Il libro di Benigni e il santo impresentabile di Giovanni Testori

Testori non poteva certo conoscere né lo spettacolo né il libro di Roberto Benigni, ma conosceva alla perfezione la tradizione a cui Benigni attinge per comporre il suo ritratto di Francesco, e la considera un “tradimento perpetrato sul corpo e sull’anima del grande, roccioso, umile, assoluto, tronchico, cruciato e inevitabile Santo d’Assisi”      

6 OTT 26
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(Foto Ansa)

Ha detto Roberto Benigni che, se San Francesco fosse vivo oggi, “chiunque avrebbe voluto farsi un selfie con lui”. “Bellissimo”, “puro”, “magnifico”, “colto”, “intelligentissimo”, “sapiente”. Ma anche: “primo pacifista della storia”, “primo femminista” dell’umanità, “primo ambientalista” del pianeta, insomma primo in tutto ciò che oggi merita d’essere primeggiato. Ieri su Rai Uno e, da domani, in libreria per Einaudi, il santo che Benigni tratteggia in Francesco. Il cantico è un santo in anticipo sui tempi, che ha creato i sentimenti dell’uomo moderno, un santo che anziché contraddire il mondo, annuncia che “un altro mondo è possibile”, un frate che il mondo lo profuma, lo colora, lo allieta. Un santo che non può non piacere. Senza mistero e senza pericolo, chi potrebbe essere così pazzo, disadattato o asociale da rifiutarlo?
Ecco: è contro questa “immaginetta dolciastra e mielosa” che si scaglia Giovanni Testori in un intervento del 1981, ora pubblicato dal Saggiatore in San Francesco, il barbaro di Dio, a cura di Giuseppe Frangi, il volume più inaspettato tra i molti libri usciti per gli ottocento anni dalla morte di Francesco. Grande scrittore, drammaturgo e critico, morto nel 1993, Testori non poteva certo conoscere né lo spettacolo né il libro di Roberto Benigni, ma conosceva alla perfezione la tradizione a cui Benigni attinge per comporre il suo ritratto di Francesco, e la considera un “tradimento perpetrato sul corpo e sull’anima del grande, roccioso, umile, assoluto, tronchico, cruciato e inevitabile Santo d’Assisi”.
Il Francesco di Testori è, al contrario di quello di Benigni, un santo repellente, che puzza, un santo impresentabile, che mangiava nella stessa scodella dei lebbrosi, baciava le loro piaghe, si rotolava nello sterco dei maiali, un uomo che se lo avessimo di fronte sul marciapiede, altro che selfie, cambieremmo immediatamente strada per non sfiorarlo. “Portava un abito sudicio; la persona era spregevole, la faccia senza bellezza”. Così lo descrive Tommaso Da Spalato nel 1266 e Testori nota: “Rammentiamoci di questa mancanza di bellezza; poiché, appena dopo la morte, il corpo e il viso di Francesco parranno, invece, a tutti, bellissimi”.
“San Francesco”, ha detto Benigni, “sarebbe stato un ottimo leader del Campo largo”, perché “avrebbe messo d’accordo tutti senza primarie”. Battuta che fa leva sulla concezione democratico-pauperista di Francesco. Giacché Beppe Grillo fondò il Movimento 5 stelle il 4 ottobre, giorno di san Francesco, e la tradizione socialista italiana lo considera un antesignano del movimento operaio. Anche se San Francesco amava la povertà in sé, come “stato di mancanza” nella quale si può incontrare il pieno di Dio, scrive Testori, non come condizione da cui emancipare gli uomini attraverso il welfare o il reddito di cittadinanza. “La povertà come desiderio e come condizione unica per veramente e liberamente essere uomo”. Questo è ciò che più sconvolse, e che sconvolge ancora, di Francesco.
Come facesse a essere talmente amato un uomo così indigeribile è il vero mistero della sua santità. Un uomo che non aveva niente di quell’“immaginetta che abbiamo lasciato alitasse sopra e intorno a noi”, scrive Testori, mentre in realtà era “più leone e toro che agnello; o agnello e vittima, in quanto leone, pietra e toro”.
Animato da una fede drammatica e carnale, Testori era contrario all’idea di ridurre le sacre scritture, le vite dei santi, in materia di puro studio accademico, un boccone per storici e filologi. Per lui Francesco era il verbo che si faceva carne, imitazione di Cristo, esempio e modello di vita cristiana. Avrebbe probabilmente guardato con simpatia al corpo di Benigni, alla sua capacità di far vivere le parole più audaci nei suoi gesti da guitto. Ma quanto a tutto il resto, è inevitabile osservare quanto brillante, telegenico e alla moda sia il San Francesco di Benigni, e quanto invece scontroso, difficile, impossibile sia quello che aveva sconvolto Testori. Un santo che il mondo di oggi considererebbe facilmente ripugnante.