Il Piccolo Eliseo riapre all’insegna della precarietà

Nè così tanto ricchi per campare, nè abbastanza indigenti per farsi aiutare. Lo spettacolo di Lucia Calamaro e lo spettro del lavoro povero

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©Il Foglio

Al Piccolo Eliseo va in scena la precarietà nella sua forma più pura e grottesca. “Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni”, regia di Lucia Calamaro, accende ufficialmente la stagione 2026/2027 dello storico teatro romano dopo sei anni di inattività. Davanti a un fondale bianco, Barbara Chichiarelli, Daniele Parisi e Gioia Salvatori gettano sul pubblico secchiate di ansia, indecisione e tutta la vasta gamma di turbamenti che ogni giorno fa svegliare milioni di italiani con la paura di non essere abbastanza.
Due quarantenni precari, amici da sempre, tirano a campare tra lavori saltuari e dottorati di ricerca, mentre sul tavolo di casa fioriscono bollette, multe non pagate e la sensazione che riempire il carrello al supermercato non sia più un gesto quotidiano ma un’avventura dall’esito sconosciuto. Oggi ce la faccio, ma domani? Da partita Iva non ho certezze, e se non mi richiamano per lavorare? Una voce esterna, invisibile ma dal peso granitico, elenca incessantemente la sfilza di timori fiscali che attanaglia i protagonisti.
Chiedere aiuto allo stato non sembra migliorare le cose. Un lenzuolo di tre metri indica quella ingarbugliata rete di bonus e sovvenzioni che il governo di turno mette (o dismette) a tutela delle fasce più deboli. E’ una burocrazia imperiale dove la polvere si sposa coi cavilli dando vita a colonne infami di faldoni, come nel mondo distopico di “Brazil”, il successo fantascientifico di Terry Gilliam del 1985. I protagonisti, alfieri a loro insaputa del microcosmo dei working poors, è impantanato a metà strada e non sa a chi chiedere un passaggio. Con uno stipendio mensile da quattro cifre in tasca non è né abbastanza benestante per campare sereno, né è abbastanza povero per beneficiare degli aiuti statali. I requisiti, del resto, sono stringenti: l’Isee non rispetta la soglia e i figli a carico non ci sono. Ma come si fa a mettere al mondo una persona se non si ha la sicurezza di potergli garantire qualcosa che non sia un bonus temporaneo dallo stato?
Con lo spettacolo di Calamaro si ride avendo davanti un lento ma implacabile scivolamento verso una strana povertà, fatta di donne e uomini con doppia laurea e master, eppure incapaci di definire loro stessi e orientarsi nel presente. Per l’Istat (dati di aprile 2026) risulta a rischio di povertà lavorativa il 10,2 per cento degli occupati tra i 18 e i 64 anni, sostanzialmente in linea con il 10,3 per cento del 2024. E’ una generazione che galleggia: una zavorra legata alla caviglia li tira verso il fondo, ma ancora c’è un po’ di forza per rimanere fuori dall’acqua. Chichiarelli, Parisi e Salvatori sono lì lì per cadere, interpretando cinquanta sfumature di povertà percepita e imminente. Dalla dottoranda che non sa cosa vuole fare da grande (3.000 euro in un anno), al lavoratore monoreddito in difficoltà con le spese incomprimibili. Lo stato vorrebbe aiutarli: “Il potenziale c’è”. Ma sarebbe più facile se fossero poveri per davvero, almeno nell’aspetto esteriore. Provateci almeno! Altrimenti chi vi dovrebbe aiutare? Il pubblico in sala si diverte, ma anagraficamente parlando non corrisponde a quello di cui questo spettacolo parla. Dove sono i quarantenni precari la sera? A lavorare, o per lo meno a provarci.