Quando nel 1976 l’Italia discuteva sul serio (e vinceva a Santiago). Un libro

Il merito di Di Caro è farci capire, senza mai alzare la voce, che lo sport è sempre anche una storia di istituzioni e di paese. È un libro da leggere e da regalare

17 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 08:19
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Foto via Getty Images

Esistono anni che sembrano contenerne dieci e il 1976 è uno di questi. Vi furono le elezioni del 20 giugno con il clamoroso risultato del Pci, il terremoto del Friuli, la nube tossica di Seveso, la nascita del quotidiano “la Repubblica”, la prima ministra donna, Tina Anselmi, per citare solo alcuni fatti: un paese che cambiava pelle mentre litigava, con passione e argomenti, sul proprio destino. E vi furono le Olimpiadi di Montreal, che lasciarono alla città canadese un debito estinto solo trent’anni dopo e costrinsero il mondo a ripensare il modello dei Giochi: una lezione da tenere a mente anche oggi, all’indomani di Milano–Cortina.
Dentro questo anno straordinario Eliana Di Caro, in L’anno della Davis. Il 1976 e l’Italia che cambia (il Mulino, 152 pp., 15 euro), colloca l’impresa che per la prima volta portò la Coppa Davis in Italia. L’autrice, affermata giornalista esperta di cultura e anche di tennis, lo fa con una scrittura elegante, leggera nel senso calviniano, che non rinuncia mai alla esattezza. In 130 pagine l’autrice ripercorre una vicenda epica e la intreccia al contesto politico italiano e internazionale e alla tragedia del Cile: la finale a Santiago, sotto Pinochet e la sua atroce dittatura, e il dibattito lacerante sull’opportunità di andarci. Il libro procede per testimonianze, documenti e immagini. Tra le voci ricorrenti spiccano quelle di Giuliano Amato e di Paolo Bertolucci, uno dei protagonisti in campo: entrambi testimoni di eccezione che, con diversi virgolettati, restituiscono il clima di allora meglio di qualsiasi ricostruzione a posteriori.
Ne esce il ritratto di un paese che sembra non esistere più, almeno per la profondità e la serietà con cui sapeva discutere. Si poteva dissentire aspramente su una partita di tennis perché tutti sapevano che non era soltanto una partita di tennis. Altrettanto preziosa è la narrazione delle vite, sportive e non, di Barazzutti, Bertolucci, Panatta, Zugarelli, del capitano Pietrangeli e del direttore tecnico Belardinelli. E’ un mondo di circoli, sacrifici e amicizie che ha aperto poi la strada al professionismo di oggi.
Sotto il profilo sportivo, questa storia ha un seguito felice. Quel tennis è cresciuto fino ai risultati eccezionali di questi anni: le nuove Coppe Davis, Sinner arrivato in cima al mondo, un’intera generazione ai vertici. Il 1976 ha segnato l’inizio di un percorso, reso possibile dalla capacità delle istituzioni che hanno guidato il tennis italiano, a cominciare dalla federazione, di investire, organizzare e allargare la base. Il confronto con il calcio è impietoso. Già negli anni Settanta Gianni Brera denunciava l’abbandono della classe media. Quell’erosione, sommata all’arretratezza delle istituzioni, ha prodotto un declino lento e poi un crollo, certificato dalla terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali. Sono due sport con due modelli di governo e due destini opposti.