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L’ossessione per il corpo e in fondo l’amore: madre e figlia, due nuove Bovary. Ecco "New Skin"
Nel romanzo di esordio di Sarah Wang (Foglio Edizioni), le protagoniste Fanny e Linli affrontano l'ossessione contemporanea per la bellezza e lo choc culturale. Le seconde possibilità ci sono, ma soltanto a pagamento
29 SET 26

Ci sono madri che lasciano alle figlie tutto il buono possibile, altre lasciano esempi che sono come voragini, Fanny Feng (la cui ultima operazione al naso è andata così male che deve tenerci sopra – sul naso – le sanguisughe) lascia alla figlia Linli una serie apocalittica di guai: debiti, una preoccupazione che non finisce mai e la teoria tremenda per cui la vita, come la faccia, se non ti va puoi sempre rifartela come dici tu. New Skin (Foglio Edizioni) è il romanzo di esordio di Sarah Wang, la protagonista Linli non ha neanche trent’anni, s’è liberata da quel mostro di sua madre e sta finalmente per andarsene da Los Angeles. Perché mostro. Perché Fanny, che finisce di nuovo in ospedale, ha il problema della faccia di Mar-a-Lago, la fu Instagram Face, i volti tutti identici che hanno ultimamente le ricche. Fanny ricca non è, e si sottopone a continui interventi, spesso fatti da medici non medici, e in questo scempio di filler, iniezioni clandestine e macelleria al risparmio è finita deturpata. Però non basta, perché l’hanno pure selezionata per America’s Beauty Extreme, il reality delle vittime di sfregi estetici, dove si fa a gara per conquistarsi la riparazione chirurgica. Il controPopper: la televisione infermiera che dovrebbe curare i danni che ha fatto la società dello spettacolo coi social. Linli quindi torna a fare quello che ha sempre fatto: occuparsi della madre. Pagare, accompagnare e riparare. Così Fanny si può dedicare all’unica passione che ha, rifarsi daccapo.
New Skin è un romanzo che è una Madame Bovary a due, l’idea di madre e figlia alla fine è la stessa, provare a intervenire sulla superficie per provare se qualcosa si riesce a muovere sotto, nel destino. Fanny è una immigrata cinese-americana, di quella generazione che ha visto i processi di americanizzazione quando volgevano al bello, quando si diceva “tutto è possibile” e tutto, effettivamente, era possibile. Linli no, non ha sogni iù-es-èi, e nemmeno ci crede troppo.
Uno dei suoi vanti era di avermi tolto il pannolino a sei mesi. Una volta, nella sala d’attesa del pediatra, una madre preoccupata mi aveva indicato con il dito. “Ha dimenticato di mettere il pannolino a sua figlia!” aveva esclamato. “Non ne ha bisogno. Sa già fare la pipì nel vasino.” Mia madre sorrise, orgogliosa. Tutte le altre madri ci osservavano e ridevano tra sé. Questa donna è matta, avevano pensato probabilmente. Mettere sul vasino una lattante di sei mesi? Ma dai. Quando ero molto piccola, mi sentivo un po’ una bambina prodigio: i miei coetanei stavano comodamente seduti su una montagna di pupù fresca mentre si azzuffavano giocando con le costruzioni, e io lì, con il mio sederino asciutto e sbarazzino, libera dal pannolino. Peccato che la mia terapeuta durante l’adolescenza attribuì proprio a quell’addestramento precoce – un controllo forzato quando il corpo del bambino non è ancora pronto a gestirlo – l’origine di molti miei problemi, sia nello sviluppo che nei rapporti. E così, la versione della bambina prodigio si era trasformata in un trauma. A complicare tutto, poi, erano le ricerche che avevo fatto da adulta: in Cina e in India era prassi comune insegnare ai bambini a fare i bisogni nel vasino a sei mesi. In America era considerato un trauma evolutivo. In Cina era la normalità.
Mi pare sia qui che New Skin diventa più interessante delle solite satire sull’ossessione contemporanea per le facce e per i corpi, Wang prende sul serio le sue due sciagurate, mostra un sistema in cui essere belle a costo di tutto riesce a sembrare razionale. Visto che il mercato premia l’immagine centomila volte in più che nel passato (ciao bodipositività!), migliorare l’immagine allora cos’è se non la strategia economica più sensata, la fine fortunata dei soldi, la migliore che puoi dargli? La bellezza non è mai stata così tanto raggiungibile, né tanto sicura fonte di ritorno dell’investimento: come si fa, intendo proprio concretamente, a resistere al desiderio (ora realizzabile) di essere più belli? Forse bellissimi? Non cederei anche io, avessi vent’anni? D’altronde l’America è quello che vende: seconde possibilità. E dentro le seconde possibilità, pensa Fanny, devi andarci con connotati diversi, devi essere migliore di chi eri prima, per farle fruttare. Naturalmente, si paga. Se vuoi un’altra faccia, devi metterci del denaro. E’ l’altro protagonista della storia, il debito. Forse è proprio la sostanza segreta del romanzo, sta dentro al rapporto madre-figlia in entrambe le direzioni, e non pensi mai alla parolina magica della narrativa contemporanea: l’orrenda relazione tossica. Fanny è esasperante e orribile, Linli è risentita, dipendente e a tratti più crudele di quello che basterebbe. Ci passa in mezzo quella corrente elettrica non classificabile che attraversa le famiglie e che chiamiamo amore perché non sappiamo quale altro nome le si potrebbe dare.