“Vi racconto l’apocalisse russa”. Intervista al filosofo russo Mikhail Epstein

 “Il mio paese è l’antimondo che invidia, odia e vorrebbe inghiottire l’occidente. È come una luna che smette di riflettere il sole e decide di eclissarlo. Ma se l’occidente è fiero di sé e gli tiene testa, costringerà Mosca a rinunciare all’espansione”

13 OTT 26
Immagine di “Vi racconto l’apocalisse russa”. Intervista al filosofo russo Mikhail Epstein

Vladimir Putin al Cremlino nell'agosto 2026 (GettyImages)

Mikhail Epstein è nato il 21 aprile 1950 a Mosca. Laurea presso la Facoltà di Filologia dell'Università Statale di Mosca nel 1972, lunga carriera da ricercatore, premi, ingresso nell’Unione degli scrittori sovietici, fino all’emigrazione negli Stati Uniti nel 1990. Oggi Epstein insegna all’Università di Emory ed è uno dei più importanti studiosi al mondo di cultura russa. Ha scritto un libro, “Russian Anti-World: Politics on the Verge of Apocalypse”. Questa è l’intervista a Giulio Meotti.
* * *
Ne "L'Antimondo russo" lei osserva che le ragioni metafisiche della guerra di Putin restano un mistero. La sua tesi è che un processo storico stia spingendo la Russia verso l'autodistruzione, un'"ideologia della fine". Può spiegare?
Il mistero comincia esattamente dove finisce la logica politica. Una guerra che spopola l'aggressore, caccia i suoi giovani più dotati, ipoteca la sua economia al campo di battaglia e taglia fuori la sua élite dalla stessa civiltà dei cui agi non può fare a meno — una guerra del genere è assurda come politica. E quando un'azione è assurda politicamente, bisogna chiedersi se abbia senso metafisicamente. La mia risposta, in breve: uno Stato che non può più offrire ai suoi cittadini un futuro offre loro una fine. Nel giro di una sola generazione la storia ha minacciato due volte di giungere alla fine. Nel 1989 Francis Fukuyama ne proclamò la versione "paradisiaca": la democrazia liberale era sopravvissuta a tutti i suoi rivali. Pochi ricordano una frase di quello stesso saggio: gli ultranazionalisti russi, avvertiva, credono appassionatamente nella loro missione slavofila, e l'alternativa fascista è ancora ben viva laggiù. Un terzo di secolo dopo è arrivata la versione "infernale" della fine della storia, e ha scelto come emblema la lettera Z, l'ultima dell'alfabeto. Questa ideologia non disegna alcun quadro del futuro; ma, armata di armi nucleari, può trasformare l'intera civiltà in passato. Nell'aprile 2023 Dmitrij Medvedev, l'ex presidente, ha dichiarato che le armi nucleari sono la skrepa della Russia — il "legame spirituale" che tiene insieme lo Stato. Di solito diciamo che un paese acquisisce la bomba. Qui la bomba ha acquisito un paese. Come si arriva fin lì? Vedo tre passi: dal retro all'archeo al necro. Prima venne la nostalgia per gli anni di Brežnev. Poi il tuffo andò più in profondità: tornarono in auge Ivan il Terribile e la sua opričnina, e nel 2008 un concorso televisivo nazionale elesse come massima figura del passato nazionale Aleksandr Nevskij, un principe del XIII secolo che aiutò l'Orda d'Oro a riscuotere il tributo — come se in otto secoli nessuno scienziato, poeta o compositore avesse brillato di più. Lo slogan "Russia, avanti!" del 2009 fu silenziosamente sostituito da "Tempo, indietro!". Chiamo questa condizione ucronia: un non-tempo, come l'utopia è un non-luogo. In russo la parola ha un'eco involontaria, khoronit', "seppellire". L'ucronia è la sepoltura del tempo. L'ultimo passo, dall'archeo al necro, è stato compiuto in senso letterale. Nel 2016 il direttore di un istituto economico dell'Accademia delle Scienze russa propose di concedere il voto ai 27 milioni di cittadini sovietici periti nella Seconda guerra mondiale, con i parenti che avrebbero votato in loro nome; nel maggio 2024 un alto deputato della Duma del partito al potere parlò del "diritto di voto delle generazioni scomparse". La burocrazia, che raramente mente sulle sue intenzioni, diede il segnale più chiaro. Nel dicembre 2021 uno standard nazionale intitolato "Sepoltura urgente di cadaveri in tempo di pace e di guerra" prescrisse fosse comuni a quattro strati e bare accumulate a trecento per mille abitanti. Entrò in vigore il 1° febbraio 2022, tre settimane prima dell'invasione. Uno Stato che standardizza in anticipo le fosse comuni ha già scelto il suo genere letterario. Nell'estate del 2024 il capo dello Stato formulò lui stesso l'ideologia della fine. Se l'Occidente cerca la "sconfitta strategica" della Russia, ciò significherebbe la fine di mille anni di statualità russa — "e allora sorge la domanda: perché dovremmo aver paura? Non sarebbe meglio andare fino in fondo, fino alla fine?". Fino alla fine — in nome di che cosa? Ogni grande ideologia ha un telos, un fine. Questa ha solo un finis, un finale. Incapace di dire per che cosa vive, sa almeno come finirà. Uno Stato che non sopporta un confine preferisce una fine a un confine. Questo finale ha la sua teologia. Il romanziere Vladimir Šarov la descrisse con accuratezza profetica in Il regno di Agamennone (2018). I suoi personaggi ragionano così: chi uccide gli innocenti li manda dritti in paradiso e li risparmia dai terrori del Giudizio Universale; dunque i grandi tormentatori della storia sono i suoi grandi benefattori. Chiamo questo satanodicea: non la giustificazione di Dio di fronte al male, ma la giustificazione del male come strumento di salvezza. Quello stesso anno il presidente russo disse a un forum che in uno scambio nucleare "noi, come martiri, andremo in paradiso, e loro semplicemente creperanno". La sala rise. Quelli che avevano letto Šarov no. Perché l'autodistruzione? Perché la storia è l'arte del rinvio: si costruisce, si accumula, si trasmette, si aspetta. Una civiltà vive al futuro. Quando un paese non riesce a scrivere il capitolo successivo, è tentato di scrivere le parole "Fine". Negli anni Ottanta scrissi un trattato pseudo-mitologico, Il Grande Regno dei Gufi, su uno Stato notturno i cui cittadini venerano i gufi come antenati totemici. Nelle sue scuole pendeva lo slogan: "Sii un soldato — morirai comunque!". Lo intendevo come satira. Non mi aspettavo di sentirlo, quasi parola per parola, dal capo dello Stato. Nel novembre 2022, incontrando madri di soldati accuratamente selezionate, ricordò loro che ogni anno decine di migliaia di russi muoiono in incidenti stradali o per la vodka, senza sapere per che cosa avessero vissuto; i loro figli, invece, non erano morti invano — "il loro obiettivo era stato raggiunto". La morte in battaglia come cura di una vita senza senso: ecco l'ideologia della fine, pronunciata nel linguaggio rassicurante della consolazione.
Da Pietro il Grande, la Russia ha imitato l'Occidente sognando di distruggerlo? Come si è trasformata quell'imitazione in risentimento e desiderio di vendetta?
Imitazione e distruzione non sono due politiche che si alternano nella storia russa; sono un unico gesto visto da due lati. La mano che prende e la mano che colpisce appartengono allo stesso corpo. Il testimone più onesto di questa dualità è Dostoevskij, perché non la osservò dall'esterno — la incarnò. Nel suo Discorso su Puškin del 1880 esclamò: "Oh, i popoli d'Europa non sanno quanto ci sono cari!". Eppure pochi anni prima, nel Diario di uno scrittore, aveva elogiato l'anima russa in rivolta, "alla quale la cultura europea è sempre stata, fin da Pietro stesso, odiosa". Guardate da vicino e troverete la stessa parola in entrambi i passi: "inconsciamente". La Russia amava l'Europa inconsciamente e la odiava inconsciamente. Ciò che non è mai riuscita a fare è diventare consapevole di entrambi i sentimenti insieme — che è l'inizio della maturità, nelle nazioni come nelle persone. Freud, nel suo saggio su Dostoevskij, chiamò questa oscillazione un "tratto caratteristico russo": un patto con la coscienza in cui il pentimento apre la via a nuovi peccati. Lo stesso vale per il rapporto della Russia con l'Occidente. L'ammirazione è il pentimento che rende possibile la prossima aggressione; l'aggressione è il peccato che richiederà una nuova ondata di ammirazione. Perché proprio l'Occidente? Perché la Russia non ha altro polo. La Cina affronta l'Occidente come una civiltà più antica, con la propria filosofia, scrittura e religione; qualunque cosa prenda in prestito, la innesta sul proprio tronco. La Russia non ha nulla da opporre all'Occidente se non l'Occidente stesso — i suoi stessi prestiti occidentali rovesciati. Assomiglia a una luna che, stanca di riflettere il sole, decide di eclissarlo. Ma anche un'eclissi è possibile solo grazie alla luce del sole. I Vecchi Credenti maledissero Pietro il Grande come l'Anticristo, il distruttore della Santa Rus'. Šarov offrì una lettura più inquietante: gli scismatici si sbagliavano. Pietro andò in Occidente non per consegnare la Russia a esso, ma per andare a prendere il fuoco con cui bruciarlo. Da qui il destino della più famosa metafora russa. Si dice che Pietro "aprì una finestra sull'Europa". I suoi successori continuano a convertire quella finestra in una feritoia. Ogni apertura russa — Caterina, Alessandro II, il Disgelo, la perestrojka, gli anni Novanta — è seguita da un restringimento, finché la finestra diventa una fessura appena abbastanza larga per la canna di un fucile. Come si trasforma l'imitazione in vendetta? La Russia importò i mobili dell'Occidente: parlamenti, tribunali, università, costituzioni, elezioni. Ciò che non importò fu il pavimento su cui quei mobili poggiano: l'inviolabilità della persona e la santità del contratto. Collocate su un terreno diverso, le forme importate divennero forme di forme, idoli di idoli. Lo slavofilo Aleksej Chomjakov celebrò la sobornost', la mistica unione dei fedeli, superiore, credeva, sia al legalismo cattolico sia all'individualismo protestante. Ma un'unità non frenata né dalla legge né dalla libertà personale degrada facilmente in ciò che chiamo sovornost', da vor, "ladro": un cerchio di complicità collettiva nel violare la legge. I lettori italiani riconosceranno un lontano parente di questo cerchio: l'omertà. Una barzelletta russa dice tutto. La figlia di un generale dice al padre: "Papà, sei un ladro!". Lui risponde: "Cara, amo la Madrepatria — mi è permesso". Qui il patriottismo non è la maschera della corruzione ma il suo vero volto. Chi non ruba non è dei nostri. In una società del genere l'Occidente non è soltanto un rivale; è un vivo rimprovero. È la prova che la casa può davvero stare in piedi, che un tribunale può davvero giudicare, che un'elezione può davvero cambiare un governo. Pensate a un falsario che arriva a odiare le banconote autentiche — non perché sono straniere, ma perché sono garantite dall'oro, mentre le sue sono garantite solo dalla paura. Questa è l'anatomia del risentimento. Qui sta il paradosso finale. La vendetta, come l'imitazione, è una forma di dipendenza. Chi sogna di distruggere il modello non può vivere senza di esso. Una Russia che si fosse davvero liberata dall'Occidente smetterebbe semplicemente di pensarci, come il Giappone non passa le giornate a maledire il Portogallo, da cui un tempo ricevette le prime armi da fuoco. L'ossessione stessa per l'Occidente è la migliore prova che la Russia non ha ancora trovato se stessa.
Che cos'è il "mondo russo", e perché descrive la Russia di oggi come un "antimondo" definito dalla negazione piuttosto che da un progetto positivo?
Cominciamo da una parola. In russo mir significa "mondo", ma anche "pace", e nel vecchio villaggio significava la comunità contadina. Nel XXI secolo il "mir russo" si è rivelato una guerra contro il mondo. Ecco perché parlo di un antimondo, un anti-mir: un mondo che è al tempo stesso un'anti-pace. Nel novembre 2023, alla sessione giubilare del Consiglio Mondiale del Popolo Russo, la dottrina ricevette la sua formulazione definitiva. Il presidente definì il mondo russo come l'Antica Rus', lo zarato moscovita, l'Impero russo, l'Unione Sovietica e la Russia contemporanea. Non menzionò che ciascuna di queste "ipostasi" nacque dalla violenta negazione di quella precedente. Il Patriarca nominò "tradizione" come denominatore comune. Ma quale tradizione? L'opričnina o l'Illuminismo? La Terza Roma o la Terza Internazionale? La Chiesa o l'ateismo militante? Sommate tradizioni che si cancellano a vicenda e ottenete zero — uno zero che vuole solo espandersi. Il Patriarca andò oltre e paragonò il mondo russo alla Pax Romana, notando con notevole franchezza che tale espansione culturale è stata spesso realizzata "con metodi militari e politici". I lettori italiani apprezzeranno la differenza. La pace romana, qualunque ne fossero le crudeltà, portò strade, acquedotti, un diritto comune e una cittadinanza a cui un Gallo o un Siriano potevano aspirare. San Paolo, un ebreo di Tarso, poteva dire civis Romanus sum e appellarsi a Cesare contro un tribunale provinciale. A chi può appellarsi il suddito del mondo russo? Non alla legge — solo al favore del sovrano. La Pax Romana era un impero della legge; il "mondo russo" è una legge dell'impero. Guardate gli obiettivi della sua espansione: prima la Georgia, poi l'Ucraina. Nessuno dei due è estraneo alla Russia: la fede è ortodossa, l'economia capitalista. Né motivi religiosi né sociali spiegano la guerra. Per capire il mondo russo, dunque, bisogna guardare non a ciò che afferma ma a ciò che nega. La Terza Roma combatteva gli eretici; l'Unione Sovietica combatteva i capitalisti; il mondo russo semplicemente combatte — come l'antimateria, che non litiga con questa o quella particella ma annichilisce la materia al contatto. Da qui il vocabolario che ho dovuto costruire per il libro: anti-tempo, anti-vita, anti-moralità, anti-società — e, infine, una guerra all'essere stesso. Quando la leadership russa dichiarò nell'autunno del 2022 che l'Occidente pratica "la religione al contrario — satanismo puro e semplice", la retorica ufficiale aggiunse presto la "de-satanizzazione" dell'Ucraina agli obiettivi della guerra. Si può denazificare un'ideologia e smilitarizzare un esercito. "De-satanizzare" un paese significa fare la guerra alla sua stessa esistenza. Spesso diciamo di politici staccati dalla realtà che vivono in un "mondo parallelo". La geometria è sbagliata. Le linee parallele non si incontrano; un mondo parallelo sarebbe innocuo. L'antimondo è un mondo perpendicolare: interseca la realtà ad angolo retto per tagliarla di netto. L'antimondo non ha proprio alcun progetto positivo? Ha un prodotto, che fabbrica con grande diligenza: il vuoto. Chiamo questa attività coltivazione del vuoto, sul modello dell'orticoltura o dell'allevamento: lavoro instancabile il cui risultato è il nulla. Decreti che non possono essere eseguiti, istituzioni che imitano istituzioni, una guardia alla porta di ogni farmacia, che non custodisce nulla da nessuno. Una civiltà si misura da ciò che aggiunge al mondo. L'antimondo si misura da ciò che sottrae — e non sottrae soltanto ciò che esiste, ma ciò che avrebbe potuto esistere. La sua fotografia sul passaporto è un negativo.
Come la letteratura russa e l'idea di spazio sconfinato — l'uomo del sottosuolo di Dostoevskij, Gogol', Puškin — aiutano a spiegare la passività politica, la violenza e il fallimento nel costruire una civiltà a cui altri si unirebbero liberamente?
La sua domanda ha tre parti, e la letteratura russa risponde a ciascuna con una voce diversa: Gogol' e Puškin spiegano la passività, Dostoevskij la violenza, Čechov l'incapacità di attrarre. Ma cominciamo da un paesaggio piuttosto che da una teoria. Nell'estate del 2006 mi trovavo sulla riva del lago Seliger, sull'alto Volga, con una spedizione dialettologica. Un meraviglioso ovale d'acqua incorniciato da foresta scura, nuvole sopra e nuvole riflesse sotto. Intorno a un lago del genere, si pensa, dovrebbero esserci città prospere, moli allegri, gente ricca e libera. Ma a pochi passi dalla riva sorgeva una chiesa in rovina: il cielo si spalancava dove era stata la cupola, e il pavimento era coperto di sterco di vacca. Nei villaggi erano rimaste solo poche vecchie, e alcuni bevitori senza speranza. L'unico posto vivace della zona era un insediamento di operai tagichi, che si erano già costruiti una moschea. Perché la Russia è così infelice, e perché porta infelicità agli altri? Il clima non è la risposta; la Finlandia si trova più a nord e ha costruito una civiltà pacifica, inventiva, umana. La mia risposta è la grandezza dello spazio e l'orgoglio che genera. Gli economisti parlano della "maledizione delle risorse"; io aggiungerei una maledizione territoriale. Un territorio che non può essere né abbandonato né davvero popolato è vissuto come vuoto, e il vuoto esige di essere allargato piuttosto che riempito. Un paese si impadronisce di ciò che è straniero come modo rovesciato di fuggire da se stesso: solo nel contatto ostile con l'estraneo sente di essere vivo. Osip Mandel'štam scrisse: "Viviamo senza sentire il paese sotto di noi". Il paese non si adatta al corpo come un indumento; si gonfia come una vescica. Nessuno lo sente come proprio, e perciò nessuno si sente responsabile di esso. Gogol' lo vide più terribilmente di chiunque altro. Chi è il personaggio più spaventoso delle Anime morte? Non i proprietari terrieri: accanto ai tipi umani del XX secolo i loro vizi sono le cattive abitudini dei bambini. La figura veramente demoniaca appare nella digressione lirica, ed è la Rus' stessa: "Perché mi guardi così, e perché tutto in te si è rivolto verso di me con occhi pieni di attesa?… Sto immobile… e il mio pensiero ammutolisce davanti al tuo spazio". È lo sguardo immobile, penetrante della strega del suo racconto Vij, davanti al quale la vittima non può né muoversi né proferire parola. Lo spazio in Gogol' è un incantesimo che pietrifica. Questa è la radice letteraria della passività politica. La parte di Puškin è più sottile, e ha un risvolto italiano. Nel 1836 scrisse la poesia "Da Pindemonte", dichiarando di non dare grande valore ai "diritti rumorosi" — la libertà di stampa, il diritto di impedire ai re di fare la guerra: "parole, parole, parole". Un'altra, "migliore" libertà gli è cara: non dipendere né dallo zar né dal popolo, non piegare né la coscienza né il collo. Questa poesia fondò il grande mito russo della libertà "segreta", interiore, che consolò l'intelligencija per due secoli. Ma guardate il titolo. Puškin non poteva firmare i propri pensieri: li attribuì a Ippolito Pindemonte, un poeta veronese morto nel 1828. All'inizio aveva scelto Alfred de Musset, ma Musset era vivo e noto come campione della libertà — troppo pericoloso. Lo stesso Puškin passò anni cercando di fuggire all'estero, una volta progettando di sgusciare fuori travestito, con una parrucca, da servitore di un amico. Così l'inno alla libertà interiore fu scritto da un uomo che non poteva viaggiare, non osava firmarlo, e non lo vide mai stampato. Apparve solo dopo la sua morte, e fino a oggi ogni edizione di Puškin lo pubblica sotto il titolo "Da Pindemonte". La maschera è sopravvissuta al volto: la libertà segreta della Russia porta ancora un nome italiano preso in prestito. Nel febbraio 1921 Aleksandr Blok invocò ancora una volta la "libertà segreta" di Puškin. Quel luglio il Politbjuro rifiutò di lasciare che il poeta gravemente malato partisse per cure in Finlandia; quando la decisione fu ribaltata e i documenti pronti, era troppo tardi. Blok morì il 7 agosto. La grammatica russa aggiunge il suo commento. Non si dice "una granata uccise il giovane" ma "lo uccise con una granata", come se la granata fosse brandita da una forza elementare. La linguista Anna Wierzbicka sostenne che questa abbondanza di costruzioni impersonali incoraggia una visione del mondo come sequenza di eventi al di là del controllo umano — come il fato. È una grammatica della responsabilità assolta. Non "siamo venuti", ma nas zaneslo, "siamo stati portati là". Lo scrittore Jurij Nagibin scrisse nel suo diario nel 1994 che la massima colpa del popolo russo è di essere sempre innocente ai propri occhi; che né Lenin né Stalin sarebbero stati il nostro destino se non l'avessimo voluto. Questa è la mia risposta alla domanda "Perché siamo in Ucraina?". Ho parlato altrove dell'uomo del sottosuolo; permettetemi di rivolgermi invece ai suoi fratelli meno famosi. Dostoevskij capì che il dono più seducente che un potere può offrire non è né il pane né un'idea. In Demoni Pëtr Verchovenskij spiega che con un diritto aperto al disonore è facilissimo trascinare un russo, e Stavrogin risponde: "Il diritto al disonore — ma allora tutti correranno da noi, non ne resterà uno indietro". E nel suo racconto "Bobok" i morti in un cimitero, nelle poche settimane prima che la coscienza li abbandoni, decidono di non vergognarsi più di nulla: "Spogliamoci nudi!". Da un corpo in decomposizione viene una sillaba senza senso: "Bobok, bobok". Credo che bobok sia il nome dello stile degli anni Dieci e Venti del nostro secolo, come "decadenza" fu il nome del fin de siècle: spudoratezza permessa perché la morte cancellerà tutto. Il bobok ha perso tutte le illusioni e tenuto un solo diritto — il diritto al disonore. Infine, perché la Russia non è riuscita a costruire una civiltà a cui altri si unirebbero liberamente? Čechov rispose in "L'uomo nell'astuccio" (1898). Una cittadina di provincia trema davanti all'insegnante Belikov, che insegna una lingua morta, teme tutto, denuncia tutti e continua a ripetere "purché non succeda qualcosa!". Poi arriva un nuovo insegnante dall'Ucraina, Kovalenko, con sua sorella Varenka, che canta, ride forte e — orrore! — va in bicicletta. Belikov è attratto da lei, ma l'attrazione lo spaventa, e si ritira ancora più in fondo nel suo astuccio. La storia finisce con la risata squillante di Varenka e il funerale di Belikov; nella bara sembra quasi contento, come lieto di essere stato finalmente messo in un astuccio da cui non uscirà mai. Notate un dettaglio: Kovalenko insegna storia e geografia — precisamente la materia del conflitto odierno. Le civiltà attraggono per invito, non per annessione. Nessuno è mai emigrato volontariamente nell'astuccio di Belikov.
Come la Russia inquadra e sfrutta il tema della "decadenza occidentale"? La Russia di Putin crede davvero di essere l'"antimondo"?
L'accusa di decadenza è lo strumento più antico nell'arsenale del predatore, e la letteratura russa ne registrò la logica molto tempo fa. Nella favola di Krylov "Il lupo e l'agnello", una versione di Esopo e La Fontaine, il lupo vuole prima "dare alla faccenda un aspetto legale": l'agnello intorbida la sua acqua, i parenti dell'agnello una volta lo offesero. Quando ogni argomento crolla, dice francamente: "Sei colpevole semplicemente perché ho fame". Questa è la storia dell'Ucraina, accusata prima di tradire un'"unità storica", poi di "nazismo", infine di "satanismo": le accuse cambiavano, l'appetito restava lo stesso. Ma Krylov scrisse un seguito, "Il lupo nel canile". Il lupo entra in quello che prende per un ovile e si trova in mezzo ai cani. La "decadenza occidentale" è il modo del Cremlino di scambiare un canile per un ovile: la convinzione che l'Occidente sia un gregge diventato molle di comfort, troppo viziato per difendersi. Qualunque cosa faccia l'Occidente, è giudicato colpevole. Se è liberale, è decadente; se fosse tradizionalista, sarebbe "fascista"; se forte, aggressivo; se debole, spregevole. Il verdetto precede l'accusa. Tutto dipende dal fatto se il lupo, una volta dentro, scoprirà di aver sbagliato indirizzo. Ciò che colpisce in questa retorica non è la sua rozzezza ma la sua precisione speculare. Nell'ottobre 2014, mesi dopo la Crimea, il presidente russo avvertì il mondo che "la fiducia nella propria eccezionalità e i tentativi di raggiungere obiettivi geopolitici con qualsiasi mezzo, disprezzando le norme del diritto internazionale, possono portare a conseguenze terribili". Chi lo disse, ci si chiede — il Segretario generale dell'ONU? Il Papa? Una timida menzogna devia dalla verità di pochi gradi; una più audace di novanta; questa devia di esattamente centottanta. Umberto Eco elencò quattordici tratti del fascismo eterno. Io ne aggiungerei un quindicesimo: il fascismo che si presenta come lotta contro il fascismo. Dunque chi è decadente? Nel novembre 2022, mentre la mobilitazione spazzava i giovani dalle strade, Mosca ospitò la fiera dell'industria funeraria "Necropoli". Giovani visitatori provarono sudari e si sdraiarono nelle bare, e uno slogan pubblicitario prometteva: "Ne seppelliamo due — il terzo gratis". Nel gennaio 2024 il paese fu scosso dal destino di Twix, un gatto fatto scendere da un treno e poi trovato morto; circa 380.000 persone firmarono una petizione. Nelle stesse settimane le Nazioni Unite contavano più di diecimila civili uccisi in Ucraina, centinaia dei quali bambini. Nessuna petizione — e nessuna era possibile. La compassione per un gatto è permessa; la compassione per i bambini dell'altra parte è punibile. Lo Stato decide non solo chi uccidere ma chi si può compatire. Puškin aveva già disegnato questa figura. In Dubrovskij il fabbro Archip chiude a chiave la porta di una tenuta in fiamme, lasciando perire le persone dentro, e nello stesso minuto sale su un tetto in fiamme per salvare un gatto — invocando Dio entrambe le volte. Archip è l'archetipo (il gioco di parole è irresistibile) di ciò che chiamo doppia anima: due anime in un solo petto, la pia e la predatrice, con nulla in mezzo. Tenerezza verso gli animali e crudeltà verso le persone: questa non è tradizione. È decadenza nel senso più esatto della parola, il decadimento del centro umano, cioè della coscienza, tra il santo e la bestia. La decadenza, dopotutto, è una parola romana, e l'Occidente sta "declinando" da molto tempo. Dai tempi di Spengler l'Occidente ha assistito ai funerali di molti regimi che ne avevano profetizzato la fine. Costantino Kavafis ha la poesia perfetta per questo, "Aspettando i barbari". I senatori di una Roma stanca aspettano tutto il giorno i barbari, che non arrivano mai, e la poesia finisce: "E ora che sarà di noi senza i barbari? Quella gente era una specie di soluzione". Il Cremlino si offre all'Occidente esattamente come tale soluzione: il barbaro venuto a punire Roma per i suoi peccati. Ma c'è anche una poesia russa sull'argomento, "Skrymtymnym" di Andrej Voznesenskij (1970), costruita intorno a una parola scura, intraducibile, che suona come un ringhio dagli inferi e, stranamente, contiene "Crimea". I suoi versi finali: "Ma non dimenticare — Roma cadde, / non avendo compreso il saluto 'Skrymtymnym'". Il pericolo per l'Occidente non è la decadenza ma la sordità: non capire il saluto del barbaro. La Russia di Putin crede di essere l'antimondo? Nessun antimondo si è mai pensato così. Un negativo fotografico vede bianco dove c'è nero; l'antimondo è sinceramente convinto che il mondo sia l'antimondo. Nel 2014 l'allora primo ministro annunciò che il paese era "circondato da nemici da ogni lato". Un record mondiale: nel giro di pochi mesi il paese più grande della terra era riuscito a circondarsi di nemici. Ma "credere" è la categoria sbagliata. Il doppiopensiero sovietico separava fini e mezzi: ci si sporcava le mani di sangue per il bene di un futuro radioso. Oggi non c'è futuro e non ci sono fini, solo mezzi che servono se stessi. Il doppiopensiero ha ceduto il passo alla doppia anima di Archip. Una tale anima non crede alla propaganda; vi aderisce, come si aderisce a un cerchio di complici. Ripetere insieme una menzogna evidente è un giuramento di complicità reciproca — la forma verbale della sovornost'. E qui, credo, sta l'argomento più forte a favore dell'Occidente, quello che faccio nella postfazione del libro: dimmi chi è il tuo nemico, e ti dirò chi sei. L'odio dell'antimondo è notevolmente selettivo. Odia la democrazia e lo stato di diritto; i diritti umani e le pari opportunità; la libertà di parola e il pluralismo delle opinioni; la tolleranza della differenza; la razionalità scientifica; la società civile. A molti occidentali queste cose sembrano così autoevidenti, così piatte e banali, che sono tentati di abbattere la propria casa per ricostruirla da zero. Guardatele attraverso gli occhi del loro nemico e scoprirete che sono i "valori tradizionali" dell'Occidente — e i più preziosi. Fukuyama temeva che la democrazia liberale generasse "ultimi uomini", troppo a loro agio per difendere la loro libertà. L'antimondo ha offerto all'Occidente una chance di non diventare gli ultimi uomini. Né la capacità di autocritica dell'Occidente è un segno di declino. Una civiltà che può dire mea culpa è viva; una che può dire solo "la colpa è loro" sta morendo. L'autocritica è il sistema immunitario dell'Occidente. Il pericolo comincia solo quando il sistema immunitario inizia ad attaccare il corpo stesso.
Vedremo mai una Russia in pace con il "mondo", e quindi con l'Occidente?
La sua domanda contiene un paradosso che solo la lingua russa può esprimere pienamente. Poiché mir significa sia "mondo" sia "pace", "una Russia in pace con il mondo" suona in russo come "una Russia a mir con il mir". Nel gennaio 1916, nel mezzo della Prima guerra mondiale, Mandel'štam scrisse della "parola rifiutata 'mir' / all'inizio di un'era insultata". La parola è stata rifiutata ancora una volta. Ma le parole vivono più a lungo dei governi. Tengo un calendario personale per questo. Per un quarto di secolo ho proposto di celebrare il 23 febbraio — in Russia il Giorno del Difensore della Patria, un tempo Giorno dell'Armata Rossa — come ciò che quella data era nell'antica Roma: i Terminalia, la festa di Terminus, dio delle pietre di confine. Chi spostava una pietra di confine, ritenevano i Romani, era maledetto. Ovidio si rivolge al dio nei Fasti: "Tu populos urbesque et regna ingentia finis; / omnis erit sine te litigiosus ager" — "Tu poni i confini di popoli, città e grandi regni; senza di te ogni campo sarebbe in disputa". Un confine è sacro perché separa. Nulla è più comune agli esseri umani dei confini che li dividono; i termini custodiscono la pace come i penati custodiscono il focolare. Il 23 febbraio 2022 pubblicai, come ogni anno, il mio saggio sui Terminalia, questa volta sottolineando l'inviolabilità dei confini. La mattina dopo cominciò la guerra. Uno Stato che cancella il confine di un altro svaluta il significato del proprio. Il grande profeta conservatore della Russia stessa lo capì. Negli anni Settanta Aleksandr Solženicyn esortò il suo paese a smettere di rastrellare, con mano sovrana, vicini che volevano vivere liberi; a scegliere l'autolimitazione; a svilupparsi verso l'interno piuttosto che verso l'esterno, in profondità piuttosto che in ampiezza. E lasciatemi porre ai vostri lettori una domanda semplice. L'Italia è più debole perché non è l'India? Il Giappone è più debole perché non è la Jacuzia? Essere se stessi, crescere nella misura della propria grandezza — questa è forza. Uno Stato è debole precisamente quando è più grande di se stesso della misura delle sue conquiste. È possibile una Russia del genere? Credo che il problema risieda meno nelle persone che nel mezzo in cui vivono. Il demografo americano Nicholas Eberstadt osservò che i russi, una volta lasciata la Russia, tendono a prosperare subito. Le gocce d'acqua che formano uno tsunami sono chimicamente identiche alle gocce di un mare calmo; è la forza che agisce sull'intera massa a renderle mortali. La pace con il mondo richiede dunque un mezzo diverso: la legge invece del favore, la misura invece della sconfinatezza, l'autogoverno locale invece della verticale del potere, confini onorati piuttosto che spostati — e una nuova distanza dalla propria cultura. La Germania ebbe bisogno di dodici anni di frenesia totalitaria e poi di decenni di paziente autoesame. La Russia non ha bisogno di cancellare Puškin o Dostoevskij. Ha bisogno di cancellare la sua obbedienza da scolaretto ai loro motivi imperiali e "sciti", e di leggere i suoi classici non come maestri di vita ma come Cassandre che Troia rifiutò di ascoltare. Che cosa può fare l'Occidente? Nulla verrà dalla sua stanchezza. La pace con un mondo perpendicolare non si ottiene piegando la realtà al suo angolo. L'antimondo ha bisogno di barbari alle sue porte: l'immagine della fortezza assediata è la sua seconda skrepa, accanto a quella nucleare. Se i barbari non appaiono, e ciò che l'antimondo incontra invece è una fermezza calma, impenetrabile, che non risponde alle provocazioni, allora la barbarie, non avendo nulla da fare fuori, si rivolge all'interno. La panfobia, l'odio di tutto, non può restare inattiva; privata di un oggetto esterno, va a caccia di nemici interni, e in una società legata dalla sovornost' il nemico interno, prima o poi, è chiunque. È così che un'anti-società comincia a divorare se stessa: denunce, purghe, la redistribuzione della proprietà, faide tra i clan dei servizi di sicurezza. Qui la regola d'oro funziona al contrario: chi cancella il confine di un altro cancella il proprio, e ogni salto verso il "super" finisce in una caduta nel "sub". L'antimondo diventa pacifico non quando viene placato, ma quando il suo progetto è esaurito — quando l'espansione smette di pagare anche nella moneta dell'orgoglio. La fermezza dell'Occidente non è dunque un ostacolo a una futura Russia in pace; ne è la precondizione. Eppure concludo con una speranza, di tipo filologico. Quelli di noi che studiano la Russia sono diventati, volenti o nolenti, specialisti del nulla: il mondo scruta in questo abisso, mentre noi ne guardiamo fuori. Ma chi ha guardato fuori da un abisso sa anche dove si trova la via d'uscita. La parola russa mir ha due significati, "mondo" e "pace". La Russia otterrà il secondo solo quando rinuncerà alla sua pretesa sul primo.