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Ortese errante
Poverissima e irrequieta, viaggiava senza sosta, scriveva e poi fuggiva. I luoghi e i volti resi incantati dalla sua “lente scura”
5 OTT 26

L’antologia “La lente scura” di Anna Maria Ortese, curata da Luca Clerici, è in libreria per Adelphi (foto Getty)
Ci sono molti modi di viaggiare, poi ce n’è uno unico, quello di Anna Maria Ortese.
Era capace di prendere un traghetto per Dover, incantarsi a guardare la nuvolaglia spinta dal vento sul mare della Manica e, una volta scesa sull’isola, salire su una casa viaggiante lunga e bassa, con stanzette confortevoli e ben arredate – a lei sembrava così, non vedeva treni in Inghilterra. E poi si faceva servire tè e frittelle al miele in compagnia di vecchie signore che lavoravano all’uncinetto con la foto del nipote sul tavolino da viaggio, tutto come a casa. Una volta a Londra pensava: che posto civile, come ci vivrei volentieri! Poi dalla finestra della stanza d’albergo vedeva un gatto dall’altro lato della strada e tra sé lo interrogava come un piccolo dio. Che dici gatto, resto? Se il felino lasciava intendere “no” e scappava via, lei rifaceva le valigie a precipizio e tornava indietro. Subito, come davanti a un presagio funesto.
Questo reportage lunare, scritto come una fiaba, fu pubblicato dal Mondo nel 1959, con il titolo “Il gatto con le antenne”. Fa parte di una raccolta di corrispondenze di viaggio, “La lente scura”, curata da Luca Clerici – amico, editor, biografo di Ortese. Un’antologia, pubblicata da Adelphi e tornata in libreria quest’estate, che lascia intuire quanto il mondo fosse pazzo anche prima: siamo tra il 1947 e il 1961. E quanto le visioni di Ortese fossero disvelatrici, profetiche o taumaturgiche. Fatela tornare, vi prego. Chissà cosa avrebbe visto in viale Quattro Venti, pranzando al Cefalù Bistrò di Lavitola. Certamente quello che a noi è sfuggito
Fatela tornare, vi prego. Chissà cosa avrebbe visto in viale Quattro Venti, pranzando al Cefalù Bistrò di Lavitola. Certamente quello che a noi è sfuggito
Giuseppe Montesano ha scritto che, come i mistici, lei aveva un terzo occhio. La lente scura le permetteva di vedere, sotto la pelle del reale, quello che agli altri resta nascosto. Difficilissimo, inutile, forse persino fuorviante, cercare di decifrare quello sguardo che a volte ricorda il pessimismo leopardiano o l’assurdo di Kafka. Sotto la rappresentazione falsa ed edulcorante del reale, dietro la scena che le si sgretolava davanti, vedeva la cruda violenza delle cose; ma con una enorme differenza rispetto ai grandi pessimisti: sapeva empatizzare con le creature semplici, con gli animali che chiamava “piccole persone”, con il cosmo di appartenenza. In un certo senso il gatto era lei ed erano gli umani a spaventarla.
Un nomade non è un viaggiatore, i viaggiatori tornano a casa, hanno un luogo sedentario di provenienza da cui muovono alla scoperta del mondo. I nomadi invece vivono spostandosi, a volta senza mèta, non hanno una casa fissa e, se ce l’hanno, è temporanea, stagionale, precaria. Si spostano per necessità, per sfuggire a persecuzioni, per cultura, perché sono quello da generazioni. Nel corso della sua vita Ortese ebbe 29 case e dieci diverse città, era poverissima e irrequieta, per un certo periodo visse letteralmente sui treni; sbarcava il lunario con i giornali. Cronista, inviata, elzevirista, correttrice di bozze al Gazzettino di Venezia, scrisse per Il Mattino e il Corriere di Napoli, per L’Unità e Noi donne, per Il Mondo, L’Europeo e altre testate. Voleva raccontare a modo suo – esplorando con l’immaginazione – ma aveva bisogno di soldi e doveva patteggiare tra quello che vedeva con la lente scura e quello che volevano i giornali. Qui, nella sua prefazione, distingue le pretese secondo due grandi tribù di Credenti (li chiama così): quelli di destra, ai quali “il confino di classe” non interessava e anzi pareva del tutto naturale, necessario; e quelli di sinistra, che non le perdonarono ciò che aveva visto in Russia: obbedienza e dolore.
La storia del treno russo freddo e sporco, che corre facendo scintille nella campagna nera, mentre la radio trasmette canzoni patriottiche, è forse il reportage più famoso. Lei cercava uno sguardo apolitico, il contatto diretto con la malinconia e la dolcezza delle persone, ma si unì a una delegazione femminile invitata in Urss, andò in visita al Cremlino e rimase atterrita. Era affascinata dalla gente comune e non in sintonia con la delegazione di donne, quasi tutte comuniste, con le quali viaggiava. Vide la bellezza prigioniera di un’ideologia grigia e fredda e lo raccontò in tre articoli sconcertanti, usciti sull’Europeo nel 1954.
