Cultura
L'ANALISI •
La democrazia oggi, tra leviatani istituzionali e monopoli tecnologici
Attorno alla lezione di Simona Forti sull’estrema destra contemporanea. Finzione da evitare e decisioni epocali prese in sedi esoteriche
2 OTT 26

Foto di Timon Studler su Unsplash
Pochi giorni fa, nella bellissima piazza di Sassuolo, ho assistito a una lezione di Simona Forti sull’estrema destra contemporanea. Lezione cordiale, rigorosa, “antiestremistica” anche nei toni e nelle proposte interpretative. Nel giro di un’ora Forti è riuscita a parlare sia di Platone sia di Thiel, ma senza mai confondere i livelli nel gran calderone dell’esibizionismo pop, a cui indulge invece un numero crescente di intellettuali abituati a usare i festival come tendoni da circo. Mentre descriveva le ideologie nelle quali l’evolismo si mescola all’accelerazionismo, e abbozzava i ritratti dei consiglieri del principe che le diffondono tra Washington e Mosca, Forti ci avvisava che non possiamo opporre a tutto ciò una difesa retorica della democrazia, ereditata per inerzia da tempi più sereni. Se i Bannon e i Dugin mettono le dita nella piaga per spalancarla e dissanguarci, non è una buona idea fingere di avere la pelle sana. Difficile obiettare a un discorso così ragionevole. Qui vorrei aggiungere appena qualche osservazione a margine, che devo anche alla lettura di quella Arendt di cui Forti è una studiosa acuta.
La prima finzione da evitare mi sembra quella di agire in una “polis”. E’ una metafora sbagliata, che illude e delude. Non solo perché di solito abbiamo a che fare con enormi leviatani, ma perché perfino nelle assemblee locali ci troviamo a discutere di proposte che quasi sempre passano sopra la testa delle singole comunità. Così la creatività politica descritta da Arendt, legata al modello di “repubbliche elementari” e opposta, nella sua libera azione, alle mere necessità economico-organizzative, viene facilmente soffocata. Il gigantismo buro-istituzionale deprime o fanatizza. E come aveva già visto Constant, chi in uno stato moderno, fondato sulla rappresentanza e sulla vita “borghese”, crede di poter fare appello alle virtù antiche, o fallisce o prepara una mobilitazione tirannica in cui i cittadini-sudditi hanno solo obblighi e non vere facoltà di partecipazione al potere. Questa scissione tra comunità e società merita di essere contemplata lucidamente; e la tentazione di abolirla con un colpo di mano va ricacciata. Occorre invece governare la quotidiana frustrazione che ne deriva, e che i movimenti populisti promettono di risarcire. Perché quella promessa di risarcimento, lo sappiamo, si traduce nell’imbroglio dell’ideologia, che mistifica a un tempo politica e cultura. E’ la ragione per cui bisogna proteggere gli spazi critici in cui si può fare a meno anche del minimo di demagogia indispensabile a qualunque politica, e in cui quindi si riescono a produrre analisi più veridiche perché “senza scopo”. Nel tentativo di far quadrare i conti e di rimuovere le ombre, i democratici sinceri sottovalutano spesso questo aspetto. In un momento molto buio della storia europea, Nicola Chiaromonte ricordava che non si tratta “d’imporre Socrate a Caligola”; semmai “l’esistenza di Socrate diviene (…) fonte d’autorità morale la cui energia non si misura dal fatto se i Caligola e gli Attila la riconoscono”.
Non significa rinunciare alla politica; significa rinunciare all’irrealtà che rende la politica totalitaria, e che disabitua ad accettare le fratture inevitabili tra i vari piani della nostra esistenza (critica e pratica, sapere e agire). “Nell’azione comune le forze si sommano, ma le idee si contrariano e si annullano”, diceva Alain, aggiungendo che “solo l’individuo pensa, ogni assemblea è stupida”. Nessun aristocraticismo, in questa frase: solo una lucida divisione degli ambiti che riguarda tutti, e la cui mancanza produce violenza pratica inibendo il pensiero. Ma c’è un tema che meriterebbe di essere discusso “nell’assemblea”, mentre invece le è sottratto: quello dello sviluppo scientifico-tecnologico, determinato da procedure non traducibili nel linguaggio comune. Decisioni epocali vengono prese in sedi esoteriche. Forse la rivoluzione della scienza, che ha tenuto a battesimo la modernità democratica, ora le fa il funerale? Non so rispondere: posso solo ascoltare (dopo Forti, nella piazza di Sassuolo parlava Pievani) e vedere i riflessi dei cambiamenti nella mia vita di cavia. Certo la frustrazione da gestire è molta, tra leviatani istituzionali e monopoli tecnologici. In entrambi, per dirla con Simone Weil, non c’è nulla da amare; e nella difesa dello stato di diritto contro le tirannie, questa impossibilità di amore può esserci fatale. Perché lo stato di diritto si regge su una consapevolezza che va di continuo sollecitata dalla passione. Come dire che la libertà privata dei moderni deve essere costantemente stimolata da quella attiva degli antichi. Non si sa come. Però il problema resta: cosa accade alle facoltà democratiche di chi, anziché essere pronto alle Termopili o a Maratona, rifiuta di “morire per Danzica” (per Kyiv)? E come chiedere un tale sacrificio in nome di società informi, che nessuno può abbracciare con lo sguardo?