Vedi le modelle a una sfilata e pensi all’estetica disumana degli stilisti

Negli ultimi anni non si è quasi fatto altro che parlare di identità femminile e dei diritti conseguenti. Eppure sembra che negli ambienti degli stilisti e delle sfilate non sia cambiato niente. Il culto della forma che cancella la realtà

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Foto di Alina Bordunova su Unsplash

Come è noto da secoli, il culto maniacale dell’estetica e della forma assoluta che cancella la realtà, succede che dichiari guerra alla bellezza e alla grazia spontanea, rendendoci ridicoli, oltre che inconsapevolmente deformi. L’abbigliamento e le acconciature prima del Barocco e poi del Rococò ne sono la manifestazione più proverbiale e memorabile. Il Novecento ha lavorato invece a rovesciare la tendenza all’eccesso, puntando piuttosto alla semplicità, alla razionalizzazione geometrica, alla nudità, al rigorismo estetico per via antiestetica.
Eloquente è in questo senso un aneddoto satirico inventato da Brecht. A un giardiniere era stato chiesto di arrotondare una pianta dandole una forma sferica. Il giardiniere ci lavorò accuratamente per un intero giorno, tagliando i rami prima da una parte e poi dall’altra. Alla fine la forma sferica fu ottenuta, ed era piccolissima. Ma invece che essere lodato per quella perfezione, il giardiniere fu rimproverato: “Bene, questa è la sfera. Ma dov’è la pianta?”.
La distruttività per eccesso formale, cioè estetico, ha dominato le arti per più di un secolo con centinaia di autori: da Mondrian a Giacometti, da Klee a Warhol, da Fontana a Dubuffet e a Rothko.
Arte a parte, la moda degli stilisti ha percorso sia il sentiero rigoristico che la strada addobbata. In questi giorni mi è capitato di guardare in tv per qualche minuto una sfilata di indossatrici, e la cosa che sorprende di più, per non parlare degli abiti, sono i corpi delle modelle e il loro modo sempre uguale di camminare, o meglio di incedere, nobilmente e solennemente, come statue meccaniche.
Negli ultimi anni, se non decenni, non si è quasi fatto altro che parlare di donne e del loro corpo, di identità femminile e dei diritti conseguenti. Eppure sembra che negli ambienti degli stilisti, della moda e delle sfilate non sia cambiato niente. Gli stilisti manipolano le modelle come i registi cinematografici impongono tirannicamente alle attrici identità e stile. Le dive dello schermo, però, riescono con il tempo a guadagnare spazi di libertà. Le povere indossatrici, invece, tutte rigorosamente filiformi e rigide come bastoni, compaiono tuttora imprigionate dentro la loro forma imposta, caratterizzata anzitutto dal modo di muovere i loro passi. Chi non li riconosce? Un passo immancabilmente davanti all’altro come se i passi seguissero una linea retta invisibile eppure implacabile. Di quel certo modo di camminare imposto alle modelle, non se ne può più. Quale mai essere umano si muove così? Le donne dovrebbero apparire così alle altre donne? Corpi tutti uguali? Movimenti tutti uguali? Certo, se i corpi delle indossatrici fossero tutti più o meno diversi come avviene in natura, allora anche il passo potrebbe mostrare una sua naturale e fisica naturalezza. No, natura fisica e naturalezza di movimenti sono vietate nelle sfilate. Ma il perché non è chiaro. Devono mostrarsi ubbidienti come soldati? Realizzano una forma perché la realtà umana sparisca? Gli stilisti vogliono questo e non si vergognano.