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Il corpo anima, il corpo oggetto. Tra umano e divino, l’indagine di Stoichita
Nel nuovo libro Victor Stoichita attraversa la storia dell’arte seguendo il corpo tra sacro e profano, desiderio e potere, rappresentazione e fantasma. Un viaggio nello sguardo umano, dove ciò che sembra già visto torna continuamente a interrogare chi guarda
3 OTT 26

Foto di Birmingham Museums Trust su Unsplash
Storico dell’arte o forse più propriamente storico dell’immagine Victor Stoichita è uno degli intellettuali più raffinati e capaci oggi di volare trasversalmente – esercizio sempre più raro a fronte di un’ossessiva quanto ottusa specializzazione diffusa – offrendo ai suoi lettori dei ritratti complessi eppure godibilissimi di quello che è la percezione del mondo da parte dell’umanità nella storia. Tra i suoi titoli più fortunati sicuramente vi è La breve storia dell’ombra, così come L’invenzione del quadro, due titoli che già dicono molto del punto di vista obliquo del grande critico rumeno, ovvero della sua capacità di cogliere l’opera all’interno di un ecosistema visivo fatto di varianze e di continue interferenze. Un percorso che arriva al suo titolo più felice probabilmente e anche più lungo: Effetto Sherlock. Occhi che osservano, occhi che spiano, occhi che indagano. Storia dello sguardo da Manet a Hitchcock.
Ed è da Effetto Sherlock che in qualche modo prende avvio questo Storie di corpi (il Saggiatore, traduzione di Rossella Savio, 280 pp., 26 euro). Stoichita in sostanza punta ora il suo sguardo non sull’opera, sull’artefatto, ma sul corpo come elemento di naturale trasmissione dal pensiero alla realtà e al tempo stesso come invalicabile muro per l’umano che nel e del corpo vive: dentro e attraverso, vedendolo e vedendosi. Un corpo dunque rappresentato, ma obbligatoriamente immaginato e visto al tempo stesso. Il corpo diviene così più che un mero elemento, la sostanza stabile eppure difficile da definire di quello che è il visibile. Ciò che si vede e ciò che non si vede e poi ciò che s’intravede, ed ecco che qui il corpo si palesa con tutto il suo portato di credenze. Il corpo anima e il corpo oggetto, dal corpo santo che diventa reliquia al corpo scolpito nelle palestre delle città esibito come “fisico” nella sua rappresentazione di una potenziale prestazione e poi ovviamente il corpo scolpito come rappresentazione pura di una bellezza assoluta, immobile e certa.
Storie di corpi si legge o forse andrebbe letto prima ancora che come una saggio fatto di puntuali riferimenti e di una ricchissima (e utilissima) bibliografia in nota, come un romanzo d’appendice, là dove la storia dell’uomo arriva così ossessivamente al proprio ombelico da far agire la sua stessa esplosione. Tra umano e divino, Victor Stoichita coglie nel corpo la sua presenza e il suo fantasma. Dinamiche di svelamento e di protezione dall’arte rinascimentale alla contemporaneità che mostrano anche come il corpo sia un elemento centrale della rappresentazione del potere, scrive Stoichita a proposito del talismano a forma di scorpione di Elisabetta Gonzaga: “Si tratta di un oggetto che blocca o addirittura paralizza lo sguardo dello spettatore, invogliandolo all’interpretazione”. Un’interpretazione che si amplia con connessioni continue nella storia dell’arte e che obbliga a un vedere continuo e a una ricerca mai del tutto placata, perché se è tutto già visto, allora è ancora tutto da vedere.