Cultura
l'intervista •
Marcello Fois vince la 64esima edizione del Premio Campiello con il romanzo della maturità
Lo scrittore sardo e l’immensa distrazione. "La letteratura serve a collegare, cosa che non facciamo mai. Siamo un paese che confonde tutto, la complicazione con la complessità, ma quest’ultima è necessaria"

Crediti : Premio Campiello
In questi ultimi mesi, Einaudi è diventato l’asso piglia tutto dell’editoria italiana. Dopo aver vinto lo Strega con I convitati di pietra di Michele Mari, ieri sera, al Palazzo del Cinema del Lido di Venezia – nuova location che ha sostituito il Teatro La Fenice, chiuso per rinnovamento tecnologico del palcoscenico – si è aggiudicata il primo e il secondo posto del Premio Campiello, giunto alla 64esima edizione. Primo posto, con 83 voti (su 282 votanti), per Marcello Fois e il suo libro L’immensa distrazione, seguito da Alcide Pierantozzi che non ha vinto per tre voti (ne ha ricevuti 80) con Lo sbilico.
Fois, appena ricevuta la “vera da pozzo”, il simbolo del premio, sembra voler parlare d’altro, o meglio, del motivo per cui, secondo lui, un premio letterario dovrebbe ancora avere a che fare con una questione civile. "Dedico questo premio – ci dice – a questo paese, se non è troppo distratto per capire che istruirsi e leggere bene è una forma di civiltà. Più parole abbiamo e meno ci fregheranno le parole degli altri". Per lui, infatti, "la letteratura non è un ornamento né una decorazione colta da esibire nei giorni dei premi, ma uno strumento per orientarsi. A furia di considerare l’istruzione secondaria – aggiunge – gli azzeccagarbugli che girano per il mondo ci stanno facendo passare per tramaglini. È una cosa gravissima".
Lei parla dell’istruzione come di una questione civile. Perché?
"Perché siamo in un momento difficile per l’insegnamento e questo, in parte, lo abbiamo permesso noi che siamo genitori di un’altra generazione. Quando fui candidato allo Strega incontrai Rita Levi Montalcini. Ai ragazzi disse: “Siete molto informati, ma poco formati”. I genitori applaudirono, ma lei disse loro di non applaudire, dicendo: “Siete la generazione che governa i vostri figli”. Era un modo molto netto per ricordarci una responsabilità".
La responsabilità, nel suo ragionamento, passa anche dalla genealogia: ciò che una generazione consegna alla successiva, ciò che insegna e ciò che, invece, rinuncia a insegnare. È cosi?
"Si. Chi lavora a scuola sa che la vera mutazione genealogica di oggi sforma soltanto geni. Noi eravamo dei cretini (ride,ndr). A me, e non soltanto a me, salva la letteratura".
Perché?
"La letteratura serve a collegare. Tutta l’esperienza letteraria è un’esperienza di collegamento. Noi purtroppo siamo disabituati al collegamento. Siamo un paese che confonde tutto, che confonde la complicazione con la complessità, ma la complessità è necessaria. Aggiungerò di più".
Prego.
"In un premio letterario come questo bisogna essere pensanti nella propria lingua. Termini come “location” o “sentiment”, non vanno necessariamente detti, sarebbero fuori luogo. Oggi siamo qui a Venezia e parliamo questa lingua che è l’italiano. Nessuna polemica con gli anglicismi, per carità, ma il Campiello è un premio letterario italiano. E allora usiamo la nostra lingua".
Cosa ci dice invece sul mestiere dello scrittore?
"Scrivere è un mestiere difficilissimo e c’è una differenza tra gli scrittori e la gente che pubblica. Questo romanzo mi ha permesso di fare un bilancio, di capire da che parte sto, come sono messo e mi ha dato una grande gratitudine per questo mondo".
Lo ha definito il "romanzo della maturità": perché?
"Perché a un certo punto della vita capisci che le cose si allineano. Sono stato un attore perennemente esordiente. Oggi credo di meritarmi di essere uno scrittore".
(Il protagonista de L’immensa distrazione è Ettore Manfredini, un uomo che muore e, nella mattina della propria morte, ripercorre la sua esistenza e quella della famiglia: la povertà, il lavoro, l’ascesa economica, la guerra, le leggi razziali, l’Olocausto, i rapporti familiari, il potere e il senso di colpa. È la storia di un’impresa e, insieme, la storia di un paese). "Ho inventato la storia di quest’uomo che la mattina si sveglia e scopre di essere morto", spiega. "Il cuore si ferma, qualcosa si spegne e tutta la sua vita comincia a rappresentarsi dentro il romanzo".
Perché partire dalla morte?
"Perché scrivere è una piccola esperienza di morte. Si possono scrivere tante cose diverse, mentre oggi ci siamo abituati a scrivere soltanto di noi stessi. Io volevo invece raccontare la vita di un uomo attraverso ciò che gli è stato intorno: la famiglia, l’impresa e la Storia".
È anche un romanzo sull’istruzione mancata.
"È la storia di un uomo poverissimo che diventa ricchissimo, ma anche di un uomo che cerca di capire come l’istruzione avrebbe potuto migliorargli la vita se avesse potuto accedervi".
Lei è nato a Nuoro, vive da anni in Emilia-Romagna, ma la Sardegna c’è sempre.
"La Sardegna è nel cuore. La fortuna di essere sardi è che si può esserlo dappertutto. Sono nato a duecento metri dalla casa di Grazia Deledda, che è ancora l’unica donna italiana ad avere vinto il Nobel per la Letteratura, la prima a candidarsi in politica nel 1919 quando alle donne era negato il voto. È stata una donna meravigliosa di cui avremmo bisogno oggi. Forse a scuola bisognerebbe studiarla e ricordarsene, perlomeno nelle tracce dell’esame di maturità, invece quest’anno, nel centenario, non è avvenuto. Pirandello disse che era troppo brutta per scrivere bene".
Attenzione che qui è un attimo che si torna alla polemica dello Strega sul pulmino per Bisceglie.
"No, per carità (sorride, ndr). La letteratura non ha bisogno di essere trasformata continuamente in una rissa. Io sono qui per parlare di libri. Essere grandi persone e grandi scrittori, nel caso di Pirandello, non è detto che coincidessero".
Il libro è dedicato a Daniela Zedda e a Michela Murgia e a quest’ultima ha dedicato anche la sua vittoria.
"Daniela è stata una delle fotografe più straordinarie che questo paese abbia avuto. Michela era una donna bellissima, tutt’altro che livorosa, molto resiliente. Era una delle intellettuali più influenti di questo paese. Se ancora oggi, da morta, preoccupa e crea dibattiti, questo dovrebbe far pensare".
Tornando al suo libro, lei fai una sorta, diciamo, di bilancio no, della vita del protagonista. Lo ho fatto perché potrebbe essere utile per capire che un bilancio, in generale, andrebbe fatto in realtà mentre si è vivi?
"L’ho fatto perché noi non lo facciamo abbastanza, perché la vita che ci hanno costruito è tutta emergenziale. Questo è il problema. Non riusciamo più a dire: fermiamo le macchine un secondo, vediamo a che punto sono le questioni sociali e politiche di questo paese in cui – su almeno tre questioni di base – non si riesce a ottenere un accordo. Eravamo invece un paese che sviluppava l'ispirazione religiosa cristiana all'ispirazione laica, perché gente come Danilo Dolci, Moro e Berlinguer si mettevano d'accordo su tre punti: mangiare tutti, istruirsi tutti e curarsi tutti. Oggi non è così, basta fare un bilancio per rendere e conto".
L’immensa distrazione è anche un romanzo sul recupero della memoria storica?
"Sì, è totalmente un romanzo sull'importanza della memoria. La letteratura è importante come i libri di storia, perché la letteratura mette le persone dentro i libri di storia. La letteratura ti dice come si chiama il morto nel campo di battaglia di Waterloo, ti dice come si chiamano i deportati della Shoah, un compito non da poco. Quindi è per questo che i lettori non piacciono in questo paese, perché i lettori conoscono i nomi, non conoscono solo i fatti".
Sa già cosa farai dopo questa vittoria?
"No, ma che scriverò. Adesso mi riprendo, faccio un mese di cura del sonno, vado a dormire e poi si vedrà".
Nel salutarci, si toglie gli occhiali da sole, "sono un paio di occhiali di Armani del 1984, me li ha regalati mia mamma, costavano sei centomila lire a suo tempo, e allora oggi ho detto me li metto perché così vediamo cosa succede", tiene a precisare. Il fiore che ha sulla giacca, come l’abito, è stato creato per lui da Antonio Marras. "Antonio mi ha telefonato e mi ha detto: "Guarda Marcello, io ho fatto l'abito di Michela quando ha vinto il Campiello (con Accabadora, ndr) e devo fare anche il tuo". Quindi ha ragione Antonio. Io gli ho risposto: "Bocca tua santa", come si dice al Nuoro. Adesso lo chiamo per dirgli che ce l’abbiamo fatta".
Premio Campiello 2026
Come da tradizione, è spettato alla Giuria dei trecento lettori anonimi, composta da persone di età, professione e provenienza geografica diverse, leggere ed esprimere la propria preferenza per uno tra i romanzi della cinquina: un meccanismo adottato sin dalla prima edizione del premio (nel 1963), che ne tutela indipendenza e trasparenza di giudizio. Hanno votato 283 degli aventi diritto, questi i punteggi definitivi: