Cultura
i primi populisti •
Nel clima creato da Chernobyl gli italiani votarono sul nucleare pensando d’aver sconfitto il demonio
Trentanove anni fa una catena di traumi nella vita quotidiana ci infiammò di paura. Ma grazie al referendum diventammo un popolo di esorcisti. Con le conseguenze che sappiamo
5 OTT 26

Un banchetto di raccolta di firme per il referendum sul nucleare del 1987 (foto Ansa)
Adesso, con tutte quelle petroliere bloccate nello stretto di Hormuz, finalmente si riparla di energia nucleare. Ma quarant’anni fa il nucleare, con la catastrofe di Chernobyl, in Italia era diventato il demonio. Trentanove anni fa, con il referendum sul nucleare, diventammo un popolo di esorcisti e scacciammo il demonio. Con le conseguenze che sappiamo.
Una catena di traumi nella vita quotidiana ci infiammò di paura. Ma come, da un giorno all’altro bisognava evitare come la peste la lattuga assassina? No, non si poteva sopportare. E il latte fresco negato ai bambini perché le mucche potevano aver ruminato erba contaminata? Quello fu davvero uno choc. E forse nemmeno l’acqua degli acquedotti si poteva bere, e perciò ecco i tempestivi servizi dei tg con le consuete scene dell’assalto ai negozi e ai supermercati per fare incetta di cassette di acqua minerale. Nel 1986, l’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl, a più di duemila chilometri di distanza dal confine orientale italiano, ci gettò nel panico. Non si parlava d’altro. Non ci si preoccupava d’altro. Latte, foglie di lattuga e acqua potabile erano diventati nemici che si intrufolavano in cucina, nei nostri piatti, nelle mense scolastiche. Fu in questa atmosfera apocalittica che gli italiani furono chiamati a decidere sul nucleare. Se il referendum fosse stato celebrato qualche anno prima il risultato sarebbe stato incerto. Dopo il panico di Chernobyl il popolo decise che bisognava chiudere le centrali nucleari. Anzi, no. Che l’Italia avrebbe pure potuto approvvigionarsi di energia nucleare, pagando salatamente il servizio, con le centrali nucleari francesi, la più vicina delle quali, quella del Bugey sul fiume Rodano, distava poco più di cento chilometri dal confine Ovest dell’Italia, 1900 in meno rispetto alla distanza con Chernobyl, zero incidenti dal 1987 ad oggi. Con le centrali nucleari d’oltralpe (a Parigi non si fecero trascinare dal panico) che da allora fino ai nostri giorni hanno coperto quasi il 65 per cento del fabbisogno energetico francese.
Fu la prima volta che il verdetto popolare veniva richiesto e perentoriamente reclamato su una complessa questione tecnico-scientifica
Se c’è una data simbolo in cui è lecito e storicamente fondato dire che sia nato il populismo italiano, la data è quella dell’8 e del 9 novembre del 1987, quando i contrari al nucleare stravinsero il referendum all’80 per cento contro un timido, mesto e silenzioso 20 per cento di favorevoli. Per inciso, nelle stesse due giornate si tenne pure il referendum abrogativo sulla responsabilità civile dei giudici, stravinto, sull’onda dell’acclarata persecuzione giudiziaria di Enzo Tortora, con quasi l’80 per cento dei consensi ma poi sventuratamente ignorato, mortificato o addirittura quasi stravolto in sede legislativa. Il referendum sul nucleare no, non fu ignorato: divenne la madre di tutti i divieti e di tutti gli anatemi. L’attenzione (l’ossessione) pubblica era tutta calamitata dal nucleare. E in epoca pre-social, nei bar, in metropolitana, nelle officine dei meccanici e nelle redazioni (presuntuose) dei giornali si faceva finta, senza sapere davvero niente, di conoscere ogni dettaglio sugli “isotopi radioattivi”, sulla potenza del Cesio-137 capace di stravolgere l’andamento della catena alimentare e dello Iodio-131, trasportato dalla nube radioattiva incurante di frontiere sull’onda delle abbondanti piogge le quali, si affermava con perentoria sicurezza nei bar centrali e periferici, avrebbero depositato sul terreno l’agente contaminante. Non aiutava poi la trasparenza della discussione pubblica l’atteggiamento omertoso e minimizzante dei sovietici, che nascondevano accuratamente l’entità dei danni materiali ma soprattutto umani della catastrofe dell’impianto di Chernobyl, costruito con una tecnologia antiquata e obsoleta. E in questo clima surriscaldato e carico di angoscia collettiva, fu la prima volta che il verdetto popolare custodito dalle urne veniva richiesto e perentoriamente reclamato su una complessa questione tecnico-scientifica. Come se durante il Covid, nel pieno dell’emergenza, con i reparti di terapia intensiva strapieni, e le colonne di bare trasportate dai camion militari a Bergamo, fosse stato chiesto referendariamente al popolo, con parere vincolante, se era consentito o proibito il ricorso alla vaccinazione di massa, e soprattutto se con Pfizer o con Astrazeneca, a mRna o non a mRna.
