Cultura
L'intervista •
Steve McCurry: "Ho fotografato tutti tranne i politici, non sono interessanti"
A tu per tu con il grande fotografo americano neo vincitore del premio Longevity Award Costa Smeralda 2026
6 OTT 26

Longevity Weeks Costa Smeralda 2026
Porto Cervo. Steve McCurry è arrivato in Sardegna con una macchina fotografica come ha fatto per più di mezzo secolo ("ho 76 anni, fotografo da quando facevo l’università", ricorda) in ogni luogo dove abbia trovato qualcosa che meritasse di essere guardato, ma su quell’isola la fotografia è diventata anche la misura di una carriera, perché il fotografo americano ha ricevuto il Longevity Award Costa Smeralda 2026, nell’ambito della quinta edizione del Longevity Fest, un riconoscimento assegnato ogni anno ad una personalità internazionale capace di lasciare un’eredità duratura attraverso il proprio percorso umano e professionale. La manifestazione - ideata e diretta da Pietro Mereu per le Longevity Weeks organizzate dal Consorzio Costa Smeralda in partnership con Smeralda Holding - è un premio che, nel suo caso, sembra essere quadi costruito attorno alla parola “tempo”. "Il tempo è quello che passa sui volti, che trasforma i luoghi, che modifica il significato delle immagini e, insieme, quello che una fotografia riesce misteriosamente a sottrarre alla propria corsa", spiega McCurry al Foglio, mostrandoci in anteprima quattro immagini inedite realizzate nei luoghi simbolici della Costa Smeralda: il Faro e il promontorio di Capo Ferro, la Chiesa di Stella Maris e l’Arco di Cala Romantica. "Sono immagini che appartengono al presente, ma che si inseriscono naturalmente dentro il mio archivio personale costruito fotografando per decenni il rapporto fra esseri umani, luoghi, culture e tempo". La sua carriera è cominciata molto prima che quelle immagini diventassero memoria. Le fotografie realizzate in Afghanistan, ad esempio, negli anni ‘80, furono decisive, in particolar modo una: quella di Sharbat Gula, la ragazza dagli occhi chiari che sarebbe diventata poi uno dei volti più riconoscibili della fotografia contemporanea. "Ho impiegato pochissimi secondi a fotografarla - ricorda - perché lei guardò il mio obiettivo in modo curioso e diffidente. Era la prima volta che vedeva una macchina fotografica, era così spaventata che subito dopo scappò via. È sicuramente lo scatto più importante della mia vita".
La fotografia fu pubblicata sulla copertina del National Geographic e divenne un’immagine riconosciuta in tutto il mondo. "Ho capito abbastanza presto che quell’immagine sarebbe diventata importante, ma quella fotografia non è mai rimasta per me soltanto una fotografia. Molte persone, dopo averla vista, vollero andare a lavorare nei campi profughi e nella storia ebbe degli sviluppi incredibili. Nel 2002 riuscii a rintracciarla con il National Geographic. Quando i talebani arrivarono al potere, quella ragazza oramai donna, era terrorizzata e voleva lasciare il paese. Ci chiese aiuto per emigrare. Il governo italiano la aiutò molto e la fece arrivare in Italia assieme alla sua famiglia ed io e mia sorella decidemmo di darle un gran supporto comprandole una casa, aiutandola per anni". (Oggi - come ha detto al Foglio l’ambasciata afgana in Italia - Sharbat Gula vive in Germania, ma di più non ci hanno potuto dire). Fatto sta che quella fotografia (come tutte le fotografie) trattiene un istante, ma può anche sottrarlo al fotografo e consegnarlo alla memoria di chi la guarda. "Le fotografie possono assumere una vita propria. Una volta che vengono viste dalle persone, entrano nella loro memoria e nel loro modo di interpretare il mondo", aggiunge McCurry. "Nel mio caso è accaduto con la ragazza afghana, ma anche con fotografie apparentemente più semplici come quella del sarto che attraversa un fiume con una macchina da cucire in mano. Ancora oggi mi chiedono perché quell’uomo, in quella mia foto, sorrida, e io rispondo sempre che lo fece perché le persone che erano attorno a lui gli dissero che ero un fotografo e allora mi sorrise". "Anche quella fotografia - aggiunge - ebbe una seconda vita, visto che la società che produceva la macchina da cucire contattò l’uomo e gliene regalò una". McCurry parla del proprio lavoro senza costruirgli intorno una teoria complicata. "Mi piacciono le culture diverse e le persone", tiene a precisare.
