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Innamorarsi a Berlino, una mostra sulle affinità elettive
“Wahlverwandtschaften” è il sogno di un'esposizione lungo trent’anni che prende finalmente forma attraverso il lavoro di ventiquattro fotografi, quattordici donne e dieci uomini, che, senza mai incontrarsi né conoscersi, hanno scattato in continenti diversi, in epoche diverse e con stili diversi la stessa immagine

Charlottenburg Palace Garden a Berlino (Foto Ansa)
Incontrarsi a Berlino e innamorarsi è un colpo di fulmine o una sorta di destino chimico? “Wahlverwandtschaften”, le affinità elettive, sono il sogno di una mostra fotografica lungo trent’anni che prende finalmente forma attraverso il lavoro di ventiquattro fotografi – quattordici donne e dieci uomini – che, senza mai incontrarsi né conoscersi, hanno scattato in continenti diversi, in epoche diverse e con stili diversi la stessa immagine. Benvenuti a Berlino, da Johanna Breede PHOTOKUNST, la galleria di riferimento internazionale per la fotografia in bianco e nero di qualità, dove la padrona di casa e curatrice ha composto dei dittici di memoria letteraria, ispirati dall’omonimo romanzo di Goethe. “Mi sono trovata nella fortunata posizione di poter giocare a Memory per molto tempo”, confessa al Foglio con eleganza la padrona di casa nel suo salottino Art Deco di Fasanenstraße 69, in una Berlino intorpidita dalla tarda estate nei quieti viali di Charlottenburg, a pochi giorni dalle recenti scosse elettorali.
La mostra collettiva “Affinità Elettive”, visibile fino al 23 ottobre, riunisce fotografi diversissimi come, tra gli altri, i tedeschi Miriam Tölke e Stefan Moses, l’ucraina Mariya Bilyan, il polacco Marek Pozniak, l’algerina-parigina Isa Marcelli, l’americana Sheila Rock, la cinese Songwen Sun-von Berg e la giapponese Ayako Takaishi, accanto a due grandi maestri scomparsi come Herbert List e Robert Lebeck. In mostra anche i due registi Ulrike Ottinger e Wim Wenders, con due scatti del 1985 tra Pechino e Tokyo: l’autore di “Perfect Days” è presente insieme alla moglie Donata, come l’altra coppia di fotografi giapponesi, Koichiro e Machiko Kurita. Johanna Breede racconta gli inizi della sua carriera a capo del dipartimento di fotografia della casa d’asta Villa Grisebach, dove è rimasta per otto anni, e la meraviglia mista a stupore di trovarsi tra le mani gli originali dei più importanti fotografi di sempre: “E’ stata un’esperienza formativa entusiasmante. Sulla mia scrivania avevo scatti di Irving Penn, Saul Leiter, Imogen Cunningham, Steichen, Edward Weston, Renger-Patzsch, Ansel Adams, Cartier-Bresson, Dorothea Lange e molti altri ancora. Amavo questo lavoro e leggevo tra le righe delle fotografie per scoprire affinità e, già allora, era emerso in me il desiderio di creare un dialogo tra i soggetti basato sull’affinità elettiva. Quando poi ho aperto la mia piccola galleria mi sono portata dietro quel desiderio, quel sogno. Ma a volte vendevo una fotografia e di conseguenza mi veniva a mancare la coppia per creare un dialogo nell’allestimento di ‘Affinità elettive’”. Questo dialogo segreto oggi si compone con bellezza e delicatezza sotto gli occhi curiosi della colta gallerista, e rimanda a gesti, ombre e situazioni descritte nell’omonimo romanzo, capolavoro della letteratura tedesca.
“Affinità Elettive”, alla galleria Johanna Breede PHOTOKUNST di Berlino, ospita le opere di ventiquattro fotografi diversissimi
Nel 1808 Johann Wolfgang von Goethe – sommo poeta, scrittore, filosofo e scienziato – prende in prestito il concetto di “affinità elettiva” dalla chimica e dall’alchimia, di cui è grande studioso, per costruire il suo “Wahlverwandtschaften”. Descrive così l’attrazione incontrollata e totalmente casuale che porta alcune sostanze a staccarsi dalle strutture esistenti per ricombinarsi con altre, trascinate da forze più profonde e altrettanto incontrollabili. Goethe ha sessant’anni, è nel pieno della sua produzione artistica e, nonostante sia sposato, perde la testa per la diciottenne Wilhelmine Herzlieb, detta Minna: le dedica prima una serie di sonetti, poi le regala persino un anello d’oro, ma la ragazza lo rifiuta con un certo distacco. Il cuore del Maestro va in frantumi, ma si ricompone magicamente nella costruzione del romanzo, in cui narra quell’amore impossibile disegnando il personaggio di Ottilia – l’eterea nipote orfana, descritta sulla falsariga di Minna, ovviamente. Nel romanzo la ragazza arriva alla tenuta di campagna dei coniugi Carlotta ed Edoardo, e quest’ultimo si innamora perdutamente di lei; poi Carlotta perde la testa per il Capitano, anch’egli ospite nella tenuta dei due. Esattamente come le sostanze chimiche che si ricombinano, le due coppie scoppiano e si ricompongono in un turbine di passione e tragedia incontrollabili.
Il “Wahlverwandtschaften” è ciò che sperimenta Goethe quando perde la testa per la diciottenne Wilhelmine Herzlieb
E’ noto come la vita sentimentale tumultuosa di Goethe abbia sempre alimentato la sua scrittura, e questo implacabile intreccio di amore e morte ha trasformato le “Affinità elettive” in quello che Thomas Mann, altro gigante irrequieto della letteratura tedesca, definì “il nostro romanzo più alto, un miracolo di felicità e di purezza compositive, stupefacente per ricchezza di rapporti, per intima connessione, per compattezza”. Goethe fu per Mann più di un padre spirituale, una presenza costante lungo tutta la carriera di uno scrittore che ha scandagliato la decadenza e l’erotismo della borghesia come nessun altro. E nei dittici finemente composti da Johanna Breede ritroviamo proprio questo: contrasti, forme, luci e gesti che sembrano rispondere a risonanze spirituali impalpabili eppure molto evidenti, come quelle descritte nel romanzo.
“Un bel piede è un grande dono di natura, una grazia che non viene mai meno”, dichiara con gran enfasi il Conte, uno degli ospiti di Edoardo, infatuato dal piede di Carlotta, moglie di Edoardo, di cui vorrebbe baciare la scarpetta con devozione. Immediatamente lo sguardo corre alla parete d’angolo, all’entrata della galleria PHOTOKUNST, dove le scarpe di Yuriko Takagi, scattate per una pubblicità di Comme des Garçons nel 1995, occhieggiano alle “Scarpe rosse” di Donata Wenders del 2009. E che dire della soave nuca femminile scattata a Parigi da René Groebli nel 1952, che si riflette in un’altra nuca fotografata da Donata Wenders cinquantatré anni dopo, in Giappone? Il romanzo di Goethe si apre con Edoardo e Carlotta alle prese con la ristrutturazione del parco della loro tenuta, con alberi da abbattere, nuove piante da inserire, metafora perfetta di ciò che i quattro personaggi – Edoardo e Carlotta, la nipote Ottilia e il Capitano – si ritroveranno a vivere nella nuova forma che la loro vita prenderà. Lo scrive Goethe nelle prime righe del romanzo: “a destra si apre la valle e, superate le ampie distese di alberi, lo sguardo si perde in una limpida lontananza”. Con lo stesso sguardo nella purezza del bianco Johanna Breede deve aver accostato il “Frozen Tree” scattato in Norvegia da Jens Knigge nel 2015 all’identico spoglio albero fotografato da Koichiro Kurita in Giappone nel 1987. E ancora: rileggendo la scena in cui, tornando dalla passeggiata vicino al vecchio mulino, Edoardo si volta a guardare Ottilia che “lo seguiva senza timori o incertezze, saltando leggera e in perfetto equilibrio di pietra in pietra, gli sembrava di vedere un essere celestiale che aleggiasse sopra di lui”, lo sguardo va a posarsi sui due collage fotografici di Isa Marcelli (2021) e Miriam Tölke (2022) che, l’una a Parigi e l’altra a Berlino, in modo misterioso e incantato danno forma al volto della stessa ragazza.
Nei dittici composti da Johanna Breede ci sono contrasti, forme e luci che sembrano rispondere a risonanze impalpabili eppure molto evidenti
I più sorpresi da queste affinità elettive incontrollate e incontrollabili sono gli artisti stessi. Mariya Bilyan definisce la gallerista “una calamita per artisti affini, è stato il suo occhio brillante a riunirci tutti così facilmente. Oggi è un evento raro”. Dello stesso parere anche Donata Wenders: “Che dono prezioso ci ha fatto Johanna!”, racconta la fotografa tedesca a proposito del lavoro della gallerista-alchimista. “Trovare le mie immagini, che conosco così bene, accostate come fratelli e sorelle ad altre foto dei colleghi è stato come conoscere dei membri della famiglia che non conoscevo ancora. Che gioia e che senso di appartenenza”. La stessa sensazione la trasmette la berlinese Kathleen Alisch, entusiasta di trovarsi accanto al lavoro del fotografo giapponese Koichiro Kurita: “Mi sembra un’estensione dei miei intensi periodi a Kyoto. Forse è un’interazione profondamente radicata tra caso e intenzione, che alla fine ci ha riuniti nella sua camera oscura in Giappone e ora su questa parete”. La chimica e il caso sono il sorprendente paradosso che regge tutta la mostra: la fotografia cattura l’istante – “ci sono solo coincidenze”, disse Henri Cartier-Bresson nel 1971 – eppure sembra avere una sua predestinazione. Stili fotografici diversissimi si collegano fra loro non come incontri casuali, ma come se si conoscessero già prima di incontrarsi sulle pareti di Johanna Breede.
“In effetti l’affinità elettiva, per me, è soprattutto un dialogo all’interno di una situazione del tutto imprevista e inaspettata”, aggiunge Donata Wenders, “nata da qualcosa che mi ha avvicinato, che non riuscivo a spiegare e che non avrei mai potuto pianificare in anticipo”. “A volte un’immagine mi appare nella mente prima ancora di incontrare il soggetto nella realtà”, racconta la fotografa giapponese parigina Ayako Takaishi, “mi sembra quasi che la fotografia esistesse già prima del momento in cui l’ho scattata, come se il tempo si fosse per un istante ripiegato su se stesso”. “Quando ho iniziato a fotografare”, racconta Isa Marcelli, “ho capito subito che non ero alla ricerca della perfezione tecnica, ma che al contrario preferivo i segni di una certa imperfezione. Mi interessa l’idea di vulnerabilità: siamo unici e singolari, ma anche esseri umani fallibili. E quando scatto non sono più l’unica responsabile – il caso diventa mio alleato”. Il caso interviene molto anche nei disegni a inchiostro di Songwen Sun-von Berg, nata a Shanghai ma residente a Berlino: “Arrivata all’inaugurazione sono stata sorpresa di vedere i miei disegni accanto alle foto di Jens Knigge e Ayako Takaishi. Non li conoscevo prima, e tutti e tre avevamo lavorato in modo del tutto indipendente”. Anche Jens Knigge sottolinea quanto per lui sia profondo il legame con il caso, a proposito della sua foto scattata sul lago ghiacciato Baikal, in Siberia: “Sono rimasto colpito dal profondo legame che la popolazione locale, prevalentemente buddista, instaura con le acque del lago. Ho fotografato formazioni di ghiaccio e ho astratto le immagini invertendone i toni, creando così spazio per la libera interpretazione e l’immaginazione”. Il tempo e lo spazio, dunque, si scompongono e ricompongono alle pareti della galleria di Johanna Breede, e la memoria fotografica di questi straordinari artisti diventa ora inconscio collettivo, che non si può controllare né pianificare. E negli stessi giorni in cui fotografi che non si sono mai incontrati si attraggono a vicenda, anche due musicisti da background diversissimi sperimentano un’affinità elettiva altrettanto incontrollabile che produce una musica perfetta come colonna sonora ideale della mostra-sogno: Anushka Chkheidze e Robert Lippok, lei 29 anni, lui 60, danno alle stampe il secondo album a quattro mani, “The Sky Was Out of Tune”, una onirica pièce di 25 minuti pubblicata dalla prestigiosa etichetta Morr Music.
L’affinità elettiva tra Anushka Chkheidze e Robert Lippok nel loro secondo album a quattro mani: “The sky was out of tune”
“E’ stata composta per il Festival of the Future alla Neue Nationalgalerie, nel novembre 2025”, racconta Lippok, “volevamo creare qualcosa di denso ma instabile, in cui rumore, armonie e melodie coesistessero, ma ciascuna conservando la propria identità”. Anushka Chkheidze, nata a Tbilisi, in Georgia, è considerata uno dei talenti più promettenti della scena musicale caucasica contemporanea, mentre Robert Lippok ha scritto alcune delle pagine più significative della musica berlinese: con il fratello Roland, quando ancora vivevano nella ex DDR, ha creato quel folle miscuglio sonoro di elettronica, post-rock e ambient, prima con il duo “Ornament und Verbrechen” – come il titolo del celebre saggio scritto nel 1908 dall’architetto Adolf Loos – e poi con i geniali To Rococo Rot. “Ci siamo conosciuti a Tbilisi nel 2019, durante un’improvvisazione in un workshop di musica ambient. Anushka ha suonato il pianoforte e, nel giro di un minuto, ho capito che volevo lavorare con lei. La chiarezza, la semplicità e la bellezza degli accordi e delle melodie che ha suonato mi hanno immediatamente toccato il cuore”, racconta Lippok, mentre passeggiamo all’incrocio tra Kreuzberg e Neukölln – i due quartieri più creativi e multietnici di questa città che sembra non dormire mai. Anche per lui l’immagine che Goethe prende in prestito dalla chimica calza a pennello per il suo modo di concepire la musica: “La collaborazione con Anushka è stata del tutto non pianificata, eppure dal momento in cui abbiamo iniziato è sembrata inevitabile, come se i nostri suoni si conoscessero già in qualche modo prima di incontrarsi. Ecco perché ho a cuore la frase di Donna Haraway (la teorica femminista americana, ndr) make kin, creare parentele, alleanze e responsabilità reciproca”.
Le “Affinità Elettive” messe in mostra da Johanna Breede svelano l’enigma prodigioso delle connessioni tra gli esseri umani, esattamente come la musica prodotta da Chkheidze e Lippok. E, come scrive Goethe nelle ultime pagine del suo romanzo: “Se uno dei due fosse stato trattenuto al lato estremo della casa, l'altro, istintivamente, senza farlo apposta, a poco a poco gli si sarebbe avvicinato. La vita era per loro un enigma, del quale trovavano solo insieme la soluzione”.