Un fisico prestigioso come Edoardo Amaldi fu maltrattato perché di uno degli antinuclearisti, suo ex allievo, disse che era “sempre stato un cretino”
Nessuno sapeva niente, ma tutti dovevano deliberare sul futuro energetico del paese con un semplice sì o no. Un plebiscito, e infatti si adeguarono tutti, tranne i drappelli minoritari del Partito repubblicano e di quello liberale. I socialisti, specie per impulso di Claudio Martelli, si accodarono volentieri alla vox populi che si stava esprimendo anche, inevitabilmente, con grandi mobilitazioni di piazza, allietate dal simbolo del sole che ride eppure colme di ansie e preoccupazioni. I democristiani, figurarsi dopo due batoste referendarie come il divorzio e l’aborto, si fecero concavi e convessi e lasciarono che il popolo deliberasse furioso sul proprio destino. I comunisti, storicamente più legati alla cultura della fabbrica, del lavoro e dell’industria, non opposero resistenza. La cultura letteraria e artistica, come al solito, suonò il piffero della rivoluzione. E uno dei libri più venduti della stagione fu “Inverno nucleare” di Alberto Moravia, che in realtà era dedicato alla possibile apocalisse atomica delle grandi potenze militari, ma che con quel titolo fu interpretato come la vibrante denuncia di un grande scrittore sconvolto dal disastro di Chernobyl. Un clima che non ammetteva distinguo e sfumature. E nemmeno competenze con diplomi di laurea e cattedre universitarie. Venne maltrattato come un renitente alla leva militante e antiscientifica un prestigioso fisico come Edoardo Amaldi, uno dei “ragazzi di via Panisperna”, uno dei più cari amici di Enrico Fermi, una figura illustre della scienza italiana. Ma le sue posizioni sull’energia nucleare non venivano nemmeno ascoltate, perché nel populismo referendario sulla scienza e sulla tecnica si era deciso tacitamente all’unanimità che il mio personalissimo e disinformatissimo voto, totalmente ignaro di scienza e applicazioni tecnologiche, e quello di un grande scienziato dovessero essere posti esattamente sullo stesso piano. Uno vale uno: ricorda qualcosa? Cioè non un referendum sui valori, su una legge elettorale, su un quesito politico o civile, sulle grandi scelte etiche, su questioni che riguardano l’organizzazione di una comunità. In questo caso, come nelle elezioni, l’eguaglianza è un valore cardine della democrazia. Ma la scienza non è democratica, dicono. E tuttavia Il povero Amaldi, in una disputa televisiva, provò a dire che uno dei promotori della battaglia antinucleare, un suo ex allievo nella Facoltà di Fisica, era “sempre stato un cretino”, ma le sue parole vennero fatte oggetto di riprovazione morale e soprattutto interpretate come una manifestazione di spocchia intellettuale che pretendeva di fare della scienza qualcosa che non ammetteva discussione democratica, una testimonianza di insensibilità verso la sorte delle famiglie private del conforto minimo di un’insalata non contaminata.
I verdissimi Massimo Scalia e Gianni Mattioli definivano il nucleare “una scelta imposta dall’imperialismo”. Ma era esattamente il contrario
Prima di Chernobyl, il tema del nucleare in realtà non scaldava granché i cuori. Certo, giravano spillette e adesivi e magliette con su scritto “nucleare, no grazie”, ma il movimento dei Verdi, al tempo chiamati anche ecologisti, era ancora molto marginale nella percezione pubblica. Ed è anche vero che verso la fine degli anni Settanta Massimo Scalia e Gianni Mattioli, che dopo una lunga e intensa militanza nell’estrema sinistra post-sessantottina diventeranno protagonisti dell’esperienza dei Verdi (“sono come le angurie, verdi fuori rossi dentro”, dicevano con una malcelata ferocia contro-ideologica i detrattori più astiosi), già scrivevano (la citazione è ripresa da “Il pezzo mancante”, di Chicco Testa e Giuseppe Zollino, edito dal Mulino): “La scelta del nucleare appare come il coronamento di tutta una fase storica della politica energetica dei Paesi capitalistici, coerente con la logica che presiede alla concezione dello sviluppo in questi Paesi e, in quanto tale, organica al modo di produzione capitalistico che contribuisce a perpetrare, da una parte rivoluzionandone le tecnologie, dall’altra accentuandone le distorsioni”. “Per questo”, concludevano Mattioli e Scalia, “la scelta nucleare non va considerata in sé, ma nel contesto dei rapporti di classe nazionali e internazionali. Una scelta imposta dall’imperialismo”. Che poi era successo tutto il contrario, perché in Italia e in tutto il mondo l’opzione nucleare aveva preso piede come risorsa energetica obbligatoria solo attorno alla metà degli anni Settanta. E proprio nel mezzo, allora esattamente come oggi, della crisi petrolifera che sembrava mettere ko le economie avanzate e gli stessi stili di consumo puniti con le lugubri “domeniche dell’austerity” in cui i cittadini compensavano l’ansia della privazione, e delle interminabili code per fare benzina, con la riscoperta della bicicletta in città, un po’ come gli italiani segregati in casa ai tempi del lockdown quando intonavano tra le lacrime l’inno nazionale dai balconi (“ne usciremo migliori”: s’è visto). Da qui la scelta di costruire quattro centrali nucleari in Italia: a Trino Vercellese in Piemonte, a Caorso, a Borgo San Sabotino nei dintorni di Latina, nella zona dove il fascismo aveva celebrato la bonifica delle paludi pontine, e a Garigliano, nel comune di Sessa Aurunca in Campania, e di progettarne un’altra a Montalto di Castro. La crisi del petrolio accelerò una deviazione (altro che progetto “capitalistico” e “imperialistico”) dalla tradizionale diffidenza nei confronti del nucleare che in Italia, nel cuore degli anni Sessanta, aveva portato al linciaggio politico-giudiziario di Felice Ippolito presidente del Cnen (acronimo di Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare), attaccato trasversalmente, tanto che l’offensiva contro di lui era partita addirittura dal moderato Giuseppe Saragat, e non difeso da nessuna forza economica, e pure dalla comunità scientifica silente ed omertosa. E da nessuna forza politica, forse con la parziale eccezione del Pci. Dove era molto chiara la distinzione tra il nucleare militare, contrastato dalle grandi e solenni manifestazioni dei “Partigiani per la pace”, e il nucleare necessario per dare energia all’industria: in fondo l’impianto di Chernobyl era proprio figlio di quella storia e di quella distinzione. E il Pci poteva pensar male di scelte che erano state compiute nella grande Unione Sovietica dove si realizzava il socialismo e pure il lancio dello Sputnik?
C’era addirittura il “Pioniere”, il giornale a fumetti per bambini e ragazzi che negli anni Cinquanta, all’ombra di Stalin, voleva essere la risposta comunista e internazionalista al “Corriere dei Piccoli”, che esibiva fiero le imprese di un personaggio simpatico e buono, Atomino, capace di battersi con grande temerarietà per un uso pacifico dell’atomo contro quello guerrafondaio del capitalismo e dell’imperialismo. Atomino non era contro il nucleare, e non lo era nemmeno l’anima industrialista del Pci (“Soviet più elettrificazione”) che però nel referendum del 1987 battè in ritirata di fronte alla possente avanzata populista pronta a impedire che l’Italia diventasse una nuova, gigantesca Chernobyl.
Nucleare divenne brutto e cattivo quando un film con la battagliera Jane Fonda, “Sindrome cinese”, rivelò al mondo l’incidente del 1979 nella centrale di Three Mile Island in Pennsylvania, quando la fusione del nocciolo aveva rischiato di provocare una catastrofe. Il cinema militante aveva dato la carica. Sull’Aurelia, più o meno nello stesso tratto dove qualche anno dopo si sarebbe celebrata la sacra rappresentazione per impedire la costruzione dell’autostrada destinata a lambire le terre capalbiesi, si formarono cortei e blocchi stradali, con automobili e persino trattori per impedire la messa in moto della centrale di Montalto di Castro, località poi resa celebre da un bellissimo film di Paolo Virzì, “Caterina va in città”. Ma la tensione non avrebbe raggiunto il suo apice senza la frattura emotiva causata dall’apocalisse di Chernobyl. Il referendum mise fine all’avventura dell’energia nucleare in Italia. Tracce di quella fine sono leggibili nelle bollette dove è indicato il pagamento dell’energia prodotta in Francia a cento chilometri di distanza e da noi importata come se nulla fosse, ignorando la palese contraddizione. Nel frattempo in tutto il mondo, in quasi quarant’anni, non ci sono stati più incidenti alle centrali nucleari, con l’eccezione di quella giapponese di Fukushima (che in realtà fu la conseguenza di uno tsunami) che suggerì ad Angela Merkel la sciagurata chiusura delle centrali in Germania. Ora l’Italia cerca, tardivamente, di correre ai ripari. In compenso, grazie al populismo antiscientifico, abbiamo pagato un prezzo salatissimo. Ma la lattuga è salva.