Cultura
Facce dispari •
“Mi piace raccontare storie che non scadono domani”, dice il produttore Michele Bongiorno
Dal marketing alla produzione cinematografica, e un docufilm su Lucio Fontana. "Sono curioso di vedere dove ci porterà l’Intelligenza artificiale, ma al contempo cerco di non farmi divorare dalla fretta". Intervista
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Giovane laureato in Economia, Michele Bongiorno si occupava di marketing per un’azienda italiana a Buenos Aires quando capì che nella vita gli sarebbe piaciuto fare un’altra cosa: “raccontare storie”. Vicende sociali e di costume, vite di artisti, di imprenditori e di soldati. Non ambiva a scriverle, ma a farle vedere; non voleva che rincorressero l’attualità, ma che resistessero al tempo. Così, tornato a Milano, battezzò la Good Day Films, che ha prodotto una trentina di documentari nell’arco di un ventennio e di cui Bongiorno, primogenito di Mike e di Daniela Zuccoli, è fondatore e amministratore.
L’opera appena terminata è dedicata a Lucio Fontana e ha riportato Bongiorno in Argentina, nei luoghi dove tutto cominciò per lui e per il grande artista, il quale concepì a Buenos Aires il movimento spazialista. “Lucio Fontana, The Final Cut”, diretto da Andrea Bettinetti e prodotto da Good Day Films con Nexo Studios, è stato realizzato con l’autorizzazione esclusiva della Fondazione del maestro e Unipol come main partner. Sarà proiettato in anteprima l’8 ottobre a Napoli al Teatro San Carlo per l’inaugurazione del Festival Artecinema, ideato da Laura Trisorio e giunto alla trentunesima edizione.
Cosa racconta di nuovo il docufilm su Fontana?
È il primo che ha l’ambizione di raccontarlo in modo, oso sperare, definitivo e con l’autorizzazione della Fondazione. Non tratta solamente la carriera artistica di una mente illuminata del Novecento, ma il suo percorso umano. Perciò considero questo lavoro anche una prova di responsabilità sotto il profilo culturale.
C’è una motivazione personale che l’ha spinta a produrlo?
Fontana è tra gli artisti che amo maggiormente e le riprese inedite dei suoi luoghi in Argentina mi hanno riportato al periodo in cui vivevo lì. Sin da piccolo mi affascinavano le storie, le biografie in particolare, finché a Buenos Aires mi accadde di conoscere due sopravvissuti al disastro aereo sulle Ande del 1972, quando i passeggeri superstiti, sperduti tra le nevi, furono costretti al cannibalismo. Allora pensai a quanto mi sarebbe piaciuto narrare quella vicenda, che ispirò anche dei film, però in chiave documentaristica. Così capii quale sarebbe stata la mia strada.
Qual è il filo comune alle sue produzioni?
Che non abbiano precedenti, che abbiano il sapore della documentazione inedita e possano restare attuali anche molto tempo dopo, proprio perché non rincorrono l’attualità spicciola.
Un esempio di lavoro che non aveva precedenti?
“Cy Dear”, il docufilm su Cy Twombly del 2018, anche quello diretto da Bettinetti: è stato il primo dedicato all’artista, con il sostegno della sua Fondazione. Fu presentato al MoMA di New York: per una piccola casa di produzione cinematografica italiana equivale a una medaglia.
Un esempio di opere rimaste attuali?
Ci sono docufilm che in tv possono essere rimandati pure dopo anni, come “Il Commenda e l’Incantabis” del 2007, biografia incrociata di Angelo Rizzoli e Arnoldo Mondadori, nati nello stesso anno: due vite parallele, due visionari dell’industria culturale venuti su dal nulla. Un altro caso è “Il Crepuscolo degli Dei” sul doping di stato in Germania Est, che riemerge periodicamente quando la tematica torna al centro delle cronache sportive. Poi ricordo il mediometraggio su Emma Bonino, che girammo nel periodo in cui lei viveva al Cairo. Siamo attenti a intercettare i gusti del mercato, ma anche a resistere alla tentazione di lavorare sulle breaking news, perché in un mondo che viaggia velocissimo invecchiano ancora più presto. Un racconto di qualità, anche sotto il profilo tecnico e artistico, deve aspirare alla possibilità di essere nuovamente consumato a freddo. Sarà che mi sento un uomo del Novecento.
In che senso?
Sono nato nel 1972, appartengo pienamente alla generazione pre-digitale, quella che conosceva la cabina telefonica a gettoni e poi ha vissuto e vive un gigantesco cambiamento. Seguo gli sviluppi tecnologici, geopolitici e sociali, sono curioso di vedere dove ci porterà l’Intelligenza artificiale, ma al contempo cerco di non farmi divorare dalla fretta, dalla rincorsa all’ultima notifica, dall’affannosità dei ritmi. I progetti migliori sono frutto della riflessione, del respiro lento con cui riesci a staccarti dalla frenesia dell’immediatezza. La connessione permanente è anche una scelta volontaria.
Un azzardo premiato?
“Reduci” del 2013 sui nostri soldati tornati dalle missioni in Afghanistan, unico nel suo genere per come esplorava dal di dentro la componente umana. Per realizzarlo dovetti vincere le iniziali resistenze dell’Esercito, che poi se ne mostrò entusiasta. La Rai purtroppo non capì il progetto, invece Sky lo volle subito. Fui orgoglioso di presentarlo in anteprima al Ministero degli Esteri, davanti al capo di stato maggiore e a una cinquantina di generali. Il successo m’incoraggiò a produrre il docufilm “Lungo la Blue Line” nel 2015, sulla missione Unifil in Libano meridionale quando era sotto la guida italiana.
La televisione nazionale è attenta a queste produzioni?
Non ha la tradizione documentaristica della Bbc però potrebbe fare di più, anche perché questi progetti hanno budget relativamente economici rispetto alle fiction e all’intrattenimento. Non credo che i canali tematici, sebbene offrano prodotti confezionati molto bene, possano esaudire il crescente interesse del pubblico.