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Francesco, ottocento anni di immagini sotto un cielo blu. La mostra di Arezzo
Da Giotto al Novecento, sessanta opere raccontano il santo attraverso i secoli, tra devozione, pittura e modernità. Un viaggio nell’immagine di Francesco, che cambia continuamente mentre quel cielo resta sempre lo stesso
6 OTT 26

Approfittare subito delle diciture, quindi prendere e prendersela con Percorso Espositivo e partire. Partire da Giotto, è qui la prima vibrazione, in quel blu che ora non ha stelle addosso ma demoni danzanti nei cieli aretini. Partire dalla Legenda Major di Giotto ad Assisi per arrivare a Francesco ad Arezzo, esposto nei suoi primi 800 anni di vita vissuta in immagini bonarie. La vibrazione è la vita e non è mite, l'immagine è l'immagine, eccetera. E il punto, qui, è l'immagine, certo. L'immagine di Francesco, dal Medioevo al Novecento è la mostra, divisa nelle due sedi della Galleria d'Arte e presso la chiesa di Sant'Ignazio ad Arezzo. Un percorso in cui qualcosa resta immutabile, che sia dentro o che sia fuori: il cielo del sentire. E pace all'anima di Orazio, Seneca, Lucrezio, tutti.
Noi non cambiamo né l'animo né il cielo. Il cielo, nella mostra, sfuma il tono, dando prova d'eterno e insieme di realtà: spavaldo, istintivo, petto un po' scoperto, con l'aria che sia liscio, impalpabile. Perché ha un tono, appunto, mentre si diffonde dietro i quadri e dietro le opere che attraversano questi lunghissimi secoli in forma di corridoi. E quando si esce dalla galleria per avvicendarsi un po' dentro il Barocco di Sant'Ignazio, resta il cielo, che sia immagine o no. Resta quella vibrazione su cui tutto sta bene, figurarsi un santo. E diremmo, diciamolo, che la mostra è: bella. Vero, vero, lo dice anche la curatrice ai presenti, frementi di santità, scalpitanti e fotografanti, ditelo, ditelo a tutti che è bella! E va bene, l'epiteto è giusto, soccorre la realtà: lei, brava curatrice, si è presa cura dell'immagine di Francesco. Un teatro, dice, dove i santi entrano ed escono da tutte le parti, con murali colpi di scena su cui sbattere la testa. Ci sono i grandi campioni della pennellata che, amabilmente, fanno il loro mestiere: spennellano Francesco.
Lui fa cose poco miti, loro lo fermano, lo immaginano bonario. Dal Vasari al Botticelli, i della Robbia, Carracci, Guercino, un Barocci del Met di New York, sessanta le opere in mostra (comprese le pale barocche, ah, le pale!) e poi il Novecento, nell'ultima sala, con il santo di Gio Ponti (qui si perde il blu retrostante, ci sono pietre a secco, ma la finestra dà sulla vita, sul cielo vero, che è tanto azzurro), passando per la magistrale e, credo, dolorosa e bonaria ricezione delle stimmate del Beato Angelico (qui c'è doppia santità e si vede, piatta e piallata eppure estatica, forse il quadro più piccolo e il più bello, il pochissimo tutto che rende l'idea di una certa vastezza, una certa, appunto, non quella del cielo). Francesco determina la modernità delle icone, questa mostra ce lo mostra (ed è ripetitivo apposta perché è proprio questo che l'immagine è in grado di fare: ripete, ferma il gesto, replicandolo). Molti i temi, dice colei che cura, che ruotano intorno alla figura di Francesco. Molti, guarda caso, legati all'attualità. I temi e le immagini si legano continuamente, in quel semplice gesto della ripetizione, pure variegata. Slegato invece è quell'assoluto cielo, slegato da tutto, quel blu che tormenta la vista. E mentre il giovane Francesco partì insieme con l'angelo, anche il cane s'avvio con loro (parola di Tobia).
Mentre camminavano insieme, li sorprese la prima sera, col suo colorito, quello che si avvera. Quante immagini, quante per parlare di Francesco? Ottocento anni di immagini e il bello (siamo asceti estetici) è che non è finita. E quante parole, invece, per dire l'amore? Nessuna parola e nessuna iconografia, per oggi basta il cielo blu, sempre lui, incapace di ripetersi.