Navigare nel pericoloso caos dei ricordi con Jon Fosse

“Lei è Ales”, del premio Nobel norvegese, è un romanzo d’amore, di lutto e d’attesa, che anticipa l'imponente "Settologia". A più di vent'anni dall'uscita, è in libreria per La Nave di Teseo
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Foto ANSA

Il flusso dei ricordi, a un certo punto, si oscura. Così ogni certezza conosce il proprio inverno. Quale segreto si cela nell’infinito album delle esistenze?
“Lei è Ales”, romanzo di Jon Fosse uscito in Norvegia nel 2004, ora finalmente in libreria per La Nave di Teseo, anticipa le tematiche della poderosa “Settologia” (unico testo che consta di sette parti, suddivise in tre volumi pubblicati dalla medesima casa editrice).
Racconta di un amore, di un lutto e di un’attesa. Nel frattempo sono passati ventitré anni, è il 2002, e Signe dialoga ancora con Asle, o meglio, con la sua assenza. Signe e il pescatore Asle vivono da soli nella casa sul mare, una volta abitata dai genitori e, prima ancora, dagli antenati di lui. In un giorno di fine novembre del 1979, un martedì, la piccola barca di legno di Asle viene trovata vuota, alla deriva, contro i sassi della Battigia, nella Baia (luoghi-simbolo); verrà poi bruciata nel falò di San Giovanni Battista martire, descritto nel Vangelo come “una lampada che arde e risplende”, proprio come il fuoco che Signe alimenta con i cocci nella stufa.
Asle ha preso il nome dalla trisavola Ales e dal nipote, omonimo, fratello del nonno Olav e morto nella Baia a sette anni, proprio il giorno del compleanno e sempre a novembre, mentre era intento a giocare con una barchetta di mezzo metro fornita di tutto, costruitagli, per regalo, dal padre Kristoffer (bisnonno di Asle senior e figlio di Ales). Era il 17 novembre 1897.
Ma quale desiderio spinge il pescatore Asle a uscire di casa e a cavalcare le onde fino al Fiordo luminoso, malgrado il cattivo tempo?
Con il passare degli anni, talvolta, può accadere che il flusso dei ricordi, che prima scorreva placido, si agiti via via, inizialmente deviato nel suo corso da qualche ostacolo imprevisto, oppure da una sopraggiunta siccità, fino a farsi simile a un oscuro mare in tempesta, tumultuoso al punto da inghiottire le barche che custodiscono le memorie portate in salvo. Nel contempo, accade che la volontà di reggere il timone si affievolisca per il troppo peso e il dolore che ogni evocare porta con sé, giacché è ciò che è stato e non è più. Eppure va e viene, come un’onda che subitamente si ritira, simile a una promessa mancata. La barca si riempie di falle e la stessa possibilità di navigare nel caos delle immagini che si sovrappongono viene meno. Ma questo “finale di partita” non è definitivo; per Fosse, infatti, i ricordi risorgono. Lo scrittore Premio Nobel, convertitosi al cattolicesimo nel 2012, in “Io sono un altro” (secondo volume della “Settologia”) cita esplicitamente Beckett e Meister Eckhart. “Barca silente” è il titolo di un dipinto che un altro Asle, il pittore protagonista del romanzo, consegna all’amico Åsleik. Rappresenta una barca marrone e viola, velata da puntini luminosi. Ma cosa si cela in questa velatura luminosa del buio? Asle ricorda gli incontri con il suo Omonimo – pittore anch’egli, che gli somiglia: un doppio che, però, si è perso nell’alcol – soprattutto nel pub di Bjørgvin, topos chiamato “Ultima Barca”.
Nelle profondità, un’immagine misteriosa pare tessere le fila delle memorie e dei destini: tanto intima e lucente quanto oscura – non assomiglia a niente di visibile poiché “c’è senza esistere” – sospinge e ambigua le correnti dei ricordi; sembra creare l’essenza del linguaggio che li evoca, come una sorgente dà vita a un fiume. Scrive Meister Eckhart ne “La nascita eterna”: “L’immagine dipinta nella mente dell’artista è l’arte stessa, per la quale il pittore è principio dell’immagine raffigurata. E questo significano le parole Dio era il verbo”.