Cultura
IL LIBRO •
Nonostante tutto ciò che si è scritto su Mosè, il suo mistero è rimasto inafferrabile
Riprendendo l’etimologia del verbo greco da cui deriva la parola fantasma e che afferisce all’area semantica dell’apparire, Giacomo Petrarca indaga la figura di Mosè a partire da ciò che definisce un “eccesso di presenza”
3 OTT 26

(Foto Getty)
Chagall l’ha dipinto con un volto verde mentre riceve le Tavole della Legge sul monte Sinai, Basquiat l’ha immerso in uno sfondo rosa con fattezze da egiziano, Michelangelo ne ha scolpito il capo sormontato da due corna, Thomas Mann nel racconto La legge ne ripercorre lo scontro con il faraone Ramessu, Christian Bale nel film di Ridley Scott Exodus ne interpreta lo spirito guerriero mentre nella Bibbia conosciamo un uomo che si carica sulle spalle la liberazione e la formazione di un intero popolo, media con Dio e incarna la Legge.
La vera natura di Mosè rimane, ovviamente, un mistero e così, prendendo a prestito le parole usate da Gilles Deleuze su Proust, “può indurre soltanto delle idee di ricerca e non delle ricerche vere e proprie” trasformandosi in un “vero oggetto di desiderio” ammantato da una singolarità che “non ci lascia altro da fare che questo: riscriverla, che è l’opposto di esaurirla”.
All’interno di questo ampio campo di studi sulla figura centrale dell’Antico Testamento si aggiunge adesso il denso volume di Giacomo Petrarca (Mosè: dal mondo al libro, Feltrinelli) che affonda il suo sguardo non tanto sulla sua storicità (comunque non ignorando, come ha ammonito Freud in L’uomo Mosè e la religione monoteistica, quanto la questione della personalità storica si intrecci con una figura da cui si legittima una tradizione religiosa, teologica, politica e culturale) quanto sulla sua spettralità. Riprendendo l’etimologia del verbo greco da cui deriva la parola fantasma e che afferisce all’area semantica dell’apparire, Petrarca indaga la figura di Mosè a partire da ciò che definisce un “eccesso di presenza”: “Mosè è talmente sovrascritto e conteso da non poter essere mai afferrato nella sua singolarità, se non come il prodotto di determinate esigenze religiose o storico-culturali, che sono a loro volta il risultato di un processo di costruzione della sua figura”.
Come suggerisce il sottotitolo del libro, Petrarca si muove nello spazio che la parola costruisce attorno alla figura mosaica perché le sue azioni sono sempre frutto della parola (a partire dalle tavole consegnate da Dio direttamente nelle sue mani al racconto delle sue gesta che ne edifica e tramanda la storia) e la stessa figura di Mosè si è costruita nei millenni attraverso riscritture e commenti, divenendo così un “paradigma stesso del narrare”. In questo senso la figura di Mosè è il risultato di riflessioni e analisi che Petrarca ripercorre con acribia fronteggiando con coraggio le complessità, da Kafka a Derrida passando da Spinoza e dalla tradizione rabbinica, e così il Moshe Rabbenu perde la sua singolarità e si trasforma in testo, in sovrapposizione di scritture e di parole, di racconto e commento, simbolo di quel culto del segno che accomuna ebraismo, cristianesimo e Islam.
Sta forse proprio in questa raffigurazione di Mosè il vero cuore del saggio di Petrarca che riesce a far convergere gli andamenti centrifughi di egittologia, filosofia, antropologia, teologia e critica letteraria in un’interpretazione che considera, prima di ogni altra cosa, il testo e la sua lettura. Ed ecco quindi un’altra riflessione che si può trarre da questo libro: in tempi di opinioni affrettate e allergia all’approfondimento uno studio come quello di Petrarca che analizza le singole parole del testo biblico, costruendo un suggestivo diorama di rimandi e risonanze, è un’occasione preziosa per resistere alla semplificazione imperante. “Tutti i canti si scrivono nero su bianco e bianco su nero” recita una piccola frase del Talmud che sembra racchiudere la tensione conoscitiva dello sguardo di Petrarca sospeso tra testo biblico e interpretazione, tra passato e presente. Un insegnamento per molti.