Il vero premio a Wanna Marchi e Stefania Nobile è la scenografia

Un generico "Premio Internazionale della Cultura" non trasforma chi lo riceve in Benedetto Croce. Se la stessa targa fosse stata consegnata a in un centro congressi sulla Tiburtina, nessuno avrebbe potuto raccontare la parabola "dalla galera al Campidoglio". Il prestigio pubblico diventa la confezione di un'operazione promozionale privata

29 SET 26
Ultimo aggiornamento: 14:40
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(Foto Ansa)

Lasciamo stare, per una volta, le lamentazioni su dove sia finita la cultura italiana. Il Premio Internazionale della Cultura assegnato a Wanna Marchi e Stefania Nobile non ci dice quasi nulla sullo stato della letteratura, dell’arte o degli intellettuali italiani. Ci dice qualcosa di molto più semplice, e probabilmente più interessante, sul marketing, sul valore commerciale delle istituzioni e sulla straordinaria capacità di alcune persone di riconoscere immediatamente un’occasione promozionale quando se la trovano davanti.
Il premio in questione è un’iniziativa privata, giunta alla seconda edizione, ideata dall’editore Alessandro Gian Maria Ferri insieme a Silvestro Mucillo. Stefania Nobile lo ha ricevuto per il libro “Vendere… cara la pelle”; Wanna Marchi per il ricettario “La verità è che io cucino così. Qui non si pesa niente: l’unica misura è l’amore”. Roma Capitale non ha premiato nessuna delle due e non risulta aver patrocinato la manifestazione. La cerimonia si è però svolta il 23 settembre nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, con oltre duecento ospiti e con il consigliere comunale Dario Nanni ad aprire l’evento.
A me che un privato voglia inventarsi un premio e assegnarlo a Wanna Marchi interessa pochissimo. Può chiamarlo Premio Internazionale della Cultura, Premio Universale delle Lettere o come gli pare. L’autorevolezza di un riconoscimento privato dipende dall’autorevolezza che riesce a conquistare, e il mondo italiano dei premi offre da tempo materiale sufficiente per vaccinarsi contro la soggezione prodotta da targhe, medaglie, patacche varie e denominazioni altisonanti.
Mi interessa poco anche stabilire se Wanna Marchi abbia diritto a scrivere un ricettario o Stefania Nobile un’autobiografia. Naturalmente ce l’hanno. Possono pubblicare libri e ricevere riconoscimenti da chi abbia voglia di assegnarglieli. Trasformare la questione in una specie di interdizione morale perpetua sarebbe una forma abbastanza noiosa di bacchettonismo, oltre a fornire alle due protagoniste il ruolo che sanno interpretare meglio, quello delle perseguitate dai benpensanti.
Resta il cattivo gusto, che è libero quanto il premio. Nel caso di Stefania Nobile c’è inoltre un elemento che rende particolarmente infelice la retorica della riabilitazione dopo avere pagato il proprio debito con la giustizia. La vicenda giudiziaria non è terminata con le condanne per le televendite, la cui pena Nobile concluse di scontare nel 2013. Nell’ottobre 2025 il giudice per le indagini preliminari di Milano ha ratificato un patteggiamento a tre anni nella vicenda della Gintoneria e del privé La Malmaison; Nobile è stata ammessa ai lavori di pubblica utilità come modalità di espiazione della pena.
Il premio arriva meno di un anno dopo. Anche questo, naturalmente, non impedisce a nessuno di consegnarle una statuetta. Consente almeno di risparmiare la favola rassicurante della vecchia peccatrice che, dopo molti anni, torna nella società attraverso la cultura.
Il punto comincia invece a diventare serio quando si aggiungono tre parole: nella Sala della Protomoteca.
Perché il Campidoglio, in questa storia, non è semplicemente l’indirizzo al quale si è tenuta una manifestazione. La Sala della Protomoteca è una sala istituzionale e il suo valore per chi organizza un evento dipende precisamente da questo. Una fotografia scattata lì vale più della stessa fotografia scattata nella sala congressi di un albergo. Un premio consegnato lì acquista una patina che il suo organizzatore, da solo, dovrebbe costruire nel corso degli anni. Persino la formula utilizzata per presentare la manifestazione, «la cultura sale in Campidoglio», mostra che questo valore era perfettamente compreso.
Wanna Marchi lo ha capito meglio di tutti.
Nel video pubblicato dopo la premiazione ha ricordato il passaggio "dalla galera al Campidoglio" e ha osservato che "la vita è strana". È una frase molto più intelligente di parecchi commenti indignati comparsi in queste ore, perché individua esattamente ciò che è accaduto. La forza simbolica della serata non proveniva dal Premio Internazionale della Cultura. Proveniva dal Campidoglio.
Se la stessa targa fosse stata consegnata a Wanna Marchi in un centro congressi sulla Tiburtina, nessuno avrebbe potuto raccontare la parabola dalla galera al Campidoglio. Probabilmente nessun grande giornale se ne sarebbe occupato. L’evento avrebbe avuto il peso mediatico che normalmente possiede la seconda edizione di un premio privato organizzato da un editore poco noto al grande pubblico.
La sede ha cambiato tutto.
Lo dimostra ancora meglio Stefania Nobile, che alle critiche ha risposto prima "Fattene una ragione", poi "Rosicate", arrivando alla magnifica formulazione secondo cui "la cultura siamo noi, non Pirandello". Ha aggiunto una frase che vale più di qualunque comunicato stampa: "Più parlate, più screditate e più arriveremo in alto".
Qui non serve scomodare Pirandello. Nobile sta descrivendo un meccanismo di marketing elementare e lo sta facendo con notevole chiarezza. La polemica produce attenzione, l’attenzione produce visibilità e la visibilità aumenta il valore commerciale dei protagonisti. Ogni articolo scandalizzato diventa parte della campagna promozionale. Ogni indignato che rilancia la fotografia della premiazione contribuisce alla sua diffusione. Da questo punto di vista, "rosicate" è una risposta perfettamente coerente.
Per questo trovo poco interessante scandalizzarsi perché un premio chiamato “della Cultura” sia finito a Wanna Marchi. Il nome di un premio privato non trasforma chi lo riceve in Benedetto Croce e non esiste un ministero incaricato di certificare la nobiltà dei riconoscimenti. Se gli organizzatori hanno ritenuto utile premiare Marchi e Nobile, hanno fatto una scelta che ha assicurato al loro evento una quantità di attenzione che difficilmente avrebbero ottenuto premiando qualche oscuro autore di un buon saggio. Dal loro punto di vista, l’operazione ha funzionato benissimo.
La domanda riguarda chi abbia messo a disposizione il moltiplicatore più prezioso dell’operazione.
Roma Capitale stabilisce che, per ottenere una sala capitolina, debbano essere presentati una scheda di responsabilità e una relazione che descriva "i contenuti, i relatori, i partecipanti e la scaletta degli interventi dell’evento". La documentazione passa attraverso il Gabinetto del Sindaco e il Cerimoniale interno. Il consigliere Dario Nanni, che ha sostenuto la richiesta della sala, ha dichiarato dopo lo scoppio della polemica di non sapere che Wanna Marchi e Stefania Nobile sarebbero state fra le premiate e ha aggiunto che, se lo avesse saputo, non avrebbe sostenuto la richiesta.
A questo punto la questione è molto meno filosofica di quanto sembri. Basta guardare i documenti presentati per ottenere la sala e vedere che cosa contenessero. Se i nomi di Marchi e Nobile non vi comparivano, sarà interessante capire quando siano entrati nel programma. Se comparivano, diventa interessante sapere attraverso quali passaggi sia avvenuta l’autorizzazione. Non occorrono grandi discorsi sulla decadenza occidentale: occorrono le carte.
Resta poi una questione generale, che vale anche indipendentemente da come sia andata questa volta. Le sale istituzionali non sono semplicemente immobili pubblici dotati di sedie. Contengono una risorsa immateriale molto più preziosa: la reputazione dell’istituzione alla quale appartengono. Chi organizza un evento al Campidoglio prende in prestito una parte di quella reputazione, anche quando il Comune specifica di non essere l’organizzatore e anche quando manca un patrocinio formale.
È precisamente ciò che è avvenuto qui. Il Premio Internazionale della Cultura ha potuto presentarsi nella "prestigiosa Sala della Protomoteca". Le fotografie hanno mostrato Wanna Marchi e Stefania Nobile dentro uno dei luoghi simbolici della capitale. Marchi ha immediatamente trasformato quella scenografia nella propria narrazione personale: dalla galera al Campidoglio.
Le si dia pure un premio. Gliene si diano quanti se ne vogliono inventare. La libertà comprende anche quella di celebrare persone che altri trovano impresentabili e comprende il diritto di produrre premi di pessimo gusto.
Il Campidoglio è un’altra faccenda, perché appartiene a tutti e perché il suo nome possiede un valore che può essere convertito in prestigio privato.
Wanna Marchi ha trascorso una vita professionale imparando quanto conti la confezione di ciò che si vende. In questa occasione la confezione era formidabile. Gliel’ha fornita, per una sera, il Campidoglio.