Sorvegliare e indignarsi. Cosa accade alla democrazia quando tutto è politicizzato

Oggi disponiamo di strumenti formidabili per denunciare, mobilitarci e sanzionare, ma di strumenti sempre più fragili per trasformare quell’energia in appartenenze che durino. La politica è uscita dai partiti ed è entrata nei consumi e nella cultura. Rileggere il libro di Anton Jäger
17 OTT 26
Immagine di Sorvegliare e indignarsi. Cosa accade alla democrazia quando tutto è politicizzato
C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui per occuparsi di politica bisognava in qualche modo cercarla: frequentare una sezione di partito, andare in un sindacato, a una riunione, a una manifestazione. Oggi è spesso la politica a venire a cercare noi. Ci chiede che cosa pensiamo di una guerra, di un film, di una campagna pubblicitaria; trasforma ciò che compriamo e le parole che usiamo in altrettante prese di posizione. Università, musei, festival e aziende sono chiamati a prendere posizione. Persino il silenzio, in certe circostanze, può essere interpretato come un atto di complicità, di codardia o di privilegio. Per non parlare di una parola sbagliata, di un vecchio tweet o di una fotografia riemersa dal passato, capaci di inseguirci a distanza di anni. Anton Jäger ha dato a questo paradosso un nome particolarmente felice: iperpolitica. Il suo libro, uscito in Italia da NERO nel 2024 (ne scrisse allora Alfonso Berardinelli su queste colonne) e ora pubblicato in inglese da Verso, fa molto discutere nel mondo anglosassone. Il sottotitolo dell’edizione inglese contiene già la tesi: Extreme Politicization without Political Consequences. Una politicizzazione estrema senza conseguenze politiche. Jäger contrappone l’iperpolitica alla politica di massa del Novecento.
Quella politica chiedeva appartenenza, disciplina, tempo, riunioni e anche una certa disponibilità alla noia, ma in compenso trasformava passioni e interessi in organizzazioni capaci di durare. La nostra politica funziona invece quasi al contrario: mobilita in poche ore milioni di persone, produce ondate potentissime di indignazione o entusiasmo, invade le piazze e soprattutto le piattaforme, e si dissolve altrettanto rapidamente. E’ una politica intermittente, molta intensità, poca sedimentazione. Il sociologo William Davies, discutendo Jäger sulla London Review of Books, ha trovato una formula efficace: “easy to join, easy to leave”. Resta però un dubbio. Siamo sicuri che questa politica non produca conseguenze? Lo storico francese Pierre Rosanvallon se lo era chiesto, in termini diversi, già vent’anni fa in La Contre-démocratie. La politique à l’âge de la défiance (Seuil). Pubblicato nel 2006, quando Facebook aveva due anni e l’iPhone non esisteva, il saggio invitava a non scambiare la crisi dei partiti e della rappresentanza per una semplice ritirata dei cittadini dalla politica. Stava nascendo, sosteneva, un’altra figura: il cittadino che sorveglia, denuncia, impedisce, giudica. Chiamò “controdemocrazia” questo insieme di poteri esercitati fuori dal momento elettorale e aveva già intuito che Internet sarebbe stato il loro ambiente naturale. Riletto dopo vent’anni di social network, Rosanvallon sembra aver visto qualcosa che allora era appena agli inizi. Abbiamo oggi in tasca uno strumento che permette a chiunque di filmare un comportamento, renderlo pubblico, denunciarlo e chiedere che qualcuno ne risponda, tutto nel giro di pochi minuti. Mai il cittadino ha avuto una simile capacità di sorveglianza. E mai siamo stati sorvegliati da tanti altri cittadini.
E’ difficile sostenere che tutto questo sia “senza conseguenze”. Una mobilitazione può non fondare un partito e tuttavia costringere un’università a cambiare una decisione. Può non produrre una legge ma indurre un editore a ritirare un libro, un museo a ripensare una mostra, un’azienda a modificare una campagna pubblicitaria; può cambiare le parole che usiamo e il costo sociale associato al loro uso; può costruire e distruggere reputazioni; può stabilire – almeno per qualche tempo – ciò su cui è necessario pronunciarsi e ciò su cui è diventato rischioso farlo. Forse continuiamo semplicemente a cercare gli effetti della nuova politica nei posti sbagliati. La politica di massa trasformava la mobilitazione in organizzazione mentre l’iperpolitica la trasforma spesso in pressione sociale e culturale. La prima accumulava iscritti, sedi, funzionari, giornali, rituali e memorie; la seconda accumula attenzione, e l’attenzione è una risorsa potentissima, ma volatile. Rosanvallon, del resto, non era ingenuamente ottimista. Aveva visto anche il rischio che una democrazia fondata sulla vigilanza diventasse bravissima a controllare, giudicare e impedire e molto meno a costruire un mondo comune. E’ precisamente il punto nel quale la sua “controdemocrazia” incontra l’“iperpolitica” di Jäger. Forse è questa la contraddizione che descrive meglio il presente. Disponiamo di strumenti formidabili per denunciare, mobilitarci e sanzionare, ma di strumenti sempre più fragili per trasformare quell’energia in appartenenze che durino. Non siamo diventati meno politici. Semmai è successo il contrario: la politica è uscita dai partiti ed è entrata nei consumi, nella cultura, nel linguaggio, nelle università, nelle aziende, nelle relazioni quotidiane. L’iperpolitica, insomma, non è una politica senza conseguenze. Di effetti ne produce molti, e spesso molto rapidamente. Altrettanto rapidamente alcuni svaniscono – e non è detto che sia un male. La sua forza e la sua fragilità in ogni caso hanno la stessa radice: la velocità.