La composizione di questa antologia ha una storia assai tormentata, come quella di gran parte delle opere di Ortese. Forse perfino di più. La lascio ai filologi e mi accontento di dire che la prima parte de “La lente scura” è una scelta di corrispondenze fatta dall’autrice con un criterio compositivo, la seconda è stata aggiunta per un’edizione del 1991 che aveva già questo stesso titolo, la terza è una raccolta postuma di testi dispersi. Cinquecento pagine scritte tra il 1947 e il 1961, ma non disposte in ordine cronologico.
I luoghi dove ci porta Ortese sono per lo più conosciutissimi eppure tremendamente esotici, come aprire una porta e scoprire un’altra dimensione nel tempo e nello spazio che abitiamo. Scriveva da dio e le sue corrispondenze furono accolte dai giornali, forse non sempre con piena consapevolezza della loro devastante potenza, Ortese diceva quello che non si poteva dire proiettandolo in una dimensione surreale e fiabesca.
Prendiamo la capitale, un luogo che le era familiare e la turbava molto. Magari ci arrivava in piena estate perché è bello stare nelle città svuotate dal caldo, ma non si fa vacanza dove si abita, bisogna trasferirsi in un’altra, magari in un quartiere di lusso. E lei a un certo punto stava a Milano e l’amava; arrivata a Roma, non faceva che dire di voler riattraversare il Po. Anche se a Roma era nata per un caso della sua famiglia errante, che di romano non aveva nulla. Padre funzionario prefettizio d’origine catalana – Ortese sta per Ortez – madre mezza napoletana, benestante decaduta, figlia di uno scultore di Carrara impazzito dopo la morte di un suo bambino di pochi mesi. Dunque che Roma vide la Ortez, che ci andò a più riprese e per un po’ ci abitò, soggiornando da pigionante in camere d’affitto o in temporaneo subaffitto d’inquilini partiti in vacanza lasciandola senza luce, munita di sacchetti di gettoni per telefonare in pieno agosto, a tutti i suoi conoscenti, dalle poste di piazza San Silvestro, con la valigia sotto i piedi?
Per Ortese Roma era insensibile ed euforica, con onde di carne che riempivano le strade di volti aggrottati e crudeli. Il suo spirito in perenne “estasi sensuale”
Vide un grande spettacolo. Per Ortese Roma era una città insensibile ed euforica da non sembrare vera, con onde di carne che riempivano le strade di volti aggrottati e crudeli. Il suo spirito le sembrò in perenne “estasi sensuale”. Se vuoi vedere la morte del cristianesimo – scrisse – devi andare a Roma mai purificata dalla Riforma protestante. Qui la borghesia non è simpatica o antipatica, buona o cattiva, semplicemente non è, “è solo un grumo di sangue benestante”. A pensarci, Ortese detestava Roma, ci fa vedere la città degli anni Cinquanta, quella delle osterie di Trastevere traboccanti di famiglie, dove tutto è allo scoperto e senza intimità. Oppure scopre punti di osservazione apparentemente marginali: gli esuli come lei, che la città tiene nel ventre del centro storico, in appartamenti dietro piazza di Spagna dove allevano galline; oppure l’ambiente dei cinematografari, belli e audaci e che forse le daranno lavoro, ma viaggiano su auto rubate e nella sostanza sono lupeschi, pura tenebra. A una festa di artisti in via Margutta le spiegano che Roma non c’è più, se n’è andata da tempo, ha perso l’anima. Del resto anche Parigi era emigrata a New York e Shanghai si era spostata a Napoli. Non poteva mancare il salotto di Maria Bellonci, con Elsa De Giorgi uccello dalle piume rosse, l’affaccendata Alba De Cespedes e la mitica Aleramo, ma chi spiccava là in mezzo era Moravia “con la sua triste maestà”.
Quando l’errabonda trovava rifugio, un qualche evento magico, meteorologico, emotivo, ne provocava la fuga. A Roma, rifugiata presso una coppia di giovani sposi, fu una nuvola di caldo e di polvere arrivata dall’Africa che coprì la città. La verità è che, da vera nomade, doveva andarsene. Forse non a caso due dei suoi fratelli fecero i marinai: il più grande morì in mare, il più giovane di morte violenta, era il gemello di Anna Maria. E chissà cosa evocava in lei la polvere africana: la famiglia aveva vissuto in Libia, partirono quando lei aveva undici anni, rimasero dal 1925 al ‘28, provarono a costruirsi una casa davanti al deserto che non fu mai ultimata, tornarono senza rimpianti.
