Qual è la sua reazione a quanto ha dichiarato recentemente Alexandria Ocasio-Cortez sul concetto di “woke”? Siamo di fronte a un vero e proprio ripensamento?
“Le parole sono state stravolte. Partiamo dal concetto di ‘sogno americano’, un’espressione che suggerisce pari opportunità per tutti. Quest’estate abbiamo celebrato il 250º anniversario della Dichiarazione di indipendenza. Il sogno della libertà è il fondamento aspirazionale degli Stati Uniti ed è enunciato nel documento con queste parole potenti che cambiano il mondo: ‘Noi riteniamo che queste verità siano di per sé evidenti, che tutti gli uomini sono creati eguali, che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità’.
Coloro che oggi hanno messo in dubbio la realtà di questo obiettivo sono stati chiamati ‘woke’, come se fossero morti viventi e avessero scoperto qualcosa di marcio in cantina. Inizialmente i woke erano visti come ingenui benefattori, poi come intransigenti in qualche modo contrari al progresso, quindi come traditori e, con il passare del tempo, come nemici. La guerra ideologica che infuria in questo paese affonda le sue radici in divisioni vecchie di secoli riguardanti la proprietà e i diritti umani, questioni che hanno diviso il paese e portato a una tragica e sanguinosa guerra civile. Quando la retorica dell’avidità e dell’autosufficienza del Maga getta nuovamente benzina su questo fuoco, i risultati sono estremamente tossici. Questa situazione degenera rapidamente in insulti e in domande assurde su quale sia la tua fazione in questa guerra artificiale di parole.
Sto pensando a una conversazione del 2004 tra un giornalista e un consigliere del presidente. Il consigliere disse al giornalista: ‘Voi vivete in una comunità basata sulla realtà e pensate di poter trovare soluzioni studiando la realtà. Ma non è così che funziona più il mondo. Ora siamo un impero, e quando agiamo, creiamo una nostra nuova realtà. Siamo gli attori della storia… e voi, tutti voi, sarete lasciati semplicemente a studiare ciò che facciamo’. Per quanto riguarda il sogno americano, la mia opinione è che non sia possibile svegliare qualcuno che sta solo fingendo di dormire.