Arte e tecnologia. Il pamphlet di Spartaco Paris “per un umanesimo politecnico”

L'autore cerca di uscire dal seminato, non rassegnandosi a un fatale destino tecnocratico. Fare architettura, oggi più che mai, significa occuparsi in primo luogo di impiantistica prima ancora di qualunque preoccupazione formale
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In Amate l’architettura, Gio Ponti distingueva fra linguaggio tecnico e linguaggio pseudo-tecnico ovvero quello dei tecnicisti tecnolatri (che latrano cioè tecnicamente): il primo è come un gergo o un dialetto utile al dialogo interno fra i tecnici, il secondo invece è rivolto anche alla discussione pubblica col risultato però che alla fine non si capisce nulla “è ermetico, quindi non è tecnico né preciso”. Per uscire da questa empasse, Spartaco Paris raccoglie rispettosamente la staffetta consegnataci da Ponti nel lontano 1956. Ed è paradossale che a farlo, settant’anni dopo, a voler cioè parlar chiaro per recuperare questa antica arte così consustanziale della cultura italiana sia proprio un professore di tecnologia presso l’Università La Sapienza, autore di Amiamo l’architettura. Sul destino incerto di un’arte civica (Laterza, 160 pp., 16 euro). E’ paradossale perché proprio da tutti i tecnicismi siamo invasi sempre di più ogni giorno, non solo per i progetti del Pnrr ormai finito o per la ricostruzione post sismica in centro Italia, ma anche per il piano casa di là da venire.
Fare architettura, oggi più che mai, significa occuparsi in primo luogo di impiantistica prima ancora di qualunque preoccupazione formale. Impianti di ogni tipo non solo acqua, luce, gas, ma anche fotovoltaici, condizionamento, recupero delle acque reflue, pompe di calore, ecc. In questo Paris segue il suo maestro Nanni Morabito, ingegnere della gloriosa scuola napoletana che per vezzo volle laurearsi anche in architettura con relatore Carlo Scarpa, curatore fra molte altre cose di uno dei saggi più importanti del ’900, Ambiente e tecnica nell’architettura moderna in cui Reyner Banham nel 1969 sosteneva che la definizione degli impianti era la vera natura della modernità e che tale sarebbe rimasta nei decenni a venire, al di là delle preoccupazioni stilistiche. Il Centre Pompidou costruito di lì a poco, con i suoi impianti colorati esibiti e non nascosti, gli avrebbe dato subito ragione. Oggi invece a causa della tecnicizzazione del linguaggio dominano i parametri di sicurezza in nome dei quali si ricevono i finanziamenti, le autorizzazioni e a volte si compiono i peggiori scempi: demolizioni e ricostruzioni, rampe, green washing, strutture a volte incomprensibili. Del resto come ha scritto di recente Rem Koolhaas, “vediamo all’opera qui una nuova trinità: i tradizionali valori europei di libertà, fraternità e uguaglianza sono stati sostituiti nel XXI secolo da comfort, sicurezza e sostenibilità”. Il pamphlet di Paris cerca invece di uscire dal seminato, non rassegnandosi a un fatale destino tecnocratico, “per un umanesimo politecnico” come si intitola uno dei paragrafi. Nel primo capitolo sono inanellati tutti i problemi che chi si occupa di architettura conosce bene e discute in ogni occasione pubblica o privata, dal declino dell’editoria di settore alla ormai separazione di fatto tra professione e ricerca (in Italia chi costruisce non può insegnare e viceversa) oltre a una certa criminalizzazione del mestiere – cemento è termine dispregiativo e illecito quasi quanto cocaina –, alla scarsità o inefficacia dei concorsi sia universitari sia per le opere pubbliche col risultato che il sapere disciplinare è parcellizzato o appaltato alla tecnica in nome della sicurezza e del presunto risparmio, appunto.
Paris è cauto, a tratti anche verboso, ma sempre preciso nell’uso del passato: non cita mai a caso, al contrario è preciso dunque tecnicamente anche uno storico. Per esempio quando recupera un acuto pensiero di Marco Zanuso: “Il vizio vero del pericolo storico in cui viviamo non è la tecnologia di per sé. Il vizio è la tecnologia dimezzata. La tecnologia, cioè, non portata alle sue conseguenze finali – che sono poi quelle liberatorie – di ritorno alla natura e all’umanità”. Un problema di fondo è infatti la tradizionale natura millenarista della cultura italiana per cui ogni novità è minaccia di fughe impossibili verso il passato e perciò, prosegue Paris “in un’epoca in cui i detrattori della tecnologia, più che comprenderla, la temono illudendosi di ridimensionarla o rallentarne lo sviluppo, nel tentativo di limitarne le potenzialità più profonde”. La precisione, che è virtù essenziale tanto per lo storico quanto per il tecnico, dev’essere al servizio di un sapere disciplinare unitario, quello dell’architettura che Paris, scomodando Aldo Rossi – forse il meno tecnico fra tutti gli architetti del secolo scorso –, ci ricorda dover essere un patrimonio di significati culturali e sociali perché caratteristico dell’università è rispondere alla domanda: che cosa significa? Non alla domanda a che cosa serve? Perciò Paris più che di forme si preoccupa di ridefinire il ruolo dell’architetto come intermediario con quello che fu il mondo di ieri perché, come ha scritto Ponti, “il tempo è misurato solo dalla trasformazione delle cose: dove non si trasformano, non esiste il tempo, non esiste la storia”.