A Napoli, suo luogo d’elezione, magico “deserto azzurro”, provò a mettersi in regola con la scuola, ma non le riuscì e restò magnifica autodidatta
Un luogo d’elezione però Ortese l’aveva, dovette lasciarlo a causa della lente scura. Era Napoli. Dal suo magico “deserto azzurro”, dove gli Ortese sbarcarono dopo la Libia e rimasero più a lungo che altrove, dalla città in cui Anna Maria provò a mettersi in regola con la scuola ma non le riuscì e restò magnifica autodidatta, in questo libro si trovano più corrispondenze. C’è un feroce ritratto dei giornalisti che gravitavano intorno all’Angiporto Galleria. Con il direttore del Risorgimento laurino che ai dimostranti urlava: “Dio esiste!”; e con la redazione della Voce, dove si dava convegno la gioventù più amareggiata e dove regnavano il nevrastenico Mario Alicata col più gentile e accigliato Paolo Ricci. Non si può perdere lo sfarzoso matrimonio della figlia di Lauro, nuova principessa di Napoli che in viaggio di nozze andrà a Capri, l’isola vicina e in realtà lontanissima mèta del jet set. Lì i ragazzi dei vicoli – quelli che il mare lo scoprono a quindici anni – andranno forse una volta nella vita o forse mai. Napoli appare come la città della “ingenuità del male” e della “perfidia del bene”. Noto è che lei dovette andarsene, dopo aver firmato un ritratto al vetriolo del gruppo di Sud, la rivista di Pasquale Prunas che l’aveva accolta; fu pubblicato tra i racconti del famoso “Il mare non bagna Napoli”, che ebbe il premio Viareggio nel 1953 con grande clamore.
Con Milano che le fu cara e dove visse negli anni Sessanta in una specie di comune di giovani artisti, aspiranti scrittori e giornalisti, amando l’uomo più importante della sua vita – Marcello Venturi – Ortese è più indulgente. Di Milano – dove nacquero i romanzi che la resero popolare: “Poveri e semplici”, premio Strega nel 1967, e “Il cappello piumato” – qui si trova la riviera all’Idroloscalo, dove se non puoi raggiungere l’acqua salata la domenica vai a fotografarti sull’acqua morta. Eppure tutto le parla di vita umana, di solidarietà e di lotta, dentro di sé ripete: “Milano, Milano”. Quando va all’elegantissimo caffè Cova vicino alla Scala, un luogo che sta “tra l’accademia e il salotto” e dove il sesto tavolo è sempre dello scrittore Massimo Lelj, circondato di amici come lo scultore Lorenzo Pepe e altri simpatici non nominati illustratori, ecco che irrompe la folla uscita dal concerto e tra quelli Salvatore Quasimodo sempre annoiato. Tutto resta sempre nei limiti della cordialità milanese, a meno che – orrore orrore – dal fondo del parlato non emerga un accento napoletano, romano o sardo, e allora il tutto improvvisamente diventa di ghiaccio.
Ai giornali di destra “il confino di classe” non interessava. Quelli di sinistra non le perdonarono ciò che aveva visto in Russia: obbedienza e dolore
Nel 1955 Anna Maria Ortese fu persino inviata dall’Europeo al Giro d’Italia e a Montelepre, patria del bandito Giuliano. Furono escursioni importanti ma diverse dai transiti del suo nomadismo esistenziale, che come si sa approda in Liguria. Vivrà a Rapallo dal 1975 con la sorella Maria, quell’anno uscì il romanzo autobiografico “Il porto di Toledo”. Sempre poverissima (ebbe il sussidio previsto dalla legge Bacchelli per iniziativa di Adele Cabria e Dario Bellezza), negli anni Ottanta – grazie all’incontro con Roberto Calasso – ricostruì in Adelphi tutta la sua opera e lì pubblicò gli ultimi libri.
Ne “La lente scura”, la Liguria appare all’orizzonte negli anni Sessanta, Ortese pensava già allora di trasferirsi a Genova e di restarci almeno qualche anno. Racconta che andò con una piccola valigia di pensieri e immagini propizie e, in una notte insonne, si mise a esplorare i corridoi del suo albergo. Fu lì, davanti a un balcone aperto sulle luci del porto, che si rese conto di essere a un’imponente altezza sul mare e, nel silenzio assoluto, ebbe una visione: si vide giovinetta a scuola in quella città oppure marinaio come quelli laggiù, pronti a salpare in allegria perché sanno di avere una patria. Aveva trovato la sua? Il giorno dopo era ai portici di Sottoripa e le pareva di stare a Napoli, ma con un cielo nordico, “argento e acciaio fusi insieme “, e con gente fraterna e seria, che sa tenere a posto la propria follia. Era l’ultima tappa, Anna Maria Ortese è morta a Rapallo e ha voluto essere sepolta a Genova.