La liturgia medievale alle origini del melodramma italiano. Un saggio

È nel repertorio liturgico medievale che Giordano Farina e Maddalena Bonechi, in un saggio appena edito da Lim, “Dalla liturgia al palcoscenico”, identificano l’origine della nascita del melodramma e dell’opera lirica
10 OTT 26
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Foto di Michele Nucci per LaPresse

Ogni anno, il giorno di Pasqua, la liturgia cattolica ci mette in ascolto della magnifica sequenza “Victimae paschali”, per citare il titolo originale latino, o “Alla vittima pasquale” se, invece, la si ascolta in italiano. Ogni anno, dunque, il giorno di Pasqua, inconsapevolmente stiamo ascoltando un piccolissimo esempio di ciò che resta delle lontane origini del melodramma. Ci si passi la semplificazione, forse eccessiva, ma ci risulta utile per raccontare un pezzo di storia della musica spesso sottovalutato.
Siamo in pieno basso Medioevo. I monaci hanno iniziato da tempo a scrivere le melodie degli antichi canti gregoriani tramandati oralmente e senza alcuna notazione perché se ne stava ormai perdendo memoria. Il canto gregoriano, in origine, non riporta le melodie: la sua notazione è chiamata “in campo aperto” proprio perché non indica le note, ma solamente l’interpretazione ritmica da seguire per melodie che i monaci conoscevano e non avevano necessità di segnare. Dopo il Mille, pressappoco, inizia a diventare parecchio difficile la memorizzazione di quelle lunghe catene di note – le “longissimae melodiae” – che caratterizzavano i melismi gregoriani. Così, poco per volta, risultò efficace l’idea di un monaco svizzero, Notker Balbulus, che pensò bene di abbinare a quei melismi di note dei testi poetici confezionati ad hoc che rendessero di conseguenza più facile la memorizzazione delle melodie. Quei componimenti, poco per volta, divennero autonomi e svincolati dai brani gregoriani originari: nacquero, così, i tropi e le sequenze, testi originali infarciti su musiche gregoriane che si prestavano bene, per la loro natura artistica, alla “teatralizzazione”. La sequenza pasquale citata poco fa che ancora oggi sopravvive nella liturgia cattolica, ad esempio, riporta un dialogo: “Raccontaci, Maria, che hai visto sulla via?” – “La tomba del Cristo vivente, la gloria del risorto; e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le vesti”.
Questo repertorio liturgico medievale ci pare strettamente connesso con quella che Giordano Farina e Maddalena Bonechi, in un saggio appena edito da Lim, “Dalla liturgia al palcoscenico”, identificano con l’origine della nascita del melodramma e dell’opera lirica. Dal Mille e fino al Cinquecento, cioè alla Controriforma che fece piazza pulita di tutto ciò che non fosse liturgico codificando il Messale Romano, esistono migliaia di testimoni, manoscritti o a stampa, che tramandano le azioni rituali figurative in cui i chierici davano voce e corpo agli episodi dei vangeli. E’ da qui – dai tropi e sequenze medievali, passando per le laude e fino alle rappresentazioni quattro-cinquecentesche – che va innestata tutta una tradizione teatrale, ancorché sacra e liturgica, che porterà alla nascita del melodramma italiano: non è un caso che quella che è considerata la prima opera lirica in senso moderno, l’“Euridice” di Jacopo Peri del 1600, nasca a Firenze dove, da un paio di secoli, vi era appunto la radicata tradizione teatrale delle “sacre rappresentazioni”.