"Mi interessa il comportamento umano, amo gli animali e ho una grande curiosità per il mondo, per come siamo e per le diverse culture". È questa curiosità che lo porta verso una casualità del quotidiano che si scontra spesso con una realtà difficile da accettare, "perché fotografare significa anche registrare ciò che rischia di scomparire. Il mondo cambia e alcune culture sono scomparse o stanno scomparendo". "Purtroppo restano alcuni politici che non aggiungono nulla al nostro quotidiano, ma io, nel mio piccolo, ho fatto la scelta di non fotografarli mai, Trump incluso, ovviamente. Che motivo avrei? Non aggiungerebbe nulla al mio percorso, non lo trovo interessante". Il suo soggetto, dunque, non è il potere ma la vita che incontra, il volto di una persona incontrata per strada, un gesto, un animale, un paesaggio e una cultura, qualcosa che accade senza essere stato preparato per l’obiettivo. "Devi stare lì. Devi osservare. Devi essere curioso", precisa. McCurry ha attraversato per quasi mezzo secolo Pakistan, Cina, India, Afghanistan, Nepal, Australia, Indonesia, Bangladesh, Yemen e Kuwait, ma il centro delle sue fotografie è quasi sempre stato lo stesso: l’uomo, insieme alla natura e ai luoghi dentro i quali l’uomo vive. Anche davanti alla storia più drammatica, sembra cercare ciò che rimane. L’11 settembre 2001 era a New York, rientrato dalla Cina la sera precedente. "Abitavo non lontano dalle Twin Towers, non credevo a quello che vedevo".
Le fotografie che ricorda oggi sono quelle scattate il 12 settembre, il giorno dopo. Non l’esplosione, dunque, ma ciò che resta, una città trasformata e la traccia fisica di un evento appena entrato nella storia. È quello lo stesso sguardo che lo ha portato a fotografare l’anatra immersa nel petrolio, durante la guerra del Golfo, negli anni Novanta (usata per una storica copertina, la prima, del magazine Colors, dei Benetton) in un paesaggio segnato dalla guerra e dalla devastazione. "C’era troppo petrolio, ma non c’era cibo. Il colore nero, divento’ così materia di quel racconto". A quasi mezzo secolo dall’inizio del suo viaggio, McCurry dice di non essere cambiato molto. "Continuo a essere curioso. Mi piace camminare, incontrare persone, conoscere persone molto diverse, cerco semplicemente di crescere nel fare questo lavoro. Quello che è cambiato è il mondo davanti all’obiettivo. Proprio per questo la fotografia può diventare una forma di attenzione contro la velocità, fermando qualcosa prima che cambi ancora". Anche in Sardegna, dove oggi dice di essere attratto dalle persone, dal cibo, dal clima e dal territorio. "Le persone sono molto diverse, ma hanno anche molto in comune e continuano a sorprendermi. Forse è questa la longevità dello sguardo, continuare a meravigliarsi". La longevità, per lui, passa anche dalla vita quotidiana. "Muoversi molto, mangiare bene, dormire, l’altra cosa non la posso dire, ho una figlia di nove anni". E ride. "Non esiste una sola fotografia capace di riassumere tutto", dice prima di salutarci. "Le foto che parlano di vita e di emozioni sono quelle che mi piacciono di più, non potrei scegliere una sola".Che è poi la sua idea di fotografia, una sequenza di istanti che il tempo non riesce del tutto a portarsi via cui si aggiungono anche quelli dedicati alla Sardegna. McCurry ci saluta ed inizia a camminare e continua a farlo anche di notte, dopo cena, nei giardini del cala di Volpe. E continua a guardare, e continua a fotografare.