Palazzeschi, il futurista che diffidava del progresso

Negli anni della maturità, lo scrittore prese progressivamente le distanze dagli ideali avanguardisti giovanili. Conservando però una consapevolezza che la storia non torna indietro

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In una lettera del 1967 Alberto Mondadori osservava come Aldo Palazzeschi avesse saputo precorrere i tempi. Da quell’intuizione prende il titolo Palazzeschi nostro contemporaneo, gli atti del convegno fiorentino tenutosi nel 2024, curati da Simone Magherini (Società Editrice Fiorentina, 2026). Insieme al Carteggio 1931-1966 con Mino Maccari (Edizioni di Storia e Letteratura), curato da Maria Federica Cartenì, il volume offre l’occasione per rileggere l’autore del Codice di Perelà non solo come uno dei grandi sperimentatori del Novecento, ma anche come uno dei più originali antimoderni della nostra letteratura.
Se Antoine Compagnon (Les Antimodernes, de Joseph de Maistre à Roland Barthes, 2005) avesse dedicato più spazio agli italiani, Palazzeschi avrebbe probabilmente trovato posto fra gli “antimoderni”: scrittori che appartengono pienamente alla modernità, ma ne colgono prima degli altri le contraddizioni. Il suo percorso è esemplare. Futurista negli anni giovanili, vicino a Marinetti e affascinato dalle avanguardie, nelle opere e nelle interviste della maturità diventa un osservatore severo del consumismo, dell’omologazione, del culto della tecnica e della progressiva perdita del senso religioso. Il rivoluzionario di ieri scopre che il vero conformismo non consiste nel difendere il passato, ma nell’adorare il progresso.
Non irrilevante, in questa evoluzione, è il sodalizio con Mino Maccari, animatore de Il Selvaggio. Il loro carteggio rivela una comune diffidenza verso la civiltà della velocità, la riduzione della cultura a merce e la scomparsa della dimensione umana e paesana. Non sono soltanto documenti filologici: molte delle inquietudini che attraversano quelle lettere sono diventate le nostre. Palazzeschi non costruisce sistemi filosofici né propone nostalgiche restaurazioni. Osserva gli uomini, i loro gesti, il loro modo di parlare e di desiderare. Da dettagli apparentemente marginali ricava una diagnosi penetrante della società italiana. Bersaglio privilegiato è il materialismo borghese, incapace di comprendere chi dedica la propria vita a un ideale apparentemente “improduttivo” come quello del poeta. Oggi quel poeta potrebbe essere l’intellettuale, l’artista o chiunque sottragga parte della propria esistenza alla logica esclusiva dell’utile.
La sua critica del progresso conserva una sorprendente attualità. Nel Palio dei buffi lo definisce una “gara di follia collettiva”: non nega i benefici della tecnica, ma rifiuta che essa diventi una nuova religione. “Che cosa m’importa di volare come il passero o la rondine, quando la mia mente rimane quella del passero o della rondine?”, scrive. La macchina amplia le possibilità materiali, ma non rende l’uomo più sapiente; la fantasia resta lo strumento autentico della conoscenza. Il telefono è per lui “una violazione di domicilio”, anticipando il tema dell’invasione tecnologica della sfera privata; mentre, sul consumismo, osserva che non è il benessere a renderci infelici, bensì il confronto continuo con gli altri. E quando afferma che “oggi non è l’opera che conta, ma il personaggio”, sembra descrivere con decenni d’anticipo la società dell’immagine.
Al centro della sua riflessione resta anche il sentimento religioso. “Per vivere tranquillamente ci vuole una religione”, afferma, arrivando persino a rivalutare i dogmi: “Le cose più belle della religione sono l’elevazione degli umili e i dogmi. I dogmi non si discutono, si credono”. Una provocazione che nasce dalla convinzione che una civiltà non possa vivere esclusivamente di tecnica, benessere materiale e dubbio permanente.
Palazzeschi non fu tuttavia un nostalgico. Come gli antimoderni descritti da Compagnon, sapeva che la storia non torna indietro; proprio per questo invitava a non sacrificare, sull’altare dell’innovazione, ciò che rende umana una civiltà: la misura, la fantasia, il mistero e la poesia. Il suo lascito, a ben vedere, non è tanto l’avversione al progresso, quanto il rifiuto di confondere il mezzo con il fine, la quantità con la qualità della vita. E’ forse in questa capacità di interrogare criticamente la modernità che risiede, ancora oggi, la sua più autentica contemporaneità.