Cultura
IL LIBRO •
Quando Sean Connery faceva il bagnino. Un tuffo nel Regno che non c’è più
Con Lido Land il giornalista Tom Fort sguazza in un secolo e più di edilizia sociale pensata per il tempo libero dei cittadini britannici. Altri tempi, si dirà, ma quella del “lido” è inevitabilmente anche una storia di trasformazioni sociali e politiche

(Foto Getty)
Il 18 luglio 1964 chi acquista una copia del New Yorker può leggere la storia di Neddy, un uomo di mezz’età che ha bevuto qualche bicchiere di troppo a un party domenicale e, allora, siccome la stagione si presta, decide di tornare a casa facendosela a nuoto per tutte le piscine che lo separano dalla sua villa a otto miglia di distanza. È un fiume suburbano lungo 15 piscine residenziali più una pubblica. Il racconto è ovviamente Il nuotatore di John Cheever e, per carità, Tom Fort non avrà il fisicaccio di Burt Lancaster che avrebbe impersonato sul grande schermo Neddy, però questo decorato giornalista della Bbc sulla settantina ha intrapreso un viaggio in tutto e per tutto simile. Solo, nelle piscine pubbliche all’aperto del Regno Unito. Il risultato è Lido Land: How Britain Learned to Make a Splash (Apollo Publishers, 2026), un libro eccentrico come da tradizione inglese, in cui con il medesimo spirito da “esploratore” di Neddy, Tom Fort sguazza in un secolo e più di edilizia sociale pensata per il tempo libero dei cittadini britannici.
Il “lido”, come si intuirà, è un prestito dall’italiano e poco c’azzecca con quello di Venezia da cui prende il nome. Certo, non mancano i richiami alla penisola nella storia delle piscine oltremanica: il “lido” esagerato di Blackpool si rifaceva al Colosseo con un twist art déco e ci si tenevano le competizioni di Miss Mondo, mentre all’apertura di quello di Stonehaven si sprecavano i richiami alla cultura romana dal palco riservato alle autorità. Le terme erano uno dei motivi per cui l’impero romano aveva prosperato tanto a lungo, e chissà che non potessero avere lo stesso effetto per quello britannico. Altri tempi, si dirà, ma quella del “lido” è inevitabilmente anche una storia di trasformazioni sociali e politiche.
Negli anni Trenta, i laburisti si propongono di far diventare Londra la città dei “lidi” e ne aprono a bizzeffe, con l’idea che nessuno debba viaggiare più di un paio di chilometri per farsi una nuotata. Una versione pionieristica della città dei quindici minuti di Gualtieri (o meglio di Carlos Moreno) a cui si accompagnava la costruzione di ospedali, fognature, scuole, mattatoi, tunnel, ponti ma anche campi da calcio, tennis e cricket, teatri, cinema e sale da ballo. E intanto cambiano letteralmente i costumi e dagli scafandri di lana che si raggrinziva con cui le natanti potevano – solo in certe ore della domenica – farsi qualche vasca assieme a signori ugualmente bardati si passa a bikini e slippini.
Non senza che accigliati vescovi con annesso codazzo di beghine e begardi si lamentassero del progressivo allontanamento dalla probità vittoriana, di certe losche frequentazioni e della promiscuità acquatica in vibranti lettere ai giornali locali. Ma ormai il danno è fatto, e a sciaguattare non sono più soltanto i damerini delle classi abbienti. Per dire, a Pontypridd, ormai rimasto l’ultimo “lido” ancora in attività in Galles, la piscina viene aperta nel 1927 per permettere ai minatori di darsi una lavata, visto che le acque dei fiumi attorno sono nere per i residui di carbone. Tra i frequentatori abituali c’era anche il cantante Tom Jones, figlio di un minatore della zona. Negli anni Cinquanta un aitante Sean Connery, lui invece figlio di un camionista e di una lavandaia, muove i suoi primi passi, o meglio dà le sue prime bracciate, come bagnino nella gigantesca Portobello Pool di Edimburgo.
Il trend subirà una battuta d’arresto a metà degli anni Sessanta con l’avvento dei pacchetti vacanza: a quel punto, i sudditi di sua maestà inonderanno gli alberghi e i resort improvvisamente abbordabili delle cittadine costiere di Benidorm e Torremolinos, Lloret de Mar e Marbella, a discapito di mete estive un tempo rinomate come Morecambe o Scarborough, ma soprattutto delle piscine di casa propria. E’ qui che il viaggio di Fort diventa distintamente nostalgico, un tuffo in un paese che non c’è più, quello dei “lidi” scomparsi o sul punto di scomparire. Due terzi delle piscine all’aperto britanniche chiudono i battenti nella seconda metà del Novecento. Ed è anche facile capire perché: hanno costi di mantenimento astronomici, possono essere utilizzate solo in un determinato periodo dell’anno (neppure sempre visto il meteo di quelle parti) e gli aficionados sono in diminuzione.
Spesso sono proprio le amministrazioni locali laburiste, che tanto avevano fatto in passato per il diritto alla nuotata, a chiudere il rubinetto: i “lidi” sono visti come attrazioni borghesi e superflue in questi anni di secca. Ciò nonostante, qualcuna di queste piscine ha resistito ai tagli al budget dei municipi e alla speculazione. E’ restata a galla quella di Brixton, per esempio, dove Libby Page ha ambientato il suo romanzo-coccola Il lido (La Nave di Teseo, 2018), in cui un’anziana frequentatrice e una agguerrita giornalista locale lottano per tenere aperto il Brockwell Park Lido, minacciato di chiusura da aridi immobiliaristi a cui non farebbe male un bagnetto. Nascono comitati e associazioni, il “lido” è, insomma, anche presidio democratico, con corpi di ogni forma e colore sotto il pelo dell’acqua. Finché dura. Un motivo in più per programmare un viaggio negli ultimi “lidi” britannici sull’esempio di Neddy e Tom Fort. E chissà che non tornino di moda con il